Nonostante il parere negativo degli uffici, la delibera passa nella commissione 2
Le opposizioni: «Frattura tra politici e tecnici»
La proprietà dei rivi urbani -cioè
quel dedalo di canali sotterranei
che una volta fungeva da rete fognaria - appartiene al Comune. Nonostante il parere negativo degli uffici
(regolarità contabile, tecnica e giuridica), la commissione 2 ha approvato ieri la delibera, presentata dai
capigruppo di maggioranza, che
chiedeva di "confermare, sulla base degli atti e della tradizione secolare in essere, che la proprietà dei
rivi urbani sottostanti la città, e già
costituenti la rete fognaria cittadina, appartiene, nel loro sedime, al
Comune".
Favorevole tutto il centrodestra
mentre non hanno partecipato al
voto le opposizioni e il gruppo misto che restano in attesa «di delucidazioni e approfondimenti» in vista del consiglio comunale. Ma che
non hanno mancato di evidenziare «la frattura» (o «il braccio di ferro») tra la parte politica e quella tecnica di stanza a Palazzo Mercanti.
Che la questione della proprietà dei
rivi urbani fosse particolarmente
ostica lo ha dimostrato inequivocabilmente l'andamento della seduta: con Tommaso Foti (Fdi) a vestire i panni del "docente" e arrogare
al consiglio il diritto di esprimersi al
riguardo; e con le minoranze ad arrovellarsi cercando di comprendere le ragioni di «interesse pubblico»
di una battaglia condivisa anche da
Confedilizia.
«Quello dei rivi urbani e della loro
gestione è un problema reale e lo è
soprattutto in centro storico» ha osservato Foti. Il consigliere di Fdi ha
spiegato che la delibera ha lo scopo di voler «spazzare via interpretazioni equivoche» giunte negli ultimi anni. Il riferimento è a un parere di qualche anno fa dell'avvocatura comunale secondo cui, in buona sostanza, il Comune sarebbe
proprietario e responsabile della
parte dei rivi sotto suolo pubblico
mentre i privati lo sarebbero delle
parti sotto i rispettivi immobili con
i relativi obblighi manutentivi. «Così si vorrebbe far passare una proprietà dei rivi ad intermittenza, in
pratica una nuova forma di proprietà» ha commentato ancora Foti soffermandosi sulle complessità generata da una gestione di questo tipo e sul carico di spesa che graverebbe sul contribuente. Senza tralasciare il fatto che nel 1995, quando venne sciolto il Consorzio dei
Rivi Urbani per volere del Comune
(l'organismo a controllo pubblico
che allora curava le sorti dei rivi), il
tesoretto accumulato di 160 milioni di vecchie lire finì nelle casse di
Palazzo Mercanti.
Eppure c'è chi ha avanzato dubbi
sulla pratica proprio a seguito dei
pareri contrari degli uffici al riguardo. «Non penso che i dirigenti abbiano alcun interesse a esprimere
pareri in dissenso - ha fatto presente Luigi Rabuffi (Pc in Comune) -
piuttosto preoccupa questo braccio di ferro tra la parte politica e gli
uffici che emerge una seconda volta dopo la questione del baratto amministrativo». Stessa osservazione
fatta da Giulia Piroli (Pd) che l'ha
definita «una frattura insanabile» e
che si è chiesta quale «interesse
pubblico» persegua questa delibera. Richiesta alla quale si è accodato anche Roberto Colla (Pc Oltre).
Massimo Trespidi (Liberi) ha chiesto che, in vista della seduta di consiglio, venga acquisito anche il «parere del direttore generale» circa la
possibilità che debba essere il consiglio comunale a esprimersi al riguardo. Qualche perplessità sul fatto che debba essere il "parlamentino piacentino" a farlo lo ha sollevato anche Michele Giardino (misto).
Boccaletti chiarisce
«La mia collaborazione con l'ente
è sempre stata improntata alla lealtà e all'imparzialità. Ho trovato le
dichiarazioni di Trespidi gravi: l'allusione secondo cui avrei fatto pressioni su un'altra dirigente per rendere un parere simile al mio (negativo, ndr) sul baratto amministrativo è destituita di fondamento». Così il dirigente alle risorse finanziarie Vittorio Boccaletti in risposta a
un intervento del capogruppo di Liberi nell'ultima seduta sul baratto
amministrativo.
Libertà
