Camera

«Ecco gli anni in cui i giornalisti
strizzavano l'occhio alle Br»

Data: 23/10/2010

«Il vizio di fondo della sinistra è quello di sentirsi immacolata. E lo dimostra il fatto che non ha mai fatto i conti con il suo passato, con quel periodo in cui guardava con simpatia a fenomeni di lotta armata». Così Michele Brambilla ha presentato giovedì sera a Fiorenzuola il suo libro dal titolo L'eskimo in redazione. Un incontro promosso per iniziativa della fondazione No Reds, presieduta da Paola Pizzelli del Pdl. L'on. Tommaso Foti ha coordinato la serata, che ha visto anche l'intervento dell'inviato del Giornale Stefano Zurlo (volto noto anche per la partecipazione ad Annozero e a Pomeriggio sul Due come cronista giudiziario).
Il dibattito, che si è tenuto di fronte ad una platea numerosa, riunita all'auditorium San Giovanni, si è sviluppato attorno ai tanti temi che emergono nel denso volumetto che Brambilla scrisse vent'anni fa. Era il ?91 e il giornalista (oggi inviato de La Stampa) aveva solo 32 anni e lavorava al Corriere della sera. Andò a ripescare le cronache dei quotidiani degli anni ?70, gli anni dello stragismo ma anche delle Brigate Rosse. «Il libro non è smentibile, perché riportai quello che i giornali avevano scritto allora. Dati non smentibili. Il titolo lo scelsi facendo metaforicamente riferimento alla "divisa" degli extraparlamentari di sinistra che costituirono terreno fertile per la formazione della lotta armata». «Laddove c'è divisa - avverte Brambilla - c'è conformismo. E il conformismo fu soprattutto quello di una sinistra radical chic che egemonizzava la cultura in Italia. Non dimentichiamo che i giornali, almeno fino al rapimento e all'assassinio di Moro, parlavano di "sedicenti Brigate Rosse" (come se dietro di loro si nascondessero servizi segreti internazionali, o i famosi poliziotti travestiti). Si operò un'enorme mistificazione in spregio ai fatti». Brambilla sottolinea al contempo le eccezioni: «C'è chi l'esame di coscienza lo fece, come Rossana Rossanda, che sul Manifesto scrisse un coraggioso articolo intitolato Album di famiglia dove riconosceva che i giovani delle Br venivano appunto dall'album di famiglia della sinistra». Ma Brambilla cita poi le decine e decine di registi, docenti universitari, direttori di giornali, architetti e intellettuali che condannarono il commissario Calabresi, accusandolo della morte dell'anarchico Pinelli e «armando la mano delle Br che poi uccisero Calabresi. Fu violenta la campagna di stampa contro di lui. E nessuno, eccetto due intellettuali, ha mai chiesto scusa».
d. m.

facebbok

Rassegna Stampa

TommasoFoti
powered by Blacklemon Srl