Rassegna Stampa

'In via Genova alloggi pagati in nero da lì arrivavano i soldi delle tangenti'

Data: 13/02/2022

L'ipotesi accusatoria dei magistrati nei confronti della società dei fratelli Susino e di Girometta proprietaria del lussuoso immobile

Nelle registrazioni contabili gli appartamenti figuravano venduti a prezzi più bassi del reale incasso, così da creare fondi neri «per corrompere i diversi interlocutori pubblici ». Passa per il nuovo palazzo al civico 3 di via Genova una delle ipotesi accusatorie formulate dai magistrati dell'inchiesta sulla corruzione fra imprenditori, funzionari pubblici e politici.

L'ex distributore Agip 
Quel lussuoso fabbricato sorto nel giro di due anni - tra la metà del 2017 e la fine del 2019 - al posto di un distributore Agip (gruppo Eni) è finito al centro dell'inchiesta nel capitolo dedicato a Piacenza-città per la presunta tangente da tremila euro che il costruttore Nunzio Susino (arrestato), indicato nell'ordinanza del gip Luca Milani come il pivot dell'associazione a delinquere dedita all'attività corruttiva, avrebbe dato all'onorevole Tommaso Foti per esercitare sull'assessora all'Urbanistica Erika Opizzi (entrambi indagati), sua compagna di partito (FdI), l'influenza utile a ottenere una vantaggiosa convenzione contrattuale per la gestione del parcheggio pubblico realizzato sotto il palazzo

Relazioni e collusioni 
Il crocevia, secondo gli inquirenti, è la «Via Genova 3 srl", società immobiliare proprietaria dell'edificio che ha realizzato sulla base di un progetto edilizio in variante votato dal consiglio comunale nel marzo 2017. Presidente è Alessandro Pignacca (indagato) che ha il 25% delle quote, socio di maggioranza è Lino Girometta (indagato), «uno degli ingegneri più in vista della città», viene descritto nell'ordinanza, con un passato politico nell'Msi e in An e incarichi pubblici di rilievo locale e nazionale. Socio di minoranza è Gianluca Croce, consigliere comunale a Ottone, mentre il 15% è in mano alla società "Scs Costruzioni" di cui sono titolari i fratelli Nunzio ed Emanuele Susino (indagato) e Massimo Campo, quest'ultimo anche nel cda della "Via Genova. «Palese come Croce, ma soprattutto Girometta, si trovino nelle condizioni di evidente conflitto di interesse» con i Susino, scrive il gip Milani in riferimento alle relazioni e alle «collusioni » evidenziatesi segnatamente nella vicenda della centralina di Cerignale o in lavori eseguiti per il Comune di Ottone e «oggetto di indagine » (v. "Libertà" di ieri).

La (presunta) tangente 
E' il 24 maggio 2019 quando viene intercettata una conversazione in cui Nunzio Susino, si legge nell'ordinanza, «si lamenta» con il fratello Emanuele e con Campo «del comportamento degli altri soci affermando che, nel corso di una riunione avvenuta il giorno prima, aveva avuto una accesa discussione con Girometta, poiché questi non intendeva ripartire tra tutti i soci l'onere dei tremila euro corrisposti a Foti affinché intervenisse presso i rappresentanti del Comune per concedere alla "Via Genova 3" una convenzione vantaggiosa, condotta corruttiva di cui - secondo Susino - avrebbero beneficiato tutti i soci che, peraltro, erano al corrente dell'esistenza di un accordo illecito raggiunto con l'onorevole».

False o omesse fatturazioni 
E' da questa intercettazione, scrive il gip, che «emergerebbe, secondo gli inquirenti, "come Susino abbia a disposizione una notevole somma di denaro contante, circa trentamila euro, ricavata dalla spartizione tra i membri della "Via Genova" di circa duecentomila euro di denaro liquido. Fondi neri accantonati evidentemente attraverso la vendita degli appartamenti, che in parte vengono pagati "in nero" dagli acquirenti. Nel corso della captazione si comprenderà come i tre soci della Scs Costruzioni si ripartiranno la somma residua dei trentamila euro al netto delle spese d'esercizio dell'azienda (pagamenti di fornitori, operai ecc)". Da questa e da altre conversazioni si dovrebbe desumere, per il pm richiedente, che Susino attinga dai fondi neri accumulati mediante le omesse e/o le false fatturazioni il denaro contante da impiegare per corrompere i diversi interlocutori pubblici»

«Al telefono mi arrestano» 
Nel convincere i soci che la tangente «non poteva di certo essere intesa come un suo onere personale», l'imprenditore, rimarca l'ordinanza, «afferma di aver manifestato il timore di essere arrestato a causa delle conversazioni telefoniche e delle relazioni intrattenute con Foti in nome dell'impresa: " ...Perché a me forse mi arrestano se continuo a parlare al telefono per voi"». Asserzione da cui, secondo il gip, «si traggono due elementi fondamentali: l'evidenza che la condotta posta in essere dal Susino è di natura chiaramente illecita e non può di certo essere riconducibile a una remunerazione in qualche modo legittima» e «l'asserita piena consapevolezza di tutti i componenti della società in ordine alla condotta corruttiva, consapevolezza che si manifesterà ripetutamente quanto meno in capo a Girometta e Pignacca»

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