Rassegna Stampa

Commercio, la nuova griglia dei permessi - Le minoranze: 'Vi rimangiate la moratoria'

Data: 04/06/2019

Cade il vaglio dell'aula per gli ampliamenti di attività fino a 800 metri quadrati. La maggioranza: «Rimane un filtro pesante»

Il tira e molla su quanto grandi sono gli insediamenti commerciali esonerati dal passaggio in consiglio comunale è arrivato al capolinea ieri a Palazzo Mercanti. La maggioranza ha approvato in aula la proposta avanzata dagli uffici dell'urbanistica e formalizzata con un emendamento del sindaco Barbieri, che fissa l'asticella a 800 metri quadrati se si tratta di recupero di immobili esistenti con cambio d'uso, diverso il caso di "interventi integrali di nuova costruzione" per i quali il filtro politico dell'aula - chiamata ad autorizzare i singoli accordi operativi - è sempre previsto. Questa la correzione di rotta che il centrodestra si è dato rispetto a otto mesi fa, quando nel Rue (Regolamento urbanistico edilizio) venne introdotta la prescrizione del vaglio del consiglio comunale per tutti i progetti commerciali superiori ai 250 metri. Una misura che l'amministrazione - sull'onda delle polemiche, anche nella maggioranza, per i nuovi insediamenti commerciali in arrivo o in discussione, a partire dal piano di riqualificazione Terrepadane - enfatizzò come l'attuazione della "moratoria commerciale" promessa in campagna elettorale a tutela dei negozi di vicinato. In attesa dei tempi tecnici per arrivare al voto di ieri, con l'approvazione definitiva della variante al Rue adottata il 10 settembre scorso, è maturata in Comune l'opportunità di dare alla proclamata "moratoria" una solidità giuridica che, nella versione originaria non aveva, con conseguente esposizione al rischio di pericolosi ricorsi legali. Così Tommaso Foti (Fdi), citando segnatamente una sentenza della Corte di Cassazione di fine 2018, ha spiegato l'osservazione da lui presentata nei mesi scorsi poi in ultimo ritirata a seguito della pubblicazione del suo contenuto (v. "Libertà" del 22 maggio scorso), ritiro giustificato con la volontà di «evitare interessate e basse speculazioni», aveva spiegato il leader di Fratelli d'Italia (v. "Libertà" del 23 maggio) dandone notizia per iscritto alla commissione Territorio il giorno stesso in cui la pratica urbanistica ha iniziato il suo iter consiliare. L'osservazione di Foti chiedeva di esentare dal vaglio del Consiglio gli insediamenti commerciali da 250 a 1.500 metri quadrati, ed era corredata di una serie di motivazioni, in primis il «ridimensionamento delle previsioni di sviluppo commerciale in generale» e l'opportunità di valorizzare «il commercio con medio-piccole strutture aventi superfici di vendita comprese fra i 251 e i 1.500 metri quadrati rendendo in tal modo più competitivo il territorio e maggiormente accessibile l'offerta commerciale». Meglio, dunque, esonerarle dal passaggio consiliare che ne «penalizza in modo significativo l'insediamento», era la conclusione che segnava una decisa marcia indietro rispetto al voto di otto mesi fa, che lo stesso Foti aveva salutato come «una modifica che va nel solco della democrazia, le responsabilità non saranno più in capo alla giunta, ma sarà il consiglio a decidere senza guardare a nomi e cognomi di chi presenta l'istanza» (v. "Libertà" dell'11 settembre 2018). La minoranza ha infilato il coltello nei cambi di passo di questi mesi. Luigi Rabuffi (Piacenza in Comune) lo ha definito «un bel pasticcio, ben diversa la moratoria sbandierata otto mesi fa». Sergio Dagnino (M5s) ha parlato di «marcia indietro», Massimo Trespidi (Liberi) di «ravvedimento» per cercare di mediare su un terreno, il commerciale, su cui «la maggioranza ha delle vedute differenti ed evidenti nodi politici». «Governate sulla base di slogan, siete voi che in campagna elettorale promettevate ai piccoli commercianti una moratoria che non si può mantenere, noi ve lo dicevamo e adesso dovete riconoscerlo», hanno dato man forte Giulia Piroli e Giorgia Buscarini, del Pd, che ha presentato un emendamento per abbassare a 400 metri quadrati il tetto delle attività commerciali sciolte dal passaggio consiliare: altrimenti «si lascia mano libera alla grande distribuzione», è la tesi della proposta bocciata dalla maggioranza (e da Andrea Pugni, del M5s) che con l'assessore all'urbanistica Erika Opizzi ha difeso «una pezzatura», gli 800 metri, ritenuta «non impattante sui piccoli negozi» e tale da concedere opportuna libertà di manovra a limitati ampliamenti di attività. Alle opposizioni, che sul provvedimento generale si sono divise tra astensione e non partecipazione al voto, ha replicato la maggioranza anzitutto con Foti. Il quale non se l'è presa soltanto con la minoranza, ma anche con "Libertà": «Asino chi scrive», è l'appellativo riservato a chi («Il signor Roccella», ha specificato) in questi giorni ha dato conto sul giornale dell'osservazione presentata e poi ritirata. Il leader di Fdi ha perorato la causa di un intervento a tutela della regolarità normativa delle procedure urbanistiche. Lo strumento individuato dell'accordo operativo è «pesante, l'unico strumento di moratoria», lo ha definito per sottolinearne la portata di filtro sul proliferare di nuove aperture commerciali. A spalleggiarlo sono stati Lorella Cappucciati (Lega) e Sergio Pecorara (Fi).

Salta l'emendamento dei Liberali Levoni (astenuto) si smarca dai suoi

IL NO ALL'ESAME DI LEGITTIMITÀ SUI SUPERMERCATI

Un altro strappo di Antonio Levoni dalla maggioranza. E' balzata agli occhi ieri in consiglio comunale l'astensione del capogruppo dei Liberali Piacentini sull'approvazione dello schema di Rue in esame. La frattura con il resto del centrodestra si è consumata su una proposta presentata dai Liberali e volta a sottolineare che il vaglio delle pratiche urbanistiche da parte del consiglio comunale è di «legittimità in relazione a quanto previsto dai vigenti strumenti urbanistici». Una proposta in direzione della posizione espressa in commissione da Levoni e poi  ribadita con una nota dall'associazione dei Liberali Piacentini, secondo cui «non è accettabile che venga istituito - per di più da una giunta di centrodestra - un "controllo politico" non previsto dall'ordinamento giuridico degli enti locali, il cui Testo Unico fissa invece analiticamente le competenze consiliari». Ebbene, a mettersi di traverso ieri alla proposta dei Liberali è stata Tommaso Foti (Fdi) che ne ha contestato l'ammissibilità perché non spetta al consiglio comunale alcuna valutazione di legittimità, tesi fatta propria da esponenti sia della maggioranza sia dell'opposizione. Foti ha perciò presentato una controproposta che, approvata dall'aula, ha fatto decadere quella dei Liberali. Di qui l'incidente diplomatico che rischia di far nascere un nuovo caso politico nella maggioranza. «L'istituzione di un "controllo politico" a proposito di un atto che venga portato in Consiglio dopo che ha ottenuto tutti i pareri di conformità alle previsioni urbanistiche e alle leggi è un fuor d'opera», scriveva l'associazione dei Liberali nella sua nota, «che trova la sua origine solo nel decadimento della funzione della politica e che dà luogo anzi, a proposito del nuovo controllo, a illazioni che non giovano alla credibilità delle Istituzioni, per la quale deve invece con impegno comune operare chiunque abbia a cuore le stesse».

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