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Regione

Strage di Bologna, 37 anni dopo documenti ancora inaccessibili; e' ora di fare luce su una pagina buia della storia del Paese

Numero: 5076
Soggetto: Assemblea

Per sapere, premesso che:- 

nell'anniversario della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 verrà realizzata, dall'Assemblea legislativa in collaborazione con l'Associazione tra i famigliari delle vittime, un'iniziativa dal titolo "Cantiere 2 agosto, 85 storie per 85 palcoscenici"; 

nel dépliant illustrativo della predetta iniziativa si legge "Quest'anno, 85 narratori, coadiuvati dal lavoro registico curato da Matteo Belli e dalla consulenza storica di Cinzia Venturoli, racconteranno le 85 storie delle vittime in diversi luoghi della città: un grande cantiere di narrazione popolare per celebrare il rito laico di una memoria attiva e partecipata che non vuole che non può dimenticare"; 

sul quotidiano il Tempo del 28 luglio 2017, il direttore Gian Marco Chiocci, firma un editoriale che inizia con queste parole "È giusto continuare a nascondere ai cittadini quanto accadde nel nostro paese nell'estate del 1980? A distanza di tanti anni, oggi che il regime di Gheddafi si è dissolto nel nulla e molti dei protagonisti politici italiani dell'epoca sono passati ad altra vita, sussistono esigenze di segretezza sul legame che legherebbe il terrorismo palestinese alla strage alla stazione di Bologna? Stando ai documenti del centro-Sismi di Beirut relativi al biennio '79-80 custoditi incredibilmente ancora sottochiave al Copasir verrebbe da dire di sì visto che la verità documentale stravolgerebbe completamente - e capovolgerebbe - la verità giudiziaria passata in giudicato. Verità giudiziaria, per quanto riguarda la pista palestinese, archiviata a Bologna dopo l'apertura di un'inchiesta a seguito di notizie rimaste coperte per più di vent'anni. Ma a 37 anni dal mistero dell'esplosione di Bologna escono dunque altre prove, clamorose, sulla «pista palestinese» opportunamente occultata dal nostro Stato e dai nostri servizi segreti per una indicibile ragion di Stato. Pista che si rifà alla ritorsione, più volte minacciata dai terroristi arabi, per la rottura del «Lodo Moro» (l'accordo fra i fedayn e l'Italia a non compiere attentati nel nostro Paese in cambio del transito indisturbato delle armi dei terroristi). Roba da far tremare i polsi."; 

nell'articolo pubblicato dal Tempo viene ripresa la cosiddetta pista "palestinese" tracciata in maniera organica, per la prima volta, dalla "Commissione parlamentare d'inchiesta concernente il «Dossier Mitrokhin» e l'attività d'intelligence italiana"; 

l'articolo del dott. Chiocci così prosegue: "Sconosciuti sono i risvolti internazionali della vicenda raccontata nei documenti ancora top secret in Parlamento che Il Tempo è oggi in grado di rivelare. Il palestinese Saleh era persona protetta dal Sismi in ottemperanza all'accordo segreto di cui sopra. Con le manette dei carabinieri all'arabo residente a Bologna, l'accordo segreto fra Italia e Palestinesi, il cosiddetto «lodo Moro» era da considerarsi violato."; 

a tal fine va ricordato come fin dai tempi della cosiddetta «Commissione Mitrokhin» era noto che il numero di telefono dell'abitazione del colonnello Stefano Giovannone (capocentro del SISMI a Beirut) fosse contenuto nell'agenda sequestrata a Saleh al momento dell'arresto e che proprio Giovannone, assieme all'allora direttore in carica del servizio segreto militare, ammiraglio Casardi, avevano firmato, in data 27 ottobre 1974, la lettera di garanzia di cui Saleh necessitava per restare in Italia, nonostante il decreto di espulsione ricevuto nel febbraio dello stesso anno; 

la notte fra il 7 e l'8 novembre 1979, vennero arrestati ad Ortona tre appartenenti ai "Comitati autonomi operai" (CAO) per il trasporto di due missili terra aria SA-7 Strela. I CAO erano un gruppuscolo appartenente alla galassia dell'autonomia operaia con forti legami con il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP), formazione marxista-leninista e filosovietica aderente all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), pur in dissenso con Arafat. Come risulterà dalle successive indagini i missili provenivano dalla nave Sidon e dovevano essere consegnati a Saleh che non aveva potuto procedere direttamente a ritirarli a causa di un guasto all'autovettura; 

il processo venne celebrato a Chieti nel gennaio 1980. I quattro imputati erano i tre CAO e Saleh. In sede di dibattimento pervenne al giudice una lettera dell'FPLP nella quale si attestava che i tre autonomi ed ovviamente lo stesso Saleh operavano per conto dell'FPLP e che i missili non erano destinati al teatro italiano, pertanto in base al lodo Moro si richiedeva l'immediata scarcerazione dei quattro e la restituzione dei missili; 

da parte italiana non vi fu riconoscimento alcuno dell'esistenza di detto accordo ed i quattro furono condannati per direttissima. Il 2 luglio 1980 si aprì, all'Aquila, il processo d'appello; 

detto processo segnò probabilmente uno dei momenti di maggior tensione fra l'Italia ed i palestinesi, a tal riguardo basta menzionare due documenti: 

- l'Appunto 002541 del Sismi, classificato come Riservatissimo, contenuto agli atti della Procura della Repubblica di Bologna avente ad oggetto "Minacce contro gli interessi italiani. Questione missili SA-7" recita testualmente "L'interlocutore del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ha comunicato al Rappresentante del SISMI a BEIRUT che si attende la preannunciata operazione (per la cui effettuazione, già pianificata, insistono l'attuale maggioranza estremista del "FPLP" ed imprecisati gruppi filo-libici e filo-siriani) per il periodo successivo al processo. Ha soggiunto, inoltre, che potrebbero aversi più operazioni coordinate e concomitanti con partecipazione di gruppi non palestinesi (forse italiani o spagnoli o tedeschi) in più Paesi tra cui l'Italia. Ciò allo scopo di evidenziare l'esteso potenziale offensivo del FPLP che le autorità italiane non avevano saputo o voluto prendere in considerazione."; 

- dello stesso tenore l'informativa diramata ai Questori dalla Direzione generale della Pubblica Sicurezza del Ministero dell'interno, a firma del Capo della Polizia (11 luglio 1980, n. 224/6661.III), avente ad oggetto "ABU Anzeh Saleh - detenuto" che recita testualmente "Per quanto di competenza, si comunica che fonte qualificata ha fatto conoscere che la condanna dell'arabo ABU Anzeh Saleh, ha determinato negative ripercussioni negli ambienti del F.P.L.P. e non viene escluso che, da parte della stessa organizzazione possa esser tentato, in qualche modo, una ritorsione nei confronti del nostro Paese ed intraprese azioni dirette anche a liberare il predetto straniero."; 

nel volume "I segreti di Bologna", di Valerio Cutonilli e Rosario Priore, ed. Chiarelettere, a pag. 261, viene riportata la copia fotostatica dell'ultima pagina del verbale d'interrogatorio di Silvio Di Napoli (addetto SISMI alle comunicazioni) nel quale il giudice Carlo Mastelloni avrebbe completato di proprio pugno il dattiloscritto aggiungendo un'ultima dichiarazione del teste: "Dopo la prima condanna inflitta agli autonomi e al giordano pervenne da Giovannone l'informativa secondo cui l'FPLP aveva preso contatti con il terrorista Carlos. Ciò avvallò la minaccia prospettata da Habbasc."; 

il 2 agosto 1980, entro fine mattinata, arrivava sul luogo dell'esplosione Federigo Mannucci Benincasa, capo del Centro SISMI di Firenze, assieme al colonnello di artiglieria Ignazio Spampinato che alle 14 dello stesso giorno riceveva dalla Procura bolognese l'incarico peritale; 

da notare che l'ufficio sismi di Firenze è lo stesso da cui partì la telefonata con la quale iniziarono i depistaggi sulla strage di Ustica e che il colonnello Ignazio Spampinato sarà poi incriminato per aver riferito a Mannucci Benincasa gli esiti ancora segreti delle perizie esplosivistiche; 

nella stessa giornata arriva a Bologna anche Alessandro Milioni, capo della divisione antiterrorismo di destra dell'Ucigos. In serata con un fonogramma trasmesso a tutte le questure italiane gli organi di polizia venivano invitati ad indagare sull'estrema destra; 

il 19 settembre 1980 un quotidiano svizzero, il "Corriere del Ticino", pubblicava un'intervista della giornalista Rita Porena nella quale un esponente palestinese affermava che nei campi di addestramento falangisti cristiano-maroniti alleati di Israele, si addestravano fascisti e nazisti europei, tra cui italiani e tedeschi. Da alcuni di questi individui fuoriusciti i palestinesi avevano saputo di un attentato che sarebbe avvenuto a Bologna. Dopo mesi di indagini la pista si rivelerà un depistaggio. A giudizio dei magistrati bolognesi si trattò di uno dei più gravi tentativi di inquinamento delle indagini sulla strage; 

il nome di Rita Porena, come ha rilevato il giudice istruttore Carlo Mastelloni nella sua sentenza-ordinanza del procedimento penale 204/83, era segnalato ai nostri organi di intelligence quale quello della persona che poteva rapidamente mettere in contatto le autorità italiane interessate e l'FPLP in caso di operazione terroristica che questo gruppo avesse, eventualmente, attuato contro obbiettivi italiani, "e ciò a causa dei buoni rapporti che la Porena intratteneva con Bassam Abu Sharif". Dalla deposizione del colonnello Giovannone al dott. Mastelloni risultò poi che la Porena, per un certo tempo, fosse a libro paga della nostra ambasciata a Beirut; 

i collaboratori della "Commissione parlamentare d'inchiesta concernente il «Dossier Mitrokhin» e l'attività d'intelligence italiana" hanno rinvenuto presso la questura di Bologna alcuni documenti da cui risultava la presenza in città, la mattina del 2 agosto 1980, di Thomas Kram; 

a conferma della presenza di Kram a Bologna e di come ne fosse stata data tempestiva notizia agli inquirenti, in sede di audizione da parte della "Commissione parlamentare d'inchiesta concernente il «Dossier Mitrokhin» e l'attività d'intelligence italiana" di mercoledi` 25 gennaio 2006, come risulta dal resoconto stenografico della 83ª seduta, il dott. Paolo Giovagnoli asserisce testualmente: "Kram era stato fatto oggetto, pochi giorni dopo la strage – non ricordo se l'8 o il 16 agosto – di una richiesta di informazioni da parte della DIGOS bolognese, la quale aveva notato, esaminando la lista degli ospiti negli alberghi di Bologna, la presenza di una persona che era stata segnalata come soggetto da controllare – come sappiamo – dal 1979, quando c'erano le ricerche tedesche. Per quello che mi hanno detto – poiché a me sembra di non avere ancora niente di scritto su questo argomento – il centro di Roma, che non ricordo se si chiamava Ucigos, rispose con altre informazioni dello stesso genere, ossia dove aveva dormito in precedenza o fatti di tal genere, e che era stato accertato che le notizie su Kram erano state riferite alla Procura della Repubblica di Bologna in una data – credo – intorno al 20 del mese di agosto"; 

nel già citato volume "I segreti di Bologna", alle pagine 268-269, viene riportata la copia fotostatica di due pagine tratte dagli archivi della Stasi nelle quali si delinea l'organizzazione del gruppo di Carlos. Nel rapporto redatto dalla Stasi si legge "Dopo i risultati operativi, le persone di seguito nominate sono membri permanenti del raggruppamento. Essi sono membri o sostenitori delle cosiddette «Cellule rivoluzionarie»". Il secondo nominativo a comparire nella lista è quello di "KRAM, Thomas"; 

al momento dell'arresto a Roma, il 9 gennaio 1982, Giovanni Senzani venne trovato in possesso di un appunto, scritto di suo pugno, che riassumeva i contenuti del colloquio avuto a Parigi con Abu Ayad, capo dei servizi segreti dell'OLP, in merito alle recenti azioni terroristiche avvenute in Europa, su mandato sovietico, per sanzionare la politica dei paesi europei in Medio Oriente. L'inchiesta veniva affidata al giudice Rosario Priore.; 

nella prefazione del volume "I segreti di Bologna", Rosario Priore scrive "Senzani annota uno dei tre attentati elencati da Ayad con la sigla "Bo", che io – in qualità di giudice titolare dell'inchiesta, che indagava sulle azioni compiute a Roma dalle Brigate Rosse a partire dal 1977 -, non senza sorpresa, interpreterò come un evidente riferimento alla strage avvenuta alla stazione ferroviaria di Bologna il 2 agosto 1980. Invio copia del documento ai colleghi emiliani che stanno indagando sulla carneficina. La notizia, tuttavia, non si rivelerà di alcuna utilità. A riconoscerne l'importanza sarà invece Carlo Mastelloni, il magistrato del Tribunale di Venezia che condurrà in modo esemplare l'istruttoria sul traffico di armi tra l'OLP e le Brigate Rosse. Altro fatto saliente. Poche settimane dopo , interrogo Roberto Buzzatti. Il brigatista pentito riferisce di aver assistito ad un incontro tra Senzani ed un certo Santini, un uomo del KGB vicino ai servizi italiani e legato ad una persona che conosce gli indicibili segreti della strage di Bologna"; 

Senzani non ha mai voluto fornire chiarimenti sull'appunto olografo. Silenzio assoluto anche sull'incontro avuto con Ayad a Parigi, nonché sul famoso Santini e sulla persona a conoscenza dei segreti della strage della stazione di Bologna;

il 18 giugno 1982, a Fiumicino, vienne arrestata Christa-Margot Frohlich. La terrorista tedesca, militante delle «Cellule rivoluzionarie», stando agli archivi della Stasi faceva parte del gruppo Carlos e sarebbe stata reclutata da Thomas Kram. Al momento dell'arresto la Frohlich era in possesso di una valigia contenente esplosivo Semtex e tre detonatori; 

nei giorni successivi all'arresto della Frohlich, Rodolfo Bulgini, dipendente del Jolly Hotel di Bologna, si presentava negli uffici della Digos sostenendo di aver notato una forte somiglianza fra una donna tedesca presente in albergo la notte tra il 1° ed il 2 agosto 1980 che all'arrivo in albergo avrebbe chiesto di recapitare una valigia in stazione; 

Bulgini veniva sentito dai magistrati inquirenti una prima volta il 22 giugno '82 ed una seconda il 7 luglio '82. Riferiva che la donna, con la quale si era soffermato a parlare, si sarebbe qualificata come una ex ballerina di discoteca della provincia, residente assieme al marito a Idice di San Lazzaro. Gli esiti negativi della Digos in merito all'indagine sulla presenza nella frazione di un'ex ballerina tedesca sposata con un assicuratore, anziché insospettire gli inquirenti, portò ad archiviare la pista ritenendola infondata; 

Rosario Priore, magistrato che indagò su Christa-Margot Frohlich a seguito dell'arresto avvenuto a Fiumicino, venne a conoscenza delle dichiarazioni rese dal Bulgini soltanto quando fu audito nel corso della commissione Mitrokin nel 2005. Sulla presenza a Bologna della Frohlich manca ogni tipo di riscontro alle parole di Bulgini perché né il garzone che avrebbe portato la valigia né altri dipendenti dell'hotel sono stati sentiti e non è stato dato seguito alla richiesta avanzata dalla commissione Mitrokin di accedere al registro delle presenze presso il Jolly Hotel della notte fra il 1° ed il 2 agosto 1980; 

nel 2005, sulla spinta di quanto emerso dalla "Commissione Mitrokin", la procura di Bologna apriva un fascicolo contro ignoti sulla pista palestinese. Nel 2011, subentrato nell'indagine il pm Enrico Cieri al collega Paolo Giovagnoli, iscriveva i nomi di Kram e della Frohlich nel registro degli indagati. Il 30 luglio 2014 il dott. Cieri depositava la richiesta di archiviazione. A suo giudizio l'insufficienza probatoria non elideva "la persistente ambiguità di un elemento di fatto e non compiutamente giustificato: la presenza a Bologna del terrorista tedesco Thomas Kram, esperto di esplosivi, la mattina del 2 agosto". 

venerdì 9 ottobre 2015, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri Ivan Scalfarotto, nel rispondere all'interrogazione urgente degli on.li Gianluca Pini e Fedriga n. 2-01106, in merito all'avvenuto rinvenimento, tra le macerie della stazione ferroviaria di Bologna, di un passaporto intestato a un tale professor Salvatore Muggironi, che non era deceduto né compariva nella lista dei feriti che avevano fatto ricorso a cure mediche presso gli ospedali di Bologna in seguito all'esplosione, nonché su due persone, estremiste di sinistra, che scrivevano sul medesimo periodico del professore, come risulta dal resoconto stenografico della Camera dei Deputati della Seduta n. 499, testualmente dichiarava: 

- "Le verifiche investigative effettuate dai carabinieri di Bologna e di Sorgono hanno riguardato tra l'altro la veridicità di alcune dichiarazioni del signor Muggironi circa il suo soggiorno a Bologna all'epoca della strage, nonché le circostanze dello smarrimento di alcuni beni personali del medesimo. In tale sede, è stato accertato che effettivamente il signor Muggironi, indicato dalla questura di Nuoro come appartenente ai gruppi dell'estrema sinistra di Aritzo, aveva soggiornato a Bologna dal 24 luglio al 2 agosto 1980, anche se non sono emersi riscontri circa la permanenza, da lui dichiarata, presso le strutture alberghiere citate nell'interpellanza. È stato verificato altresì che tra le macerie della stazione del capoluogo felsineo era stata ritrovata una borsa dello stesso Muggironi, contenente tra l'altro suoi effetti personali e documenti. Il tutto è stato riconsegnato al proprietario nel marzo 1981. Si sottolinea che, all'esito delle indagini svolte all'epoca, non sono emersi elementi."; 

- "si rappresenta che i signori Paba e Secci, il 21 novembre 1976, furono arrestati dalla polizia di frontiera olandese perché trovati in possesso illegale di armi ed esplosivi mentre erano diretti in treno in Germania. I due avevano con sé anche vari documenti, tra cui un elenco di soggetti appartenenti alle Brigate rosse e ad altre organizzazioni di matrice eversiva, nonché appunti contenenti riferimenti a «Giugno nero» e «Undici ottobre» e a tre nominativi arabi. Dopo l'estradizione, i predetti furono condannati per il delitto di detenzione e porto illegale di armi ed esplosivi a tre anni di reclusione e 500mila lire di multa, con sentenza irrevocabile emessa dal Tribunale di Oristano il 12 luglio 1978. L'Autorità giudiziaria non poté perseguire il Paba e il Secci per il reato di partecipazione a banda armata e dovette emettere una sentenza di non doversi procedere per assenza della condizione di procedibilità, in quanto l'Olanda aveva espressamente rifiutato l'estradizione per tale fattispecie."; 

- "si informa che i signori Paba e Secci nel 1980 erano componenti del comitato di redazione del periodico mensile «Barbagia Contro», sul quale, unitamente al signor Muggironi, firmarono alcuni articoli."; 

non si può escludere che ad usare il passaporto sia stata invece un'altra persona mai identificata; infatti l'uso dell'identità di un compagno "pulito", anche non consapevole, 

è una prassi consolidata nel mondo brigatista, come testimonia Mario Moretti che per recarsi a Parigi si serviva del documento di Maurizio Iannelli, all'epoca incensurato; 

l'on. Enzo Raisi, nel volume "Bomba o non bomba? Alla ricerca ossessiva della verità", ed. Minerva, Bologna 2012, e in una successiva intervista al Resto del Carlino raccontava di uno strano caso precedente al riconoscimento dell'ultima vittima, avvenuto soltanto il 12 agosto. Quando ormai all'obitorio era rimasta quell'unica salma, a detta di Raisi, il maresciallo Gianfranco Ceccarelli, il carabiniere di servizio all'obitorio, notava due giovani che si comportavano in maniera strana, una donna e un arabo, che alla vista della salma ebbero un soprassalto. Il sottufficiale si avvicinò per chiedere spiegazioni, ma la coppia fuggì improvvisamente seguita dal Ceccarelli e dal professor Giorgio Sabattini, ma i giovani riuscirono a dileguarsi; 

le parole dell'on. Raisi provocarono la reazione immediata di Sandro Padula, ex brigatista e marito di Christa-Margot Frohlich, che lo accusò di speculare sulla presenza di Mauro Di Vittorio fra le vittime dell'esplosione; 

il pm Cieri ritenne infondati i dubbi sollevati dall'on. Raisi su Mauro Di Vittorio in quanto, a seguito di successive indagini, il giovane risultava incensurato e semplice simpatizzante per il "movimento del '77", senza aver mai militato in Autonomia operaia, ma tuttavia accertava che l'episodio raccontato avvenne realmente, tanto è vero che all'istituto di Medicina legale se ne parla da sempre; 

sempre nel volume "I segreti di Bologna", Priore evidenziò poi il caso di Maria Fresu e del cadavere mai ritrovato. La Fresu sostava ad oltre cinque metri dalla zona dell'esplosione assieme alla figlioletta e a due amiche. Delle quattro solo una delle due amiche sopravvisse all'esplosione, ma il corpo della Fresu non venne mai ritrovato. A lei venne semplicemente attribuito un lembo facciale, peraltro con diverso gruppo sanguigno. Priore scrisse "Maria Fresu non si sarebbe potuta disintegrare. La tesi non appare sostenibile sotto il profilo scientifico. E a leggere gli atti, in effetti, nessuno sembra mai averla sostenuta. Le inferenze possibili, questa volta, non sono molte. La prima spiegazione è che la donna è rimasta effettivamente disintegrata, per cause non comprese da quanti difettano di adeguate conoscenze scientifiche. In tal caso, qualcuno avrebbe il dovere di renderle note. La seconda spiegazione, oggettivamente grave, è che all'appello manca un cadavere. In tal caso le ipotesi restano due. I soccorritori hanno smarrito una salma o perlomeno un cranio." oppure, concluse Priore "La restante spiegazione è che il 2 agosto 1980 qualcuno si sia precipitato a Bologna per inquinare la scena del crimine. Un fatto di inaudita gravità dovuto a ragioni che non devono essere banali. Maria Fresu è con assoluta certezza una vittima innocente della strage di Bologna e merita giustizia. La sparizione del suo cadavere, se realmente avvenuta, può essere dovuta solo ad un occultamento più ampio e che aveva necessariamente altre finalità. Ma un attentato, pianificato dal trasportatore dell'esplosivo e perfettamente riuscito, non rende necessario un inquinamento del genere. Scoprire chi o cosa doveva restare nascosto quella mattina è compito di quanti hanno a cuore la vertà sull'esplosione di Bologna."; 

il primo a sostenere pubblicamente l'ipotesi dell'esplosione accidentale fu l'on. Giorgio Pisanò, deputato missino e direttore del "Candido Nuovo". Nell'articolo che risale alla primavera 1981 l'on. Pisanò citò sia il FPLP sia l'arresto a Bologna di Abu Anzeh Saleh; 

tale tesi, circolata fin dai primi momenti in ambienti investigativi, poi ripresa dall'on. Pisanò, e seguita dal sen. Francesco Cossiga, fu scartata dai magistrati bolognesi per due ordini di ragioni logiche; la prima: il posizionamento sul tavolino della valigia, posizione ideale per massimizzare l'effetto dell'esplosione, ma anche posizione ideale per verificarne il contenuto, magari mentre la si consegnava ad altro corriere; la seconda: la regola di prudenza di non far mai circolare l'esplosivo assieme ai detonatori. Tuttavia, come detto precedentemente, Christa-Margot Frohlich, affiliata al medesimo gruppo terroristico di Kram, al momento dell'arresto era in possesso di una valigia che conteneva sia l'esplosivo che i detonatori; 

l'8 luglio 2008, in un'intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo e pubblicata a pagina 13 del Corriere della Sera, alla domanda "Perché lei è certo dell'innocenza di Mambro e Fioravanti per la strage di Bologna? Dove vanno cercati i veri colpevoli?" il Presidente Cossiga rispose testualmente "Lo dico perché di terrorismo me ne intendo. La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della «resistenza palestinese» che, autorizzata dal «lodo Moro» a fare in Italia quel che voleva purchè non contro il nostro Paese, si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo. Quanto agli innocenti condannati, in Italia i magistrati, salvo qualcuno, non sono mai stati eroi. E nella rossa Bologna la strage doveva essere fascista. In un primo tempo, gli imputati vennero assolti. Seguirono le manifestazioni politiche, e le sentenze politiche."; 

l'intervista di Cazzullo continuava con la domanda "Scusi, i palestinesi trasportavano l'esplosivo sui treni delle Ferrovie dello Stato?" ed il Presidente Cossiga rispondeva "Divenni Presidente del Consiglio poco dopo, e fui informato dai carabinieri che le cose erano andate così. Anche le altre versioni che raccolsi collimavano. Se è per questo, i palestinesi trasportarono un missile sulla macchina di Pifano, il capo degli autonomi di via Volsci. Dopo il suo arresto ricevetti per vie traverse un telegramma di protesta da George Habbash, il capo del Fronte popolare di liberazione della Palestina: «Quel missile è mio. State violando il nostro accordo. Liberate subito il povero Pifano»"; 

dalla Relazione Annuale del "Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica" (Doc. XXXIV, n. 1), trasmessa alle Presidenze delle Camere il 11 dicembre 2014, pagina 38, risulta che "Con altra missiva, del 28 agosto 2014, il direttore del DIS ha informato il Comitato che, essendo trascorsi i trent'anni previsti dall'articolo 39 della legge n. 124 del 2007, viene meno il segreto di Stato in merito ai rapporti SISMI-OLP, nell'ambito della vicenda della scomparsa dei giornalisti Italo Toni e Maria Grazia De Palo. Pur conservando una classifica di segretezza di livello elevato, i relativi documenti sono di nuovo sottoposti al regime normale di gestione dei documenti conservati negli archivi del comparto e potrebbero costituire oggetto di richieste di acquisizione avanzate dall'autorità giudiziaria ai sensi dell'articolo 256-bis del codice di procedura penale."; 

sebbene il segreto di stato sia stato rimosso, i documenti conservano una classifica di segretezza di livello elevato e di fatto sono accessibili soltanto alla magistratura inquirente. Resta, invece, il segreto di stato opposto al giudice Carlo Mastelloni sul traffico d'armi che vedeva coinvolti i palestinesi e le Brigate Rosse; 

sarebbe infine interessante che tra i narratori improvvisati, magari davanti all'Hotel Centrale, figurasse Thomas Kram, ove da un palchetto improvvisato poter udire la ragione della sua presenza a Bologna nella notte fra il 1° ed il 2 agosto 1980, nella prima versione cioè quella rilasciata in un'intervista al Manifesto (poi smontata verificando l'orario ferroviario) nella seconda, cioè quella resa al pm Cieri, che la considerò priva di riscontri oggettivi, o magari in una terza inedita che sveli finalmente i retroscena dell'attentato; 

se la Giunta regionale intenda intervenire sul Presidente del Consiglio dei Ministri affinché a 37 anni dalla strage, venga finalmente rimosso il segreto di Stato da quegli atti che possono contribuire a far luce su quel periodo buio della nostra storia e perché gli atti dopo essere stati desegretati vengano declassificati in modo che l'opinione pubblica possa venire a conoscenza di quanto effettivamente negli stessi contenuto.

Tommaso Foti


01/08/2017

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