Camera

Contrasto alla delocalizzazione delle imprese, sostegno al 'Made in Italy', implementazione della competitivita'

Data: 16/07/2018
Numero: 1-00019
Soggetto: GOVERNO
Data Risposta: 16/07/2018

La Camera, 

premesso che: 

con l'approvazione del decreto-legge recante « Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese », cosiddetto « decreto dignità » il Governo ha inteso adottare nuove misure per il contrasto alla delocalizzazione delle imprese italiane all'estero, al fine di salvaguardare i livelli occupazionali nel Paese; 

diverse sono le motivazioni che possono portare un'impresa a scegliere la delocalizzazione della propria attività produttiva, come diversi possono essere i vantaggi (riduzione dei costi di produzione, manodopera a basso costo, agevolazioni fiscali e altro) e i rischi (aumento dei costi logistici, perdita di controllo della qualità, difficoltà nel trasferimento del know-how, danni di immagine e altro); 

la delocalizzazione delle imprese all'estero non è un fenomeno nuovo, fino a pochi anni fa sono state le imprese statunitensi a ricorrere maggiormente a questa pratica, ma negli ultimi due decenni la delocalizzazione della produzione ha preso piede anche in Europa. Industrie di Paesi come Francia, Italia e Germania si sono rivolte principalmente ai Paesi dell'Europa orientale e balcanica; 

la frettolosa azione di allargamento ad Est dell'Unione europea, coinvolgendo Stati con un sistema socio-economico e fiscale non paragonabile a quello degli Stati più sviluppati dell'Europa occidentale e poggiando sul sistema della moneta unica che impedisce le svalutazioni competitive, ha generato fenomeni di dumping sociale all'interno dell'Unione incompatibili con l'idea di uno spazio economico comune; 

a seguito di questi fenomeni, spesso alimentati dalla cospicua mole di fondi strutturali europei utilizzati dagli Stati membri dell'Est Europa per attirare investimenti esteri, si sono moltiplicate negli anni le delocalizzazioni in tali Stati di aziende (o di loro parti) italiane o operanti in Italia; 

i dati dell'Eurostat, relativi al 2015, dicono che oltre il 79 per cento dell'export italiano è realizzato dall'industria in senso stretto, 326 miliardi di euro su 412 miliardi complessivi. In Germania l'industria contribuisce all'export totale tedesco per il 70 per cento, in Francia per il 66 per cento, in Spagna per il 61 e nei Paesi Bassi addirittura solo per il 28 per cento;

si può affermare che gran parte dell'export italiano sia ancora made in Italy ma comunque la quota di export derivante dalle sole attività commerciali, portuali e logistiche tocca il 21 per cento del totale, dimostrando come siano necessaria politiche attive per contrastare la delocalizzazione delle imprese e promuovere anzi la rilocalizzazione sul territorio nazionale; 

secondo uno studio di Confartigianato del giugno 2018, sulla base degli ultimi dati disponibili all'anno 2015, nel manifatturiero si rilevano 6.532 imprese a controllo nazionale localizzate all'estero che impiegano 846.665 addetti, con una dimensione media di 130 dipendenti; 

nei grandi gruppi manifatturieri italiani predomina il fatturato generato da filiali delocalizzate all'estero, secondo un'analisi di Mediobanca sui dati cumulativi di 2060 imprese italiane, i maggiori gruppi manifatturieri italiani con organizzazione multinazionale nel 2016 hanno realizzato ricavi domestici pari all'11 per cento del giro d'affari complessivo. La quota estera (89 per cento) è derivata per il 25 per cento da attività di export e per il 64 per cento dalle vendite di insediamenti ubicati oltre frontiera (« estero su estero »). Nell'ultimo anno preso in esame il fenomeno è in calo (68 per cento nel 2015), ma rimane più accentuato rispetto al 61 per cento del 2011; 

secondo la Cgia di Mestre, il numero delle partecipazioni all'estero delle aziende italiane è aumentato del 12,7 per cento all'arco temporale 2009-2015, da 31.672, nel 2015 sono salite fino a raggiungere quota 35.684. Questi consentono di misurare la dimensione economica di un evento che rappresenta una forma di delocalizzazione;

le regioni italiane più interessate agli investimenti all'estero sono la Lombardia (11.637 partecipazioni), il Veneto (5.070), l'Emilia Romagna (4.989) e il Piemonte (3.244). Quasi il 78 per cento del totale delle partecipazioni sono riconducibili a imprese italiane ubicate nelle regioni del Nord Italia; 

il made in Italy rappresenta il terzo marchio commerciale al mondo e quindi una politica di contrasto alla delocalizzazione delle imprese italiane e di promozione della rilocalizzazione non può che procedere di pari passo alle politiche di sostegno al made in Italy. Il rilancio del mondo del « marchio Italia », inteso come identificativo di ciò che viene effettivamente prodotto in Italia in tutte le fasi di lavorazione, può rappresentare un'opportunità per le imprese che producono sul nostro territorio, un elemento competitivo di marketing e di immagine capace di colmare il gap dovuto ai maggiori costi di produzione; 

all'interno del Def 2018 (Sezione III – programma nazionale di riforma) si può leggere che « le esportazioni italiane hanno continuato la loro dinamica positiva sia in termini di fatturato (448,1 miliardi nel 2017 dai 398,9 del 2014) sia di attivo della bilancia commerciale (+47,5 miliardi nel 2017 che fanno seguito ai +49,6 del 2016) ma anche che il sistema dell'export italiano rimane troppo concentrato rispetto al potenziale di imprese che avrebbero tutte le caratteristiche necessarie ad affermarsi sui mercati esteri »;

al piano straordinario per il made in Italy nel triennio 2015-2017 sono stati complessivamente destinati 525 milioni, il piano è stato confermato anche per il 2018 con lo stanziamento di 193 milioni per nuove iniziative e strategie, che saranno sostanzialmente in linea con quelle attuate nel 2017; 

la Corte costituzionale, con sentenza n. 61 del 2018, ha sancito l'illegittimità del comma 202 dell'articolo 1 della legge n. 190 del 2014 relativamente al piano straordinario per il made in Italy « nella parte in cui non prevede l'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano per determinare progetti e concreta ripartizione dei finanziamenti a carico del Fondo per le politiche per la valorizzazione, la promozione e la tutela, in Italia e all'estero, delle imprese e dei prodotti agricoli e agroalimentari »; 

sulla possibilità per le imprese italiane di aumentare le esportazioni pesano due macigni: il fenomeno dell'italian sounding e la mancata diffusione delle competenze per competere sui mercati internazionali per le piccole e medie imprese; 

il fenomeno dell'italian sounding costa all'industria agroalimentare italiana, secondo le stime di Coldiretti, sessanta miliardi di fatturato annuo: sarebbero infatti sei sui dieci i prodotti alimentari di tipo italiano in vendita all'estero frutto di agropirateria. Grazie alla lotta a questo fenomeno e al conseguente aumento delle esportazioni potrebbero essere recuperati, secondo le stime di Coldiretti, fino a trecentomila posti di lavoro; 

sono vari gli esperimenti messi in campo per tentare di sostenere le imprese italiane sul mercato estero, dai voucher per le piccole e medie imprese in sostegno all'apprendimento di competenze necessarie all'internazionalizzazione, passando per il ruolo di garante sui rischi non di mercato affidato a Invitalia s.p.a., fino ai finanziamenti erogati dal polo per l'export della Cassa depositi e prestiti tramite Sace e Simest. Misure che avrebbero bisogno di essere stabilizzate nel tempo per poter raggiungere gli obiettivi prefissati; 

per le ragioni suesposte sono necessari interventi rivolti in più direzioni: tutela e rilancio del made in Italy, contrasto all'italian sounding, politiche rivolte al contrasto alle delocalizzazioni e alla promozione delle rilocalizzazioni, sull'esempio di quanto fatto da molte regioni negli ultimi anni; 

il conflitto tra capitale e lavoro è un paradigma ideologico superato, tanto più in un sistema economico come quello italiano fondato prevalentemente su piccole e medie imprese in cui il destino dell'azienda si sposa con quello dei suoi addetti; 

in questo contesto, l'adozione di modelli partecipativi adeguatamente incentivati che consentano ai lavoratori di partecipare agli utili dell'impresa e alla condivisione dei suoi indirizzi, ha già dimostrato in altre economie europee di poter rappresentare un valido elemento di sostegno alla produttività aziendale, di legame con il territorio in cui l'azienda è insediata e di conseguenza di contrasto alla delocalizzazione, 

impegna il Governo:

1) ad assumere iniziative per implementare le norme volte a contrastare la delocalizzazione dell'attività produttiva di aziende italiane in Paesi stranieri; 

2) ad assumere tutte le iniziative in sede di Unione europea per porre fine al dumping sociale intra-Unione europea, segnatamente intervenendo presso quegli Stati membri che utilizzano fondi comunitari per attuare aggressive politiche di attrazione degli investimenti di aziende basate in altri Stati dell'Unione; 

3) ad assumere iniziative per creare condizioni di sistema favorevoli alla cultura d'impresa, agendo in maniera strutturale su regime fiscale, snellimento della burocrazia, riduzione del costo dell'energia, certezza del diritto e tempi della giustizia civile, riduzione del gap infrastrutturale e del digital divide, sistema bancario, pagamento dei debiti della pubblica amministrazione e in generale su tutte quelle voci che minano la competitività delle imprese italiane incentivando così i processi di delocalizzazione; 

4) a varare – in accordo con le regioni – un piano straordinario per la rilocalizzazione in Italia delle imprese che negli ultimi anni hanno abbandonato il nostro Paese; 

5) a far sì che in fase di attuazione tale piano abbia una durata massima di tre anni, preveda una gradualità crescente degli incentivi nel corso dei tre anni in modo da verificare la bontà del progetto di reinsediamento industriale fino alla chiusura dei siti produttivi esteri, sia vincolato a quote prestabilite annuali di addetti da assumere in Italia pena il venire meno dell'incentivo; 

6) a proporre una revisione delle norme istitutive del piano straordinario per il made in Italy in modo da rispondere ai rilievi della Corte costituzionale senza inficiarne il funzionamento e a farsi promotore di una stabilizzazione della legislazione in materia; 

7) a contrastare il fenomeno dell'italian sounding tramite iniziative atte a rafforzare tracciabilità dei prodotti italiani e la promozione di norme più stringenti sull'etichettatura dei prodotti realizzati in Italia; 

8) ad assumere iniziative per adottare misure fiscali che incentivino l'adozione da parte delle aziende di « statuti partecipativi » che favoriscano la partecipazione dei lavoratori agli utili e all'indirizzo dell'impresa; 

9) ad assumere iniziative per prevedere il rifinanziamento, nell'ambito del disegno di legge di bilancio 2019, delle agevolazioni previste dal piano nazionale impresa 4.0, che devono considerarsi strumento fondamentale per ridurre il gap competitivo delle imprese italiane, nonché del credito d'imposta per le spese di formazione 4.0 del personale dipendente nel settore delle tecnologie previste dal medesimo piano.

Mozione sottoscritta dai parlamentari: Lucaselli, Lollobrigida, Acquaroli, Bucalo, Bellucci, Butti, Caretta, Ciaburro, Cirielli, Crosetto, Luca De Carlo, Deidda, Delmastro Delle Vedove, Donzelli, Ferro, Fidanza, Foti, Frassinetti, Gemmato, Maschio, Meloni, Mollicone, Montaruli, Osnato, Prisco, Rampelli, Rizzetto, Rotelli, Silvestroni, Trancassini, Varchi, Zucconi

DIBATTITO IN ASSEMBLEA

PRESIDENTE (ROSATO Ettore). È iscritta a parlare la deputata Lucaselli, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00019. Ne ha facoltà. 

YLENJA LUCASELLI (FDI). Grazie, Presidente, e grazie ai valorosissimi colleghi che sono rimasti in Aula. Il "decreto dignità" ha cercato di rimettere un po' in discussione una serie di punti e, fra questi punti, c'è indubbiamente quello che riguarda il rientro delle aziende italiane, che in questi anni, soprattutto nell'ultimo decennio, hanno deciso, invece, di delocalizzare e, quindi, di trasferirsi all'estero. Dobbiamo, però, prima di tutto capire qual è il motivo di questo fenomeno, perché, se non si capiscono i fenomeni, difficilmente si possono trovare le soluzioni; se non capiamo quali sono le ragioni, difficilmente possiamo capire quali sono le soluzioni da adottare. Effettivamente, quello che è successo, partendo, come diceva la collega, dagli Stati Uniti, è che l'Europa ha avuto una corsa molto frettolosa nei confronti dei Paesi dell'Europa dell'est. Si è aperta verso i Balcani, ma questa apertura, in realtà, ha generato fenomeni di dumping sociale all'interno dell'Unione, che sono ovviamente incompatibili con l'idea di uno spazio economico comune, e hanno provocato una fuoriuscita delle nostre aziende, delle nostre capacità produttive, in territori in cui probabilmente produrre è economicamente più vantaggioso e probabilmente anche burocraticamente più semplice. Ora, i dati sono stati riferiti lungamente per cui, essendo una presentazione di carattere generale ed essendo l'ora tarda, cercherò davvero di ripercorrere i tratti fondamentali della mozione presentata da Fratelli d'Italia. Dobbiamo, però, capire che il vero problema non è fare rientrare soltanto quelle aziende, ma è occuparci anche delle aziende che valorosamente, in realtà, sono rimaste in Italia, perché ci sono aziende che hanno scelto di andare all'estero, ma ci sono aziende - per me, personalmente, e per il nostro gruppo ancora più valorose di quelle che hanno scelto di andare all'estero - che sono rimaste nonostante tutto, quindi nonostante la burocrazia e nonostante i costi. È a queste aziende e anche a quelle che hanno sviluppato una parte della loro produzione - perché poi, per poter ritornare a quel concetto del made in Italy, di cui si parlava, in realtà soltanto una parte è stata delocalizzata, mentre un'altra parte è rimasta - è fondamentale capire quanta parte è andata all'estero e quanta parte, invece, è rimasta in Italia. Purtroppo, le aziende non delocalizzano verso l'Asia, non più. Questo è stato un fenomeno ed è finito da tempo. Il problema vero è che le nostre aziende delocalizzano nei territori più vicini: delocalizzano in Romania, dove il costo del lavoro è quattro volte più basso di quello italiano. Delocalizzano, quindi, in tutti quei territori dove probabilmente anche la questione logistica non è più un problema e, pertanto, dobbiamo capire qual è la concretezza di quello che noi proponiamo, per far sì che queste aziende rientrino a produrre in tutte le loro fasi della produzione in Italia e che questo non diventi un benefit per quelle aziende che sono andate all'estero a danno, invece, delle aziende che in Italia ci sono rimaste. Ed è per questo che la nostra mozione si occupa sostanzialmente di una visione globale e concreta di quello che si può fare nei confronti di tutte le aziende, soprattutto perché quelle aziende sono quelle che poi producono lavoro. Si parla e abbiamo parlato, in lungo e largo, del reddito di cittadinanza e di tutta una serie di altri provvedimenti. Ora, il punto è che lo Stato non produce lavoro; lo Stato può aiutare le aziende affinché le aziende producano lavoro e chi nel mondo del lavoro c'è, chi in quelle aziende ci vive quotidianamente lo sa bene. Il punto è aiutare gli imprenditori, aiutare quelle imprese a vivere, sopravvivere e a sburocratizzare, a utilizzare la tecnologia nel modo corretto, ma, soprattutto, a far sì che ci siano nuovi lavoratori e, quindi, piuttosto che assumere lavoratori rumeni, dovremmo fare in modo che quelle aziende tornino a produrre in Italia per riassumere i nostri cittadini, i cittadini italiani. Le regioni italiane che sono state più interessate dagli investimenti all'estero sono la Lombardia, il Veneto, l'Emilia-Romagna e il Piemonte, e quindi quasi per il 78 per cento è costituito da aziende collocate nel Nord Italia. Tutto questo fa sì che ci siano dei problemi sostanziali anche nel riconoscimento del made in Italy e nel riconoscimento del brand Italia, perché il problema vero è che, quando si parla di Italia, si parla di un vero e proprio brand: non è semplicemente solo più un marchio, è un brand nazionale ed è il secondo brand al mondo in generale, quindi senza distinzione di tema. E, vedete, il brand Italia non è solo il lusso, il brand Italia non è soltanto il fashion: il brand Italia è molto di più. Il primo elemento che noi esportiamo, quindi il primo bene per il quale l'Italia è famosa nell'export sono in realtà i prodotti farmaceutici; il secondo sono in realtà tutti i prodotti della grande industria, la metalmeccanica. Per cui, andando in questo elenco, vediamo che in realtà i beni di lusso e il fashion sono soltanto agli ultimi posti; quello che invece fa veramente la differenza e quello che veramente ci rende famosi all'estero sono i prodotti agroalimentari. Quella produzione in realtà è una produzione che già è in Italia: è difficile produrre i pomodori pugliesi in Romania; quindi, è a quelle aziende che in realtà dovremmo guardare innanzitutto e prima di tutto. Per cui, quando parliamo di made in Italy, dobbiamo stare molto attenti: dobbiamo capire innanzitutto di cosa stiamo parlando, dobbiamo capire che il rientro in Italia delle aziende che, hanno scelto di andare all'estero non dovrà mai essere una penalizzazione per le aziende che invece, in Italia ci sono rimaste - torno a dire - nonostante tutto. Ed è per questo motivo, vede, che uno dei danni più grossi che ha il nostro Paese, che ha la nostra nazione, è proprio quello dell'Italian sounding, quindi un problema diffuso in tutte le nazioni estere. Probabilmente ognuno di noi è stato all'estero almeno una volta e ognuno di noi ha visto nei supermercati il parmesan, che tutto è fuorché il nostro parmigiano reggiano. E questo è indubbiamente un problema, un problema grossissimo, un problema che si chiama "agropirateria". Per tutelare le nostre aziende da questo ci vuole molto di più che semplicemente un'Industria 4.0, ci vuole molto di più che semplicemente la tecnologia: ci vuole una strategia e la strategia è quella di chi, guardando ai nostri prodotti e a quello che le nostre aziende fanno quotidianamente, cerca di sviluppare le competenze per far sì che possano essere nei mercati internazionali con il ruolo che compete loro, ma soprattutto con le tutele di cui hanno bisogno. E, quindi (con questo concludo, così lascio libera l'Aula dal mio intervento), noi di Fratelli d'Italia chiediamo che il Governo si impegni ovviamente a implementare le norme volte a contrastare la delocalizzazione dell'attività produttiva delle aziende italiane nei Paesi stranieri; ad assumere tutte le iniziative, soprattutto in sede di Unione europea, per porre fine al dumping sociale. Apro e chiudo una parentesi, semplicemente perché avevo dimenticato di dirlo prima: vedete, il problema di queste nazioni estere dell'est Europa e che si affacciano sui Balcani è che hanno utilizzato i fondi strutturali europei per attirare investimenti, cosa che in realtà l'Italia non ha fatto. Questo è per noi un danno gravissimo, se a questo non poniamo delle soluzioni, anche irreversibili. Chiediamo di creare condizioni di sistema favorevoli alla cultura dell'impresa, agendo in maniera strutturale su regimi fiscali, snellimento della burocrazia, riduzione del costo dell'energia, certezza del diritto e tempi della giustizia civile, riduzione del gap infrastrutturale e del digital divide, sistema bancario, pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione e, in generale, su tutte quelle voci che minano la competitività delle imprese italiane, incentivando così i processi di delocalizzazione. Chiediamo che il Governo si impegni a varare, in accordo con le regioni, un piano straordinario per la rilocalizzazione in Italia delle imprese che negli ultimi anni hanno abbandonato il nostro Paese; in fase di attuazione, tale piano dovrà avere una durata massima di tre anni. A proporre una revisione delle norme istituite del Piano straordinario per il made in Italy, in modo da rispondere ai rilievi della Corte costituzionale senza inficiarne il funzionamento, e a farsi promotore di una stabilizzazione della legislazione in materia. A contrastare il fenomeno dell'Italian sounding, adottare misure fiscali che incentivano l'adozione… 

PRESIDENTE. La invito a concludere. 

YLENJA LUCASELLI (FDI). Ho finito, l'ultimo punto. Ad assumere iniziative per prevedere il rifinanziamento, nell'ambito del disegno di legge di stabilità 2019, delle agevolazioni previste dal Piano nazionale impresa 4.0 (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

.....................
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Silvestroni. Ne ha facoltà. MARCO SILVESTRONI (FDI). Presidente, credo che sono l'ultimo ad intervenire, in questa comunque proficua giornata. Sono state presentate svariate mozioni su questo tema. Mi associo ai ringraziamenti a Forza Italia, che ha voluto stimolare l'Aula, portando la sua mozione e anche Fratelli d'Italia ha portato una sua mozione e queste mozioni proposte comunque dai partiti che rappresentano il centrodestra, quindi da Forza Italia alla Lega, hanno forse un comune indirizzo, con delle differenziazioni, però. Il collega Patassini, che mi ha appena preceduto nell'intervento, ha detto che il problema delle delocalizzazioni era dovuto ai costi e, cioè, ha fatto intendere che si andava a delocalizzare perché sì voleva andare a guadagnare di più all'estero. Non credo che sia questo. Così come è stato detto, il problema è che i Governi che ci hanno preceduto in tutti questi anni in realtà non hanno fatto una politica di sviluppo nei confronti delle imprese italiane, ma soprattutto le delocalizzazioni sono avvenute a causa del troppo elevato costo del lavoro. Quindi, per essere competitive, le imprese italiane dovevano per forza delocalizzare. Quindi, è un problema di competitività. Quindi, se noi vogliamo creare condizioni più favorevoli, affinché le imprese vengono a investire in Italia, Fratelli d'Italia è d'accordo. Vogliamo che si inverta la tendenza alla delocalizzazione delle imprese italiane in altri Paesi? Chiaramente Fratelli d'Italia è d'accordo, perché noi tifiamo per l'Italia. Ma "prima gli italiani" vogliamo ricordare che non può rimanere solo ed esclusivamente uno slogan elettorale. Gli imprenditori patrioti - perché così sono quegli imprenditori che non hanno delocalizzato - e cioè quegli imprenditori che sono voluti rimanere in Italia, tutelando in questo modo i loro dipendenti e le loro famiglie - per noi devono avere la priorità, Presidente: sistemi di premialità, prima a chi ha combattuto contro Equitalia e contro le amministrazioni dello Stato per essere pagato e che, magari, dallo Stato stesso ha avuto problemi - lo ripeto -, problemi perché il costo del lavoro era troppo elevato e, quindi, non poteva permettersi di potere a volte pagare gli stipendi ai propri operai. Soprattutto, Presidente, nei confronti delle imprese, che iniziano e finiscono la loro filiera produttiva in Italia, ancora maggiormente queste devono essere premiate. Deve essere chiaramente percepito dal mondo dell'imprenditoria che in quest'Aula si premia e si incentiva chi ha difeso la qualità e l'eccellenza italiana e il made in Italy, contro la contraffazione e la concorrenza sleale. In quest'Aula deve essere chiaro che vogliamo valorizzare tutto quello che è il marchio italiano e investire su tutte le aziende che producono lavoro in Italia e che non hanno voluto delocalizzare. Deve uscire un segnale chiaro e cioè un segnale di buonsenso da quest'Aula, se si obbliga alla restituzione di tutti gli aiuti e delle agevolazioni dello Stato per chi ha delocalizzato all'estero. La tutela del made in Italy, che credo sia una questione che sta a cuore a tutto il Parlamento, come abbiamo visto dal dibattito di queste ore e di oggi, non può rimanere anche questo un solo slogan elettorale. Tutela in ogni sede degli interessi italiani, a partire dalla sicurezza dei risparmi e dalla tutela del made in Italy, con particolare riguardo alla tipicità delle produzioni agricole e dell'agroalimentare. A questo punto, che è tra l'altro il punto numero 3 del programma scritto e firmato da Giorgia Meloni insieme agli altri leader del Centrodestra, noi rimaniamo fermamente fedeli. E nel rispetto degli elettori ribadiamo che il Governo debba avere la priorità di rafforzare la tracciabilità dei prodotti italiani e adottare norme più stringenti sull'etichettatura dei prodotti realizzati in Italia. Ribadisco ancora, Presidente, che non si tratta di protezionismo, ma di buon senso. Lo Stato deve difendere il vero made in Italy, che rappresenta l'unico futuro economico di questa nazione. Come già ha esposto la mia collega Lucaselli, il made in Italy rappresenta il terzo marchio commerciale al mondo e, quindi, una politica di contrasto alla delocalizzazione delle imprese italiane e di promozione della rilocalizzazione non può che procedere di pari passo alle politiche di sostegno al made in Italy. Il rilancio nel mondo del marchio Italia è inteso come identificativo di ciò che viene effettivamente prodotto in Italia e in tutte le fasi di lavorazione. Può rappresentare un'opportunità per le imprese, che producono sul nostro territorio un elemento competitivo di marketing e di immagine, capace di colmare il gap dovuto ai maggiori costi di produzione. In conclusione, Presidente, per noi di Fratelli d'Italia, tra gli impegni del Governo deve esserci - e la nostra mozione lo prevede - un piano straordinario per la rilocalizzazione in Italia delle imprese, che negli ultimi anni hanno abbandonato il nostro Paese. In fase di attuazione, tale piano dovrà avere una durata massima di tre anni, prevedere una gradualità crescente degli incentivi nel corso dei tre anni, in modo da verificare la bontà del progetto di reinserimento industriale, fino alla chiusura dei siti produttivi esteri, essere vincolati a quote prestabilite annuali di addetti da assumere in Italia, pena il venire meno dell'incentivo. In conclusione, la strada da intraprendere per Fratelli d'Italia, quindi, è chiara, Presidente. Siamo una nazione con un marchio fortissimo, se non si potrà più contraffare, torneremo una nazione fortissima, anche economicamente (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

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