Camera

Politiche del lavoro, 5 milioni di Italiani in poverta' assoluta; favorire le assunzioni, ampliare la platea del reddito di dignita', introduzione retribuzione minima oraria

Data: 16/07/2018
Numero: 1-00016 / Mozione
Soggetto: GOVERNO
Data Risposta: 11/09/2018

La Camera, 

premesso che: 

l'Istat ha lanciato l'allarme sulle condizioni socio-economiche della popolazione, affermando che sono cinque milioni gli italiani che vivono in condizioni di povertà assoluta, ossia quelli che non riescono a far fronte a spese essenziali per il mantenimento di livelli di vita minimamente accettabili; 

il fenomeno ha raggiunto una soglia limite e il numero non fa che aumentare: nel 2017 si conta un aumento di 261 mila persone che vivono in condizioni di povertà rispetto al 2016, e il confronto è ancora più implacabile guardando al periodo precedente la crisi economica; 

oggi l'8,3 per cento della popolazione italiana vive in difficoltà estrema, contro appena il 3,9 per cento del 2008, anno di inizio della recessione, e le famiglie in povertà assoluta sono 1,8 milioni, con un'incidenza del 6,9 per cento sul totale dei nuclei, in crescita di sei decimi rispetto al 6,3 per cento del 2016 – pari a 154 mila famiglie in più – e di quasi tre punti rispetto al 4 per cento del 2008; 

i drammatici dati relativi a povertà ed esclusione sociale colpiscono maggiormente le famiglie numerose e i bambini e si riflettono anche negli alti tassi di dispersione scolastica e di prematuro abbandono dei percorsi di formazione universitaria; 

il nostro Paese risulta essere in Europa quello con il maggior numero di famiglie e cittadini che non possono permettersi una vita dignitosa e l'avanzo della disoccupazione, soprattutto giovanile, fa prevedere un peggioramento di questo già tragico scenario; 

non è più procrastinabile l'adozione di incisive politiche di inclusione sociale per contrastare la povertà, potenziando gli strumenti a sostegno delle famiglie e degli individui che versano in condizioni di bisogno, ma, soprattutto, introducendo idonei provvedimenti di inserimento attivo nel mondo del lavoro, da associarsi ad una retribuzione minima garantita, nella convinzione che il lavoro, tutelato sotto ogni profilo, rappresenti la più grande opportunità di inclusione sociale che possa attribuire reale dignità agli individui; 

innanzitutto, un'efficace ed efficiente politica di contrasto all'impoverimento e alle disuguaglianze sociali, richiede dei provvedimenti specifici per rafforzare le politiche di sostegno delle famiglie che vivono in condizioni disagiate, con particolare attenzione ai figli minori e a carico. Ciò attraverso l'implementazione delle strutture sul territorio e l'introduzione di misure economiche di sostegno al reddito, che consentano l'acquisto di beni e di servizi e/o agevolazioni fiscali; 

al medesimo fine, bisogna intervenire sul cosiddetto reddito d'inclusione (Rei) introdotto con il decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017. Tale strumento di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale si è dimostrato una misura insufficiente a causa dei modesti importi previsti e della ristretta platea di aventi diritto a cui si rivolge, che non copre nemmeno quella che individua la povertà assoluta e tale inadeguatezza non è stata superata neanche con l'estensione dei requisiti in vigore dal 1° giugno 2018, che permetterà a circa 200 mila famiglie di accedere al beneficio rispetto alle 500 mila famiglie attualmente coinvolte; 

sicché, è necessario aumentare le risorse del fondo nazionale per la lotta alla povertà e all'esclusione sociale di cui all'articolo 1, comma 386, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, affinché siano raggiunte tutte le famiglie che secondo le stime dell'Istat si trovano in condizioni di povertà nel nostro Paese, nonché avviare concretamente i percorsi di inclusione sociale e lavorativa individuati dalla legge delega, 15 marzo 2017, n. 33, e dal citato decreto legislativo, poiché una virtuosa politica di contrasto alla povertà deve sempre condizionare il sostegno economica all'adesione a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa; 

il potenziamento del reddito di inclusione deve essere seguito dalla promozione di idonee politiche attive in materia di lavoro che necessitano, innanzitutto, di una seria riforma dei centri per l'impiego, notoriamente inidonei a rispondere all'esigenza occupazionale e la cui inefficienza, non agevolando l'incontro tra l'offerta e la domanda di lavoro, lascia scoperti migliaia di posti di lavoro; 

al riguardo, gli insufficienti risultati delle politiche attive sono dovuti proprio alla tradizionale inadeguatezza di questi enti pubblici a cui non si è riusciti a riparare neanche con la disciplina prevista dal decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 150, intervenuto sulla governance delle politiche attive del lavoro. Sono circa 500 sul territorio nazionale i servizi per l'impiego pubblici, per un totale di 9 mila addetti, tuttavia, solo il 3,1 per cento degli occupati dichiara di aver trovato un posto attraverso tali strutture. Una percentuale ben diversa rispetto alla media europea che è del 9,4 per cento e lontana da quanto succede in Francia e in Germania dove trovano lavoro con successo il 6,7 per cento e il 10,5 per cento di chi cerca lavoro; 

le criticità rilevate nelle procedure dei centri per l'impiego dipendono, in particolare, dall'assenza di idonei standard minimi di prestazione dei servizi, nonché dalla mancanza di una chiara definizione delle competenze che il personale deve possedere per erogare servizi orientati alla persona, che deve essere sostenuta nelle difficili e diverse fasi di transizione del proprio percorso professionale e lavorativo. In tale scenario, all'esigenza di garantire che i servizi dei centri per l'impiego siano erogati da personale competente, si aggiunge la necessità di definire procedure idonee al raccordo con gli altri operatori pubblici e privati del tessuto territoriale in cui opera il singolo centro; 

ed ancora, è necessario attuare un forte coordinamento tra le attività svolte dai centri per l'impiego nell'incontro domanda-domanda- offerta di lavoro sul territorio e le attività svolte dall'Inps nel sostegno al reddito dei disoccupati e delle persone in cerca di occupazione; 

le politiche attive del lavoro rappresentano uno strumento fondamentale per ridurre la disoccupazione strutturale e per condizionare gli interventi a sostegno del reddito ad una ricerca attiva del lavoro. In Italia, però, lo scarso investimento nelle politiche attive non consente lo sviluppo delle stesse e, di conseguenza, di tenere sotto controllo la disoccupazione di lunga durata e la spesa per le politiche passive; 

nel momento in cui una misura di politica attiva favorisce il reinserimento occupazionale di un disoccupato il risultato è duplice, in quanto si incrementa l'occupazione e si consente di risparmiare sul costo delle politiche passive; 

non è accettabile che in Italia la complessiva spesa per le politiche del lavoro è per il 74 per cento (17 miliardi di euro nel 2016, inclusi i contributi figurativi) destinata alle politiche passive; 

pertanto, le tendenze in atto nel mercato del lavoro italiano, periodicamente registrate dai dati di Istat e Inps, richiedono la messa in campo di strumenti maggiormente diffusi e stabili di supporto alla riqualificazione e ricollocazione dei lavoratori disoccupati o a rischio di disoccupazione; 

per garantire concretamente dignità e inclusione sociale, è indubbio che il diritto al lavoro va salvaguardato sotto ogni profilo; pertanto, è necessario assicurare a chi ha un'occupazione una giusta e proporzionata retribuzione. Al riguardo, infatti, si ricorda che l'articolo 36 della Costituzione stabilisce espressamente che « il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa (...) ». Eppure, l'allarmante numero di lavoratori che in Italia viene sottopagato o, addirittura, svolge prestazioni gratuite, pone di fronte al dato di fatto che quello che dovrebbe essere un principio inviolabile, viene spesso del tutto disatteso. Pertanto, predisporre misure di contrasto alla piaga dei lavoro sottopagato dovrebbe rappresentare un'emergenza prioritaria per il Governo, anche considerando che il suo continuo diffondersi, oltre a negare un basilare diritto per il lavoratore, ostacola i consumi e impedisce all'Italia di crescere e di uscire dall'attuale stato di crisi; 

è evidente che l'istituzione di una « retribuzione minima garantita » rappresenterebbe un efficace strumento per attuare una maggiore equità e tutela della posizione di debolezza del lavoratore nel rapporto di lavoro, conferendogli maggiore potere contrattuale. Difatti, un corrispettivo minimo fissato per legge, su base oraria, è attualmente applicato in molti Paesi europei, mentre in Italia esso vige solo per alcune categorie di lavoratori, in virtù dei contratti collettivi negoziati a livello nazionale; 

il riconoscimento di una « retribuzione minima » escluderebbe fenomeni di sfruttamento che, ad oggi, non sono evitati dai minimi salariali stabiliti nei contratti nazionali, poiché, come è noto, lasciano scoperti il 30-40 per cento del mercato del lavoro italiano, dalle imprese di modeste dimensioni ai lavoratori atipici. Al riguardo, non si ritiene condivisibile la tesi espressa da alcuni sindacati, i quali affermano che l'istituzionalizzazione di una « retribuzione minima » a livello nazionale avrebbe degli effetti negativi, poiché porrebbe le basi per una diminuzione dei salari nel medio termine. Riconoscere un importo minimo del corrispettivo, invece, è un provvedimento necessario per conferire maggiore potere contrattuale ai lavoratori più marginali e riconoscere il lavoro come strumento di dignità, in coerenza con i fondamenti della Repubblica; 

l'importo fissato deve costituire una soglia minima, in qualità di garanzia stipendiale che ha lo scopo di evitare situazioni di sfruttamento. Del pari, mediante la contrattazione collettiva o un accordo individuale con il datore di lavoro, dovranno essere previste retribuzioni minime di un ammontare maggiore a quello previsto su base nazionale, qualora lo richiedano le specificità dei diversi comparti occupazionali. Sicché, la contrattazione collettiva avrebbe un ruolo fondamentale proprio per escludere una diminuzione dei salari nel medio termine in quei settori le cui caratteristiche richiedono l'individuazione di corrispettivi superiori, rispetto al minimo previsto su base nazionale, 

impegna il Governo:

1) ad adottare iniziative specifiche per il sostegno delle famiglie che si trovano in condizione di povertà e tutelare i minori che ne fanno parte, anche mediante l'implementazione delle strutture sul territorio e l'introduzione di misure economiche di sostegno al reddito o di agevolazioni fiscali, in favore delle famiglie con figli a carico; 

2) a porre in essere iniziative per aumentare le risorse affinché il reddito d'inclusione comprenda, quanto meno, la platea di persone che risultano in base ai dati dell'Istat in povertà assoluta, anche implementando l'importo degli assegni ivi previsti; 

3) ad avviare i percorsi di inclusione sociale e lavorativa collegati al reddito di inclusione, come individuati dalla legge delega, 15 marzo 2017, n. 33, e dal decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017; 

4) ad adottare, per quanto di competenza, iniziative di riforma che agiscano sulla qualità dei servizi offerti dai centri per l'impiego, nell'ambito dei quali il personale deve possedere le competenze adeguate per svolgere ricerca e la selezione del personale e favorire efficacemente l'incontro tra offerta e domanda di lavoro – anche attraverso la costituzione di una rete di contatti con le imprese, le società, i consorzi, le cooperative, gli studi associati, gli studi professionali, le fondazioni e le associazioni – garantendo standard minimi di prestazioni nonché il raggiungimento di obiettivi, anche attraverso misure incentivanti; 

5) ad assumere iniziative per attuare un forte coordinamento tra le politiche attive svolte sul territorio attraverso i centri per l'impiego e le politiche passive, di sostegno del reddito dei disoccupati e delle persone in difficoltà economica, svolte, a livello nazionale, dall'Inps, al fine di rendere effettivo il cosiddetto principio di condizionalità, che deve governare gli interventi di welfare nel mondo del lavoro; 

6) ad assumere iniziative per garantire un incremento delle risorse per il Fondo per le politiche attive del lavoro, con l'obiettivo di aumentare e rendere l'offerta di tali politiche coerente con la platea potenziale dei beneficiari e, conseguentemente, diminuire gli esorbitanti costi che vengono sostenuti in Italia in politiche passive del lavoro; 

7) ad assumere iniziative volte a istituzionalizzare una « retribuzione minima oraria » su base nazionale per attuare una maggiore tutela della posizione di debolezza del lavoratore nel rapporto di lavoro, garantendogli un'equa retribuzione, in conformità all'articolo 36 della Costituzione, prevedendo adeguati sistemi di controllo per verificarne la concreta applicazione e, in caso di violazione, prevedere la responsabilità penale per i datori di lavoro, in modo da scoraggiare concretamente l'applicazione di retribuzioni che non consentono al lavoratore un'esistenza dignitosa; 

8) ad assumere iniziative per prevedere una totale decontribuzione previdenziale e fiscale per un periodo di almeno 5 anni, al fine di dare maggiore possibilità di inserimento lavorativo ai soggetti destinatari del reddito di inclusione, rendendo vantaggiosa la loro assunzione da parte delle aziende.

Mozione sottoscritta dai parlamentari: Rizzetto, Lollobrigida, Bucalo, Acquaroli, Bellucci, Butti, Caretta, Ciaburro, Cirielli, Crosetto, Luca De Carlo, Deidda, Delmastro Delle Vedove, Donzelli, Ferro, Fidanza, Foti, Frassinetti, Gemmato, Lucaselli, Maschio, Meloni, Mollicone, Montaruli, Osnato, Prisco, Silvestroni, Trancassini, Varchi, Zucconi ».

DIBATTITO IN ASSEMBLEA

PRESIDENTE (ROSATO Roberto). È iscritta a parlare la deputata Carmela Bucalo, che illustrerà anche la mozione Rizzetto ed altri n. 1-00016, di cui è cofirmataria. Ne ha facoltà. 

CARMELA BUCALO (FDI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentante del Governo, in Italia la povertà assoluta cresce sia in termini di famiglie che di individui secondo i dati ISTAT, pubblicati a fine anno 2017. Tale drammatico fenomeno coinvolge quasi 1.800.000 famiglie. Il nostro Paese risulta essere, in Europa, quello con il maggior numero di cittadini che non possono permettersi una vita dignitosa. L'avanzo della disoccupazione, che colpisce soprattutto i giovani, fa prevedere un peggioramento di questo scenario, già tragico. Ecco perché è necessario adottare incisive politiche di inclusione sociale per contrastare la povertà. Il nostro obiettivo deve essere quello di potenziare gli strumenti a sostegno delle famiglie e degli individui che versano in condizioni di bisogno. Il reddito di inclusione, introdotto con il decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017, modificato con la legge di bilancio del 2018, prevedendo già dal 1° giugno l'estensione dei requisiti in vigore, che permetterà a ulteriori circa 200 mila famiglie di accedere al beneficio rispetto alle 500 mila già attualmente coinvolte, risulta ancora essere una misura insufficiente quale strumento unico nazionale di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale. Insufficienti risultano gli importi e ristretta la platea degli aventi diritto. Infatti, non riusciremo così a coprire tutte le famiglie che, secondo le stime ISTAT, si trovano in condizioni di povertà nel nostro Paese. Il lavoro, per garantire concretamente dignità e inclusione sociale, deve essere tutelato sotto ogni forma attraverso efficaci provvedimenti di inserimento attivo, assicurando a chi ha un'occupazione una giusta e proporzionata retribuzione; eppure, l'allarmante numero di lavoratori che, in Italia, viene sottopagato o addirittura svolge prestazioni gratuite pone di fronte ad un dato di fatto che tale principio costituzionale inviolabile viene spesso del tutto disatteso. Pertanto, predisporre misure di contrasto alla piaga del lavoro sottopagato dovrebbe rappresentare un'emergenza prioritaria per il Governo, anche considerando che il suo continuo diffondersi, oltre a negare un basilare diritto per il lavoratore, ostacola i consumi e impedisce all'Italia di crescere e di uscire dall'attuale stato di crisi. In molti Paesi europei, un corrispettivo minimo fissato per legge è attualmente applicato, mentre in Italia vige soltanto per alcune categorie di lavoratori, in virtù dei contratti collettivi negoziati a livello nazionale. Non si condivide la tesi espressa da alcuni sindacati, i quali affermano che istituzionalizzare una retribuzione minima a livello nazionale avrebbe effetti negativi poiché porrebbe le basi per una diminuzione dei salari nel medio termine; non è così, il riconoscimento di una retribuzione minima oltre ad escludere fenomeni di sfruttamento ancora esistenti nel mercato del lavoro italiano, rappresenterebbe, invece, un efficace strumento per attuare una maggiore equità e tutela della posizione di debolezza del lavoratore nel rapporto di lavoro, conferendogli un maggiore potere contrattuale. Inoltre il potenziamento del REI deve essere seguito da una seria riforma dei centri per l'impiego; così strutturati, non rispondono all'esigenza occupazionale, non hanno permesso in modo efficiente l'incontro tra l'offerta e la domanda di lavoro, lasciando scoperti migliaia di posti di lavoro. Sono cinquecento sul territorio, circa, per un totale di 9 mila addetti, tuttavia solo il 3,1 per cento degli occupati dichiara di aver trovato un posto di lavoro attraverso tali strutture, una percentuale ben diversa rispetto alla media europea, che è del 9,4 per cento. Le principali carenze sono da ricondurre all'assenza di idonei standard minimi di prestazione dei servizi, alla mancanza di una chiara definizione delle competenze che il personale deve possedere per erogare servizi orientati alle persone, persone che devono essere sostenute nelle difficili e diverse fasi di transizione del proprio percorso professionale e lavorativo. Inoltre, si registra la mancanza di una piattaforma informatica, in grado di agevolare il dialogo tra l'INPS e i centri per l'impiego. Tale carenza porta i centri più popolosi a dovere effettuare ancora controlli manuali, per elaborare le graduatorie e stabilire le risorse territoriali, in cui opera il singolo centro. Pertanto, mi rivolgo al Governo, chiedendo di porre in essere provvedimenti per aumentare le risorse, affinché il reddito di inclusione comprenda quantomeno la platea di persone che risultano, in base ai dati Istat, in povertà assoluta, implementando anche l'importo degli assegni ivi previsti. Chiediamo di aumentare i limiti del valore ISEE, eliminando gli altri indicatori, in quanto tendenti a creare un'ulteriore complicazione nella redazione delle graduatorie, indicatori che sono già in possesso della pubblica amministrazione e, quindi, è inutile richiedere nuovamente alla cittadinanza la verifica degli stessi. Impegniamo il Governo ad avviare percorsi di inclusione sociale e lavorativa, individuati dalla legge delega 15 marzo 2017, n 33 e dal decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017. Chiediamo di adottare misure di riforma che agiscono sulla qualità dei servizi offerti dai centri per l'impiego, nell'ambito dei quali il personale deve possedere le competenze adeguate, per svolgere ricerca e selezione del personale e favorire efficacemente l'incontro tra offerta e domanda di lavoro, anche attraverso la costituzione di una rete di contatti con le imprese, con le società, i consorzi, le cooperative, gli studi associati, gli studi professionali, le fondazioni e le associazioni, garantendo standard minimi di prestazioni, nonché il raggiungimento di obiettivi, anche attraverso misure incentivanti. Chiediamo di creare nuove figure all'interno di questi centri dell'impiego, che non svolgano quindi soltanto funzioni d'ufficio, ma siano veramente delle figure che conoscano bene il contesto territoriale di riferimento, con le varie realtà imprenditoriali e sociali presenti sul territorio, e che siano in grado di svolgere una funzione sociale e di acquisizione di nuove risorse umane, da inserire nel proprio contesto lavorativo. Chiediamo di realizzare, nel più breve tempo possibile, dei percorsi di rifunzionalizzazione delle persone attualmente inserite ed in generale nelle agenzie per il lavoro, che siano finalmente intermediarie tra domanda ed offerta di lavoro Impegniamo il Governo ad assumere iniziative volte a istituzionalizzare una retribuzione minima oraria su base nazionale, garantendo così un'equa retribuzione, in conformità all'articolo 36 della Costituzione, prevedendo adeguati sistemi di controllo, per verificarne la concreta attuazione e, in caso di violazione, prevedere responsabilità per i datori di lavoro, in modo da scoraggiare concretamente l'applicazione di retribuzioni che non consentano al lavoratore un'esistenza dignitosa. Infine, chiediamo di prevedere una totale decontribuzione previdenziale e fiscale, per un periodo di almeno cinque anni, invogliando così le imprese a nuove assunzioni. E, trattandosi di soggetti fuori dal mondo del lavoro, lo Stato risparmierebbe risorse pubbliche, non dovendo più erogare tutte quelle prestazioni a sostegno del reddito e quindi, REI o Naspi o altri indennizzi (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

Nella seduta dell'Assemblea dell'11 settembre 2018 il Governo ha accolto la mozione così come di seguito riformulata

La Camera, 

impegna il Governo: 

1) ad adottare, per quanto di competenza, iniziative di riforma che agiscano sulla qualità dei servizi offerti dai centri per l'impiego, nell'ambito dei quali il personale deve possedere le competenze adeguate per svolgere ricerca e la selezione del personale e favorire efficacemente l'incontro tra offerta e domanda di lavoro – anche attraverso la costituzione di una rete di contatti con le imprese, le società, i consorzi, le cooperative, gli studi associati, gli studi professionali, le fondazioni e le associazioni – garantendo standard minimi di prestazioni nonché il raggiungimento di obiettivi, anche attraverso misure incentivanti; 

2) ad assumere iniziative volte a istituzionalizzare una « retribuzione minima oraria » su base nazionale per attuare una maggiore tutela della posizione di debolezza del lavoratore nel rapporto di lavoro, garantendogli un'equa retribuzione, in conformità all'articolo 36 della Costituzione, prevedendo adeguati sistemi di controllo per verificarne la concreta applicazione e, in caso di violazione, prevedere la responsabilità penale per i datori di lavoro, in modo da scoraggiare concretamente l'applicazione di retribuzioni che non consentono al lavoratore un'esistenza dignitosa.

facebbok

Rassegna Stampa

TommasoFoti
powered by Blacklemon Srl