Rassegna Stampa

C'e' il corteo anti-governo, salta il Consiglio bufera su Lega e Fdi che scelgono la piazza

Data: 27/10/2020

Per partecipare al sit-in contro le restrizioni anti-Covid il grosso del centrodestra fa mancare il numero legale alla seduta. Critici Liberali e gruppo misto: «E' vergognoso, vengano ancora a chiederci i voti»

È saltato il consiglio comunale in programma ieri pomeriggio. Perchè la maggioranza di centrodestra ha voluto presenziare alla concomitante manifestazione di piazza contro le restrizioni anti-Covid decise dal governo. E gli ingredienti per una infuocatissima polemica ci sono tutti. Non solo per voce di una minoranza che, in coro, ha gridato al «vulnus istituzionale», ma anche per la protesta di quella parte di maggioranza - Liberali piacentini e gruppo misto - che si è energicamente dissociata da chi - Lega, Fdi, Forza Italia - ha scelto di disertare la seduta. Tutti presenti alle 15, orario di convocazione del Consiglio, nel salone di Palazzo Gotico. Fitti conciliaboli tra capannelli di consiglieri. La sindaca Barbieri ha appena informato le opposizioni della volontà di molti della maggioranza di andare alla manifestazione delle 17 a barriera Genova promossa da gestori di palestre, pubblici esercizi e attività culturali. Dalla minoranza emerge una proposta di mediazione: ci vada una delegazione bipartisan con due esponenti della maggioranza e due dell'opposizione, così da non mandare in fumo la seduta. Proposta che la sindaca rilancia, ma che non convince tutto il centrodestra. Il presidente dell'assemblea, Davide Garilli (Lega), convoca una conferenza dei capigruppo che si tiene in piedi in un angolo appartato del salone. I ruvidi echi che dalla riunione distintamente si levano danno evidenza che le posizioni rimangono distanti. Per la maggioranza parla un categorico Giancarlo Migli (Fdi): «La manifestazione è stata indetta dopo la convocazione della seduta e intendiamo parteciparvi, per noi il Consiglio oggi non si fa». Con la minoranza è muro contro muro. Si procede all'appello, mentre il grosso del centrodestra indossa il soprabito ed esce dal salone per far mancare il numero legale. Rispondono i dieci della minoranza (assente giustificato Luigi Rabuffi di Piacenza in Comune) e sei della maggioranza: ma 16 presenti non bastano per un soffio a raggiungere il quorum che è di 17. Idem al secondo e ultimo appello, a Garilli non rimane che dichiarare deserta la seduta. L'opposizione - Pd, M5s, Liberi, Piacenza Oltre, Piacenza del futuro - convoca un'improvvisata conferenza stampa per denunciare quello che, coralmente, viene definito «un golpe da Ventennio», «un vulnus alla democrazia e alle istituzioni solo per fare una passerella». A Barbieri e alla maggioranza viene rinfacciato di essere «eterodiretti da Fratelli d'Italia che ha imposto la sua linea di far saltare il Consiglio». «Eterodiretti da Tommaso Foti», il deputato di Fdi che Massimo Trespidi (Liberi), Stefano Cugini (Pd) e Andrea Pugni (M5s) hanno indicato come l'ispiratore della linea dura («e la Lega, gruppo più numeroso, è andata a rimorchio») vincente su quella soft della sindaca che, dopo essersi prestata alla mediazione, è rimasta in aula al momento dell'appello. «Io sono stata dentro, ma non mi permetto di dare giudizi su chi ha fatto scelte diverse», ha fatto sapere Barbieri a "Libertà", «oggi è una giornata particolare anche per l'esigenza di solidarietà che quelle categorie di lavoratori hanno chiesto e ci può stare che chi vuole dia un segno di vicinanza, io alla manifestazione ci sarei andata comunque». Anche Garilli ha risposto presente all'appello. Ma «il presidente era qui per far svolgere il consiglio comunale», ha tenuto lui stesso a chiarire opponendo un secco no comment alla richiesta di un giudizio sulla seduta saltata. Quasi tutti loquacissimi invece gli altri esponenti della maggioranza rimasti in aula: i tre del misto - Sergio Pecorara, Michele Giardino, Mauro Saccardi - e il capogruppo dei Liberali, Antonio Levoni. Nel mirino gli alleati usciti dall'aula, che è «il luogo istituzionalmente preposto per dibattere anche riguardo alle questioni sollevate dalla manifestazione sul Facsal», ha considerato Levoni osservando, oltretutto, che nella seduta di ieri al primo punto all'ordine del giorno c'erano le comunicazioni a tema libero dei consiglieri, dunque «avevamo tutta la possibilità di esprimere ciò che pensiamo su quanto sta accadendo e sostenere le ragioni della protesta, anche se per la prossima volta suggerisco agli organizzatori di invitare le istituzioni». «Anteporre la piazza a un consiglio comunale democraticamente eletto non mi piace», ha stigmatizzato Giardino. «È vergognoso che il gruppo misto non sia stato coinvolto», ha rincarato la dose Saccardi, «facciamo comodo solo quando c'è da votare, ma poiché ragioniamo con la nostra testa continueremo a essere la parte scomoda della maggioranza, e quando saranno necessari i nostre voti se ne accorgeranno». Nel ricordare che lui stesso, essendo un commerciante, è «toccato nel vivo» dalle restrizioni anti-Covid, Saccardi ha sottolineato che «mandare a monte un Consiglio, che è la sede istituzionale per eccellenza deputata a discutere di tutto, mi sembra un gravissimo errore». Dai consiglieri "scioperanti" abbiamo raccolto, mentre guadagnavano l'uscita dal Gotico, dichiarazioni di convinta rivendicazione della scelta. Secondo il leghista Carlo Segalini, «oggi è importante scendere in strada accanto a chi sta pagando il prezzo più alto, il Consiglio può riunirsi la prossima volta». D'accordo si è detto il capogruppo di Fi, Francesco Rabboni, anche se ricostruisce diversamente l'assessore forzista Jonathan Papamarenghi (cultura) in una nota diffusa nel pomeriggio in cui sostiene che i due esponenti del gruppo (Ivan Chiappa oltre a Rabboni) «avevano anticipato che non avrebbero garantito la presenza al Gotico, e non per andare alla manifestazione, ma per motivi di sanità pubblica, avendo auspicato che la seduta si tenesse in videoconferenza». E a "Telelibertà" lo stesso Rabboni ha precisato: «Ero in consiglio solo per ribadire il mio no a sedute in presenza e non per appoggiare la scelta della maggioranza».

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