Data: 24/03/2012
L'essermi astenuto sul voto di fiducia richiesto dal Governo Monti sul decreto legge riguardante disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività, merita di essere spiegato ai lettori-elettori.
Evidenzio, innanzitutto, che la Camera dei Deputati dall'iter legislativo del detto provvedimento è stata del tutto espropriata, atteso che lo stesso è stato trasmesso dal Senato della Repubblica pochi giorni prima della sua obbligata conversione in legge.
Alla Camera, dunque, non è stata data la possibilità di apportare modifica alcuna, nonostante la tempestiva segnalazione della Ragioneria Generale dello Stato del fatto che alcune disposizioni di legge introdotte al Senato risultavano prive di copertura finanziaria.
Prescindendo dalle predette valutazioni di tipo formale, per altro affatto irrilevanti, rimangono numerose riserve politiche su di un testo legislativo che pare volere far pagare i costi dell'attuale crisi a quelle categorie economiche che, tradizionalmente, rappresentano il bacino elettorale del centro-destra.
La riprova la si ha nel fatto che un provvedimento che avrebbe dovuto prevedere liberalizzazioni a tutto campo nulla dispone rispetto al mercato del lavoro (il tema delle eventuali modifiche all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non è qui minimamente affrontato), né a quello delle locazioni ad uso abitativo o ad uso diverso (ingessate da una normativa figlia del compromesso storico di fine anni '80), né si preoccupa di realizzare una competitività vera nell'ambito dei servizi pubblici locali, i cui abnormi costi si abbattono sui cittadini.
In sintesi, il provvedimento in materia di liberalizzazioni che la Camera ha votato - e che tra poche ore sarà legge - lungi dall'inaugurare una stagione di riforme e progresso per l'Italia, tradisce l'essenza e l'anima liberale che dovevano essere la stella polare del Governo Monti.
La legge sulle liberalizzazioni, così come oggi elaborata e strutturata, più che un'epocale riforma assume le sembianze di un intervento di riordino, di manutenzione di settore, eccezione fatta per quelle norme - ispirate da un sinistro sadismo ideologico - volte a colpire il mondo delle libere professioni e del commercio. Certamente, non possiede, però, lo slancio - né potenziale, né reale - verso quella direzione di riforma dell'ingessato e non competitivo sistema italiano.
Dopo tante belle e professorali parole, dal Governo Monti ci si attendeva un poderoso e incisivo intervento di legificazione che riducesse i tanti ed eccessivi vincoli, spesso contraddittori e inutili, che ostacolano il lavoro e la crescita delle imprese e pongono a carico dei cittadini oneri insostenibili, specie nei confronti delle famiglie con redditi bassi. Ma purtroppo così non è stato.
Basti pensare al tirocinio professionale ridotto a 18 mesi, senza però alcun coordinamento con le norme previste per i commercialisti dalla Comunità europea: abbiamo così una direttiva europea che prevede 36 mesi per la revisione legale dei conti e quella approvata ieri che invece prevede 18 mesi. Ora i commercialisti corrono seriamente il rischio di fare due esami distinti, il secondo a distanza di 18 mesi dal primo.
Per non dire dell'assalto vero e proprio alla professione forense che, nonostante il rilievo costituzionale alla stessa attribuito, viene mortificata non risultando minimamente garantito il rispetto del principio della personalità della prestazione, sacrificato infatti sull'altare della forma societaria.
A tacere della sfacciataggine, tutta professorale, volta a spacciare per epocali liberalizzazioni l'apertura di 4.000 o 5.000 nuove farmacie e l'aumento di 1.500 unità del numero dei notai!
In compenso, con un'alzata d'ingegno dagli effetti autolesionistici speciali, viene riconosciuta la possibilità dell'apertura degli esercizi commerciali 24 ore su 24: un enorme regalo per quella grande distribuzione che già detiene il 70% della quota di mercato (il che, più che alla libera concorrenza, mi porta a pensare all'imminente formarsi di oligopoli) e che, nei prossimi cinque anni, rischia di determinare la chiusura di 100.000 imprese commerciali.
Insomma, da un Governo che si compiace per l'asserita credibilità internazionale acquisita è lecito aspettarsi qualcosa di più: proprio in questi giorni, ad esempio, l'Inghilterra di Cameron ha lanciato una vera e propria riforma in tema di liberalizzazione del mercato del lavoro che ha chiamato "mutualization".
In ragione della stessa gli inglesi intendono ridurre i dipendenti pubblici dal 3,5 per cento al 2,5 per cento, attraverso la fuoriuscita dal settore pubblico verso settori privati che avranno la gestione in convenzione degli stessi servizi. È evidente l'intento degli inglesi di fare ritrovare efficienza ed efficacia alla loro pubblica amministrazione che, anche lì, appare inadeguata e costosa.
Gli inglesi, però, lo fanno attraverso una riforma rivoluzionaria e coraggiosa di Cameron, qui siamo ancora ai pannicelli caldi di Monti.
da Libertà
