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Regione (Archivio)

Violenza sulle donne, dati allarmanti in Emilia-Romagna; Foti: 'fenomeno da debellare con ogni mezzo, occorre piu' coordinamento tra istituzioni e piu' risorse per la prevenzione'

Data: 07/11/2017
Numero: 5551
Soggetto: Assemblea
Data Risposta: 14/03/2018

L'Assemblea Legislativa dell'Emilia-Romagna 

premesso che: 

il fenomeno della violenza sulle donne, che si manifesta attraverso varie forme, ha raggiunto livelli impensabili. Secondo l'Istat sono 7 milioni le donne che, nel corso della propria vita, hanno subito una qualunque forma di abuso. Nel 2016 le vittime di femminicidio sono state 120; 

le donne che avrebbero subito nella propria vita uno stupro sono più di un milione con la cadenza drammatica di 11 stupri al giorno, circa 4000 ogni anno. I dati sono però riferiti alle sole denunce presentate. Non vengono compresi, quindi, i dati relativi a reati non denunciati a causa della paura delle conseguenze, soprattutto nei casi di violenza domestica. I dati reali, quindi, sono ancora più sconfortanti; 

dai dati Istat 2014, ultimo dato disaggregato fornito regione per regione, nell'arco del quinquennio 2009-2014, l'Emilia - Romagna si classifica al sesto posto fra le regioni italiane in relazione alle violenze sessuali o fisiche registrate su donne di età compresa fra i 16 ed i 70 anni. In entrambi i casi, cioè sia in relazione alle violenze fisiche, sia alle violenze sessuali, i dati dell'Emilia-Romagna si collocano al di sopra della media nazionale; 

si stima che circa 3 milioni e mezzo di donne, nell'arco della propria vita, in Italia abbiano subito almeno un caso di stalking. Anche qui i dati risultano approssimativi a causa della scarsa propensione a denunciare il proprio persecutore. Poco più di 20 donne su 100 infatti denunciano i casi di stalking;

l'Italia è stato uno dei primi paesi europei a ratificare con la legge 27 giugno 2013, n. 77, la "Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica", altresì nota come "Convenzione di Istanbul". Tale convenzione, entrata in vigore nel 2014, impone obblighi legislativi ai Paesi contraenti con riferimento alla legislazione sulla violenza di genere; viene altresì menzionata la violenza domestica che include ogni genere di condotta violenta all'interno di una famiglia o di un'unità domestica, tra coniugi, ex coniugi o partner. Oltre il 60% delle violenze sessuali avviene, infatti, tra le mura domestiche; 

gli atti di violenza contro le donne comprendono, secondo l'articolo 3 della Convenzione, "tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danno sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella sfera pubblica che nella s'era privata";

la lettera della detta norma suggerisce di non sottovalutare comportamenti che erroneamente vengono declassati come "minacce" o "molestie" e che, invece, devono essere assolutamente perseguiti al fine di attuare un'azione di prevenzione per abbattere drasticamente il numero di stupri e di femminicidi; 

considerando la gravità del fenomeno, il Senato della Repubblica, in data 18 gennaio 2017, ha approvato la "Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere". Ai sensi della delibera istitutiva la Commissione ha un anno di tempo per presentare all'Aula la relazione conclusiva sul tema; 

nel corso della seduta del 27 settembre 2017 è stato audito, da detta Commissione Giorgio Alleva, Presidente dell'Istituto Nazionale di Statistica. Nel corso dell'audizione Alleva ha sottolineato come "Confrontando le stime del 2014 con quelle del 2006, si colgono alcuni segnali incoraggianti, che indicano una complessiva riduzione di tutte le forme di violenza subite e una maggiore propensione ad intraprendere percorsi di uscita dalla spirale della violenza. Tuttavia, permangono segnali fortemente negativi. Restano stabili le quote di donne vittime di violenza estrema (stupri e tentati stupri) e delle forme più efferate di violenza (uso o minaccia di usare una pistola o un coltello) (rispettivamente all'1,2% e 0,4%) e aumenta la gravità delle violenze sessuali e fisiche.". Sempre secondo il Presidente dell'Istat "Le forme più gravi di violenza sessuale sono più spesso riportate dalle donne straniere (7,7% di stupri/tentati stupri contro il 5,1% delle italiane). Nella maggior parte dei casi, la violenza subita da parte del partner, attuale o precedente, è iniziata nel Paese di origine (68,5%)..." ed ancora "Le straniere, inoltre, sono più spesso consigliate di sporgere denuncia (59% contro 31,2%) e accompagnate nel cammino di emersione della violenza, probabilmente anche in virtù del fatto che la loro rete sociale di riferimento è più ristretta di quella delle italiane e ciò necessariamente le spinge a cercare aiuto nei servizi. Prendendo, per esempio, solo le donne vittime di violenza ad alta gravità (schiaffi, calci e pugni, tentativi di strangolamento, soffocamento, minaccia o uso di armi, più violenza sessuale), il percorso di denuncia è consigliato ad una quota quasi doppia di straniere rispetto alle italiane (33% contro il 64%)."; 

ovviamente il degrado che ormai colpisce le periferie di molte nostre città favorisce fenomeni di violenza, soprattutto sulle donne, vista la carenza di controlli sul territorio. Tale fenomeno ha portato la Camera del Deputati ad istituire, con deliberazione 27 luglio del 2016, una "Commissione monocamerale di inchiesta sullo stato della sicurezza e del degrado delle città e delle loro periferie"; 

la Regione Emilia-Romagna interviene sul tema del contrasto alla violenza sulle donne (fisica, sessuale, psicologica edi costrizione economica) con la legge regionale 12 marzo 2003, n. 2 recante "Norme per la promozione della cittadinanza sociale e per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali", nonché sul versante della prevenzione con la legge regionale 27 giugno 2014, n. 6 recante "Legge quadro per la parità e contro le discriminazioni di genere" e la legge regionale 4 dicembre 2003, n. 24 recante "Disciplina della polizia amministrativa locale e promozione di un sistema integrato di sicurezza"; 

in particolare la legge regionale 4 dicembre 2003, n. 24 all'articolo 3 (Promozione del coordinamento in materia di sicurezza pubblica e polizia amministrativa), prevede che la Regione "promuove accordi con lo Stato in materia di sicurezza delle città e del territorio regionale" e "sostiene accordi tra le autorità provinciali di pubblica sicurezza e i Comuni" privilegiando "le aree problematiche che maggiormente richiedono l'azione coordinata di più soggetti pubblici, fra cui le violenze e le molestie sessuali, la violenza familiare, lo sfruttamento e la violenza sui minori...". Il comma 3 dello stesso articolo prevede che ai fini della promozione e dello sviluppo degli accordi precedentemente citati "il presidente della Regione convoca periodicamente e presiede una conferenza composta dai sindaci dei Comuni capoluogo, coadiuvati dai rispettivi comandanti dei corpi di polizia municipale, e dai presidenti delle Province";

impegna la Giunta regionale

a provvedere la convocazione di un incontro con le parti interessate alla risoluzione di questo fenomeno, a partire dai sindaci e dalle autorità di pubblica sicurezza, al fine di individuare misure atte a contrastare efficacemente la recrudescenza dei fenomeno della violenza sulle donne nei comuni colpiti dal degrado e da questa grave piaga, a partire da quelli in cui si registra il maggiore indice di presenza di immigrati; 

a stanziare maggiori risorse economiche da attribuire al fondo regionale per la prevenzione di questa fattispecie di reato anche con l'obiettivo di sostenere gli accordi di cui all'articolo 3, comma 1, della legge regionale 4 dicembre 2003, n. 24 e s.m.i., tesi a contrastare le violenze e le molestie sessuali, la violenza familiare, lo sfruttamento e la violenza sui minori; 

a sollecitare il Governo, attraverso la Conferenza Stato - Regioni, affinché intervenga al fine di incrementare il controllo da parte della pubblica sicurezza soprattutto nelle aree più degradate delle città e di imporre precise direttive per non sottovalutare segnalazioni di violenza domestica e di stalking.

Tommaso Foti

La risoluzione è stata respinta nella seduta dell'Assemblea Legislativa del 14 marzo 2018

DIBATTITO IN ASSEMBLEA LEGISLATIVA

OGGETTO 5551

Risoluzione per impegnare la Giunta a porre in essere azioni, coinvolgendo anche i Sindaci e le Autorità di pubblica sicurezza, volte ad individuare misure atte a contrastare efficacemente la recrudescenza del fenomeno della violenza sulle donne nei comuni colpiti dal degrado e da questa grave piaga, a partire da quelli in cui si registra il maggiore indice di presenza di immigrati, a stanziare maggiori risorse economiche da attribuire al fondo regionale per la prevenzione di questa fattispecie di reato anche con l'obiettivo di sostenere gli accordi di cui all'articolo 3, comma 1, della legge regionale 4 dicembre 2003, n. 24 e s.m.i., tesi a contrastare le violenze e le molestie sessuali, la violenza familiare, lo sfruttamento e la violenza sui minori, sollecitando inoltre il Governo, attraverso la Conferenza Stato-Regioni, affinché intervenga al fine di incrementare il controllo da parte della pubblica sicurezza soprattutto nelle aree più degradate delle città e di imporre precise direttive per non sottovalutare segnalazioni di violenza domestica e di stalking. A firma del Consigliere: Foti

(Discussione e reiezione)

 

PRESIDENTE (Saliera): Oggetto 5551, a firma del consigliere Foti.

Discussione generale.

Consigliere Foti ha la parola, prego.

 

FOTI: Presidente, nel frattempo mi corre l'obbligo di dire che su questa risoluzione la consigliera Gibertoni mi aveva annunciato un emendamento, che non so se sia stato presentato. Io ero d'accordo ma penso che lo stia riconfezionando. Non voglio rinviare, illustro sommariamente la risoluzione già dichiarando che, avendo letto l'emendamento in fase di stesura della consigliera Gibertoni, ero favorevole. Ma questa risoluzione ha indubbiamente…

 

PRESIDENTE (Saliera): A noi non è stato consegnato nulla.

 

FOTI: Infatti probabilmente aveva calcolato i tempi ordinari. Al di là di questo, io penso che il tema affrontato in questa risoluzione sia molto di attualità e parecchio delicato, diciamo che troppo spesso diventa argomento dei media a seguito di un fatto delittuoso e poi svanisce dalla nostra mente.

Il legislatore è intervenuto in più occasioni anche con provvedimenti di legge, che hanno elevato la sanzione penale, ma probabilmente vi è anche qualcosa di più e di diverso nella società che forse non funziona, perché la violenza alle donne rappresenta oggi una costante della vita quotidiana rispetto a quella che prima poteva essere una eccezione. Tra l'altro, quando parliamo di questo argomento, non dimentichiamoci che ne parliamo, ma abbiamo davanti a noi solo i fatti denunciati a fronte di una parte significativa di episodi di violenza che non vengono denunciati o addirittura di querele presentate e poi ritirate, forse nell'illusione che si trattasse soltanto di una vicenda particolare e non di un fatto comportamentale di sistema. Io penso che la risoluzione chieda, quindi, di meglio finalizzare alcune norme di legge e forse qui non è soltanto un problema di codice penale, ma anche di codice di procedura penale, perché molto spesso, anche di fronte a situazioni che non hanno possibilità di equivoco, vi sono degli spazi procedurali per i quali, spesso e volentieri, si va a rinvio su rinvio della decisione, anche di primo grado, e non oso dire cosa capita quando mancano pochi mesi alla prescrizione. Perché noi dobbiamo tenere presente che, se facciamo le leggi, ma poi alla fine la pena, quando deve essere irrogata, non può essere irrogata, ci siamo presi in giro, perché il primo titolo è "condannato a cinque anni", passati sette anni, è un titolino "assolto per prescrizione". Vi devono essere dei reati che prevedono una procedura talmente ristretta, per i quali il termine della prescrizione è tecnicamente impossibilitato a scattare.

In secondo luogo io penso che sia giusto che si attivino tutte quelle realtà e si contribuisca, anche economicamente, a sostenere tutte quelle realtà che sui territori si occupano sia della fase della denuncia, sia anche della fase, ad esempio, della gestione di un tema che molto spesso viene liquidato male in questo Paese, perché l'affidamento dei minori ai servizi sociali dovrebbe essere l'ultima delle possibilità. Spesso e volentieri, anche per carenza di strutture intermedie che si occupino della situazione, diventa quasi un automatismo. Ma non dimentichiamoci che per quei minori già è stato un dramma ciò che hanno vissuto, ma il distacco dalla componente unica rimasta (quella del genitore leso), porta ad un'ulteriore vicenda, a mio avviso, drammatica e traumatica. Io ho sempre detto che, anche nelle cause di separazione, non bisognerebbe fare a cuscinate con i bambini, perché i problemi dei genitori dovrebbero essere distinti dal volerci mettere in mezzo i minori quasi come arma di ricatto, ma in queste vicende, a maggior ragione, la figura del minore va tutelata secondo non soltanto le norme di diritto, ma anche le norme di buonsenso che spesso e volentieri invece mancano. A volte mancherebbe poco per evitare alcuni provvedimenti e torna più comodo invece, vuoi per impossibilità reali, vuoi per a volte inerzie deprecabili, che diventino degli automatismi di affidamento ai servizi sociali.

Infine io penso che, ad esempio, alcune politiche che sono state assunte dagli enti locali, ne dico una per tutte: i cosiddetti "parcheggi rosa", hanno contribuito minimamente in alcune zone a rendere più agevole ad esempio il parcheggio dell'auto in zone degradate, almeno dove vi fosse una sufficiente illuminazione. Però, a mio parere, soprattutto nelle aree periferiche, ma ormai dico anche centrali di alcune città, anche quelle di provincia che una volta non avevano minimamente di questi problemi, è necessaria una politica ad hoc attraverso sia il potenziamento dell'illuminazione, degli impianti di videosorveglianza e quant'altro. Non è mica possibile che nei parcheggi dei supermercati avvenga il 70 per cento di questi casi. Ora noi non possiamo responsabilizzare le persone ad intervenire, perché ormai questa spesso e volentieri è una società dello "scansa-morto": vedi uno per la strada che sta male, guardi dall'altra parte, così arrivi prima, però un livello di responsabilità lo Stato sul tema non può non darselo. E quando dico lo Stato, dico anche rispetto alle misure di prevenzione. Ogni due giorni qui tiriamo fuori una norma: una volta il DASPO, una volta una cosa, una volta l'altra, una volta le misure precauzionali di allontanamento, ma non ce n'è una che alla fine abbia funzionato. Chi viola queste norme, poi, se si trova alla fine impunito... Tenete presente che, ad esempio, sul reato di stalking, la pena è tosta, il problema è che, se non viene mai applicata, stiamo parlando di niente! Se poi ogni volta troviamo – lo dico anche un po' amaramente – fior fiore di professionisti che, ogni volta che devono fare una perizia, dicono che la persona in quel momento era incapace di intendere e di volere, allora chiudiamo la partita. Io non so se uno è capace di intendere e di volere solo in certi momenti. Può darsi che vi sia una componente di questi casi, ma secondo me spesso e volentieri vi è un abuso di queste valutazioni, che poi diventano degli escamotage per far finire a "tarallucci e vino" un atto che io definisco "criminale".

Il senso di questa risoluzione è tutta qui, io mi appello all'Assemblea per la sua eventuale approvazione.

 

PRESIDENTE (Saliera): Grazie, consigliere Foti.

La parola alla consigliera Mori, prego.

 

MORI: Grazie, presidente. Come diceva il collega Foti, c'è qualcosa che non va nella nostra società e direi che non va a partire dal Neolitico, quando sostanzialmente sui temi della forza fisica e poi dell'oppressione e della sopraffazione del maschile sul femminile si è generata una relazione fondamentalmente patriarcale tra uomini e donne. Gli effetti di un fenomeno che è assodato trasversalmente fra tutti gli intellettuali e nella letteratura in materia, sono oggetto di contrasto in modo molto forte, molto potente, sia dal punto di vista culturale che anche fattuale, ma– come diceva il collega Foti – si evidenziano pecche di organicità negli strumenti adottati. Queste pecche non riguardano certo la Regione Emilia-Romagna, come oggettivamente i dati ci dicono e rappresentano. Sono dati che abbiamo avuto modo di apprezzare in Commissione parità con l'audizione della presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere, la quale smentisce un tratto di approccio che mi sembra di avere colto nella risoluzione del collega Foti, apprezzabile in alcuni spunti, soprattutto quando chiede maggiori risorse per il contrasto, perché ovviamente, di fronte alla richiesta di maggiori risorse, siamo tutti d'accordo. Resta però un tratto di fondo che chiede più sicurezza pubblica, un investimento sulla sicurezza pubblica che pone il tema degli stranieri quale snodo su cui ragionare, quando in realtà i riferimenti dei dati trasmessi dalla Commissione parlamentare d'inchiesta che ha deliberato la sua relazione finale, ci dicono che il 62,7 per cento degli stupri è commesso da partner attuali o precedenti e quindi il tema di una sicurezza pubblica viene a ridimensionarsi alquanto. A meno che noi pensiamo di inserire nuclei di polizia all'interno delle camere da letto, all'interno delle famiglie, all'interno delle nostre case.

Il tema è molto più profondo, è un tema che certamente passa anche dal dotarsi nelle nostre città di elementi e di strumenti di prevenzione (l'illuminazione, l'organizzazione della nostra vita, dei presìdi nei luoghi pubblici), ma sui temi della violenza contro le donne la Convenzione di Istanbul, approvata e acquisita all'unanimità dal Parlamento nazionale, ci dice che l'approccio deve essere di mainstreaming: un approccio che va oltre l'occuparsi e il preoccuparsi della sicurezza in termini penalmente rilevanti, del Codice penale e di procedura penale, ove io confido e chiedo a coloro che saranno parlamentari anche un impegno in questo senso, che sia inserito il reato di femminicidio. È questo è un aspetto marginale rispetto, invece, alla trasversalità delle azioni che dovremmo porre in essere a prevenzione e contrasto della violenza sulle donne. Anche perché, in termini di presidio pubblico del fenomeno, noi abbiamo ad esempio in Emilia-Romagna un'organizzazione capillare di tavoli provinciali, in cui siedono non soltanto le istituzioni, non soltanto le agenzie educative, i servizi sociali e territoriali, ma anche e soprattutto le forze dell'ordine che, ad esempio, sempre di più affrontano corsi di formazione rispetto alla violenza contro le donne, perché anche il tema della cultura e della consapevolezza della delicata questione della violenza, che spesso si sviluppa tra relazioni affettive, è un elemento di competenza che non tutti hanno acquisito e che devono essere acquisite, magistrati compresi. Tant'è che la sottosegretaria alla Presidenza ha sottoscritto, anche con la magistratura, un protocollo per la formazione dei magistrati nella trattazione dei procedimenti e delle procedure di violenza contro le donne. Ad esempio, a volte la sottovalutazione dei segnali di denuncia e la non-considerazione del contesto endo-familiare o extra-familiare mette in pericolo, in modo a volte irreparabile, le donne che fanno denuncia; le poche donne che fanno denuncia, perché sono il 7/10 per cento a seconda delle regioni. Su numeri così bassi e relativi, dovuti all'assenza di un'affidabilità del sistema a raccogliere le denunce e a preservare le donne da questo destino, è chiaro che molte donne decidono di affrontare individualmente questo malessere, a volte anche per anni, che non è solo fisico, ma anche di carattere psicologico ed economico e quindi la declinazione della violenza è una declinazione – come diceva bene il collega Foti – molto delicata, da incasellare in un sistema di strumenti adeguati ad affrontare il fenomeno. L'unica cosa certa è che non c'è una sola soluzione, ma c'è una organicità e molteplicità di soluzioni che vanno tutte messe in campo. Inoltre è smentita la considerazione secondo la quale le donne extracomunitarie in qualche modo sono oggetto di una maggiore violenza, nel senso che tra le straniere risulta più frequente la violenza contro le moldave, rumene, ucraine (37 per cento, 33 per cento, 30 per cento). Questo per dire che non dovrebbe mai essere data una lettura per cercare delle semplici vie d'uscita etniche, culturali o di identificazione, perché quello che ci tengono a dire i centri antiviolenza, coordinati dalla rete DIRE nazionale, centri che hanno presidiato il fenomeno da anni e anni anche quando vi era un'indifferenza generale e uno Stato che non se ne rendeva conto, è che non esiste un prototipo, non esiste uno stereotipo di uomo e maschio violento. Tanto è vero che anche il servizio per uomini maltrattanti attivato in Regione Emilia-Romagna ci restituisce questo aspetto: la trasversalità di classe sociale, culturale, di professionisti e di etnie coinvolti in questo fenomeno così odioso.

Rispetto al dato dell'investimento in risorse credo che la Regione Emilia-Romagna, con i 4 milioni di euro nel triennale, abbia dato un segnale forte e così i bandi da 1 milione di euro per le associazioni, i Comuni, le università, le agenzie educative e anche le imprese; perché anche le imprese possono, all'interno dei loro organici, promuovere politiche di prevenzione e contrasto e di inclusività. Con le risorse investite dalla Regione Emilia-Romagna un apporto significativo si è dato. È chiaro, il fenomeno non è completamente emerso, anzi è molto sommerso e molto più grave di quello che noi immaginiamo, questo è l'unico dato certo che noi possiamo fornire accanto alla bontà di un investimento trasversale. Credo dunque che non ci siamo per le premesse un po' stringenti in termini di sicurezza in termini di prototipi di violenti, in termini di verità rispetto alle cose che sappiamo, che abbiamo appreso e che sono state oggetto di verifiche puntuali all'interno della Commissione.

 

PRESIDENTE (Saliera): Grazie, consigliera Mori.

Intanto è pervenuto l'emendamento 1 a firma della consigliera Gibertoni.

La consigliera Gibertoni ha chiesto la parola, prego.

 

GIBERTONI: Grazie, presidente. Questa risoluzione del consigliere Foti corrisponde anche ad una visione in questo senso comune rispetto ad una precedente risoluzione, che ricordo di aver proposto sul tema e quindi ho pensato di riprendere parte di quella proposta e di presentarla come emendamento alla risoluzione in discussione oggi.

È vero che sono problemi che non si possono affrontare sotto un unico aspetto e neanche soltanto con una misura securitaria e neanche soltanto con l'idea della prevenzione; passano dalla cultura diffusa, dalla distrazione dei media, tema che molto spesso abbiamo portato in Commissione su cui anche le istituzioni dovrebbero farsi carico di dare un orientamento stringente – mi permetto di dire – perché ogni distrazione potenzialmente causa ricadute negative molto più ampie di quanto probabilmente, anche chi si occupa di narrazione mediatica, si rende conto. C'è il tema delle agenzie educative, che potrebbero fare molto sempre in una collaborazione più ampia rispetto al tema e che a volte si trovano o senza fondi o senza preparazione, senza la giusta formazione, senza il giusto indirizzo. Poi certamente c'è la questione della sicurezza e c'è anche il fatto che il problema non è recente. Non è emerso completamente e non è neppure recente. Questa ovviamente non può essere una giustificazione, perché bisognerebbe tendere verso un'evoluzione che fa tesoro delle distrazioni e di ciò che veniva passato sotto silenzio in altre epoche, in altre fasi e che quando raggiunge invece una sensibilità più ampia possibile e una direzione, che dovrebbe essere abbracciata nel modo più trasversale possibile, credo che sia quello il punto in cui nessun tipo di distrazione dovrebbe essere più tollerata. Quindi anche questa risoluzione troverà il voto favorevole del Movimento 5 Stelle, perché è una risoluzione che chiede cose che ci sembrano andare in una direzione, che dovrebbe vederci tutti uniti

L'emendamento, che presento, riprende parte di quella proposta e chiede che, anche in sede di Conferenza Stato-Regioni, la Regione possa invocare norme legislative nazionali più stringenti, rendere più incisive e veloci le azioni coercitive che contribuiscono alla certezza della pena, evitare che trascorra un lungo lasso di tempo prima che la magistratura agisca a favore delle persone che sono oggetto di minaccia o di pericolo, oppure anche di stalking e quindi non sottovalutando i segnali che portano a dire che di stalking o di minaccia si tratta. Non sottovalutarli, non distrarsi, non dire che sono cose che invece bisogna accettare come date, che bisogna normalizzare, che bisogna naturalizzare, quando non hanno nulla di normale, se crediamo in un normale processo evolutivo noi. Se invece diciamo che ci sono e che non si possono affrontare, in un modo o in un altro – questo è vero – non basta soltanto uno strumento, ma il ruolo delle istituzioni è anche quella fatica, quel dovere che certamente questa Regione può fare (e fa) per poter mettere a sistema quello studio che ci porta a dire poi come si possono attivare tutti quegli aspetti che ci aspettiamo, a domino, possano oggettivamente ridurre, contenere, non distrarsi rispetto ad un fenomeno che può avere recrudescenze.

Si chiede anche di definire un sostegno economico ed un reinserimento lavorativo e sociale per quelle persone che subiscono violenza di genere. Questo è cruciale: l'idea del reinserimento lavorativo e sociale, della piena autonomia di chi si trova in situazioni invece di dipendenza, anche economica, e deve subire situazioni d'ombra, situazioni che non hanno nulla di normale, perché non saprebbe, diversamente, come vivere è prima responsabilità delle istituzioni e di chi si occupa della nostra sicurezza, della sicurezza dei cittadini, di sventare, di aprire, di caricare di prospettive nuove, di caricare di senso nuovo. Quindi questo è quello che chiedo con l'emendamento, anticipando un voto favorevole complessivamente alla risoluzione in discussione.

 

PRESIDENTE (Saliera): Grazie, consigliera Gibertoni.

Non ho più iscritti in discussione generale, aprirei la discussione generale sull'emendamento. Cinque minuti per consigliere.

Prego, consigliere Foti.

 

FOTI: Come ho già detto, accolgo l'emendamento della consigliera Gibertoni, tuttavia alla presidente Mori mi corre l'obbligo di dare due precisazioni.

La prima. I dati riferiti all'Emilia-Romagna non sono fonte di una mia elucubrazione mentale, sono citati e sono fonti ISTAT. Quindi lei può smentire l'ISTAT, ma è inutile che smentisca me. La fonte credo che sia, sotto questo profilo, sufficientemente autorevole.

In secondo luogo, tutto quanto è qui scritto – la ringrazio di avermi detto che c'è stata una relazione, l'ho anche letta – è preso dagli atti di quella Commissione, quindi non vi è un elemento di interpretazione politica. Compreso il fatto della violenza nelle città, perché, se non vi fosse stato questo, non si capirebbe perché vi è stata la costituzione nel 2016 di una Commissione monocamerale d'inchiesta sullo stato della sicurezza e del degrado delle città e delle loro periferie (Camera dei deputati, 27 luglio 2016).

Detto tutto questo in fatto e quindi eviterò, per carità di patria, di dire chi è l'autore di questa risoluzione, perché, se dovessi dire l'autore, probabilmente chi l'ha criticata si troverebbe in difficoltà politica, ma la presidente Mori mi ha messo in bocca la questione degli extracomunitari che non è affrontata in questa risoluzione. Vi è un errore di concetto, se me lo consente, consigliera Mori, perché io, non a caso, al primo punto della mia risoluzione parlo di "immigrati", lei poc'anzi ha fatto riferimento alla comunità moldava che tecnicamente dovrebbe essere definita sia "immigrata" che "extracomunitaria", ma, proprio perché l'immigrazione è anche di livello europeo, correttamente in buon italiano, oltre che in diritto, ho utilizzato il termine «immigrati» e non «extracomunitari» essendomi nota la differenza sul punto.

 

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