A partire dal 1964 fino al '98. Una trentina d'anni è durata la militanza in consiglio comunale di Corrado Sforza Fogliani, tenuto conto dell'interruzione a cui, in tempi lontani, lo costrinse la scelta di fare il pretore, ruolo incompatibile con la carica elettiva. Mai però si era presentato da candidato sindaco. In lista per l'assemblea, sotto le insegne del Partito liberale di cui è uno degli storici esponenti nazionali, in linea di ideale continuità con quel Luigi Einaudi che da giovanissimo ebbe la ventura di incontrare. Era il 1961. Sforza Fogliani aveva 22 anni. Dell'Einaudi pensiero è poi diventato uno dei maggiori studiosi. Ricalcandone in qualche modo le orme. Entrambi economisti e politici. Sforza anche giurista. E banchiere. Dal 1986 è a capo della Banca di Piacenza, di cui non si stanca di orgogliosamente rivendicare la natura popolare. E la piacentinità, altro suo "mantra", al pari della lotta agli sprechi del pubblico e allo Stato Moloch. « Despota illuminato», lo hanno descritto. Un centro di potere l'istituto di via Mazzini, dove è ammirato e allo stesso tempo temuto. L'esercizio del comando un'arte in cui Sforza sapientemente si destreggia. Definizioni che, sempre ispirandosi al mentore Einaudi, così forse emenderebbe: «La forza dei Liberali nasce dal fatto che non appartengono a nessuna conventicola di potere, abbiamo sempre portato avanti scelte ideali che trascendono questi aspetti della politica. Una posizione che da altre forze del centrodestra è vissuta con un complesso di inferiorità». C'è condensata, in questo passaggio di una sua recente intervista, tutta l'avversione per una certa politica. Il "teatrino della politica" di berlusconiana memoria. L'avversione che in uno dei tweet cui fa quotidiano ricorso per diffondere il suo pensiero gli fa salvare Tommaso Foti come «unico politico del centrodestra», mentre «gli altri calunniano solo». Non che guardando al centrosinistra Sforza sia più tenero, anzi. E' però sullo schieramento guidato dalla sindaca Barbieri che i suoi strali - ora ironici, ora sarcastici, ora perfidamente liquidatori - negli ultimi tempi si sono concentrati. Aprendo con gli ex alleati una distanza diventata siderale, fino all'odierna ufficializzazione del di- vorzio. Non che le vittime dei tweet si siano limitate a subire. L'accusa di fare parte a pieno titolo del teatrino della politica non ha avuto remore a lanciargliela il giovane leghista Davide Garilli, presidente del consiglio comunale. A inizio mandato, quando ancora sedeva tra i banchi del Carroccio, aveva risolutamente esortato i colleghi della maggioranza a non tenere un atteggiamento così supino rispetto agli ordini di scuderia provenienti da via Mazzini. E più avanti - era il settembre 2020 -, nel riconoscere «quanto Sforza rappresenti da tempo una figura eminente e influente nel panorama politico locale e non solo», Garilli già si era detto convinto che «dietro i tweet», quelli ad esempio in cui la squadra della Barbieri veniva bollata come giunta di sinistra, «ci sia un disegno finalizzato alle prossime Comunali».
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