Cade il vaglio dell'aula per gli ampliamenti di attività fino a 800 metri quadrati. La maggioranza: «Rimane un filtro pesante»
Il tira e molla su quanto grandi
sono gli insediamenti commerciali
esonerati dal passaggio in consiglio
comunale è arrivato al capolinea ieri a Palazzo Mercanti. La maggioranza ha approvato in aula la proposta avanzata dagli uffici dell'urbanistica e formalizzata con un
emendamento del sindaco Barbieri, che fissa l'asticella a 800 metri
quadrati se si tratta di recupero di
immobili esistenti con cambio
d'uso, diverso il caso di "interventi
integrali di nuova costruzione" per
i quali il filtro politico dell'aula - chiamata ad autorizzare i singoli accordi operativi - è sempre previsto.
Questa la correzione di rotta che il
centrodestra si è dato rispetto a otto mesi fa, quando nel Rue (Regolamento urbanistico edilizio) venne
introdotta la prescrizione del vaglio
del consiglio comunale per tutti i
progetti commerciali superiori ai
250 metri. Una misura che l'amministrazione - sull'onda delle polemiche, anche nella maggioranza, per i
nuovi insediamenti commerciali in
arrivo o in discussione, a partire dal piano di riqualificazione Terrepadane - enfatizzò come l'attuazione
della "moratoria commerciale" promessa in campagna elettorale a tutela dei negozi di vicinato.
In attesa dei tempi tecnici per arrivare al voto di ieri, con l'approvazione definitiva della variante al Rue
adottata il 10 settembre scorso, è
maturata in Comune l'opportunità
di dare alla proclamata "moratoria"
una solidità giuridica che, nella versione originaria non aveva, con conseguente esposizione al rischio di
pericolosi ricorsi legali. Così Tommaso Foti (Fdi), citando segnatamente una sentenza della Corte di
Cassazione di fine 2018, ha spiegato l'osservazione da lui presentata
nei mesi scorsi poi in ultimo ritirata
a seguito della pubblicazione del
suo contenuto (v. "Libertà" del 22
maggio scorso), ritiro giustificato
con la volontà di «evitare interessate e basse speculazioni», aveva spiegato il leader di Fratelli d'Italia (v. "Libertà" del 23 maggio) dandone notizia per iscritto alla commissione
Territorio il giorno stesso in cui la
pratica urbanistica ha iniziato il suo
iter consiliare. L'osservazione di Foti chiedeva di esentare dal vaglio del
Consiglio gli insediamenti commerciali da 250 a 1.500 metri quadrati,
ed era corredata di una serie di motivazioni, in primis il «ridimensionamento delle previsioni di sviluppo commerciale in generale» e l'opportunità di valorizzare «il commercio con medio-piccole strutture
aventi superfici di vendita comprese fra i 251 e i 1.500 metri quadrati
rendendo in tal modo più competitivo il territorio e maggiormente accessibile l'offerta commerciale». Meglio, dunque, esonerarle dal passaggio consiliare che ne «penalizza in
modo significativo l'insediamento»,
era la conclusione che segnava una
decisa marcia indietro rispetto al voto di otto mesi fa, che lo stesso Foti
aveva salutato come «una modifica
che va nel solco della democrazia,
le responsabilità non saranno più in
capo alla giunta, ma sarà il consiglio
a decidere senza guardare a nomi e
cognomi di chi presenta l'istanza»
(v. "Libertà" dell'11 settembre 2018).
La minoranza ha infilato il coltello
nei cambi di passo di questi mesi.
Luigi Rabuffi (Piacenza in Comune)
lo ha definito «un bel pasticcio, ben
diversa la moratoria sbandierata otto mesi fa». Sergio Dagnino (M5s)
ha parlato di «marcia indietro», Massimo Trespidi (Liberi) di «ravvedimento» per cercare di mediare su
un terreno, il commerciale, su cui
«la maggioranza ha delle vedute differenti ed evidenti nodi politici».
«Governate sulla base di slogan, siete voi che in campagna elettorale
promettevate ai piccoli commercianti una moratoria che non si può
mantenere, noi ve lo dicevamo e
adesso dovete riconoscerlo», hanno dato man forte Giulia Piroli e
Giorgia Buscarini, del Pd, che ha
presentato un emendamento per
abbassare a 400 metri quadrati il tetto delle attività commerciali sciolte
dal passaggio consiliare: altrimenti
«si lascia mano libera alla grande distribuzione», è la tesi della proposta
bocciata dalla maggioranza (e da
Andrea Pugni, del M5s) che con l'assessore all'urbanistica Erika Opizzi
ha difeso «una pezzatura», gli 800
metri, ritenuta «non impattante sui
piccoli negozi» e tale da concedere
opportuna libertà di manovra a limitati ampliamenti di attività.
Alle opposizioni, che sul provvedimento generale si sono divise tra
astensione e non partecipazione al
voto, ha replicato la maggioranza
anzitutto con Foti. Il quale non se l'è
presa soltanto con la minoranza, ma
anche con "Libertà": «Asino chi scrive», è l'appellativo riservato a chi («Il
signor Roccella», ha specificato) in
questi giorni ha dato conto sul giornale dell'osservazione presentata e
poi ritirata.
Il leader di Fdi ha perorato la causa
di un intervento a tutela della regolarità normativa delle procedure urbanistiche. Lo strumento individuato dell'accordo operativo è «pesante, l'unico strumento di moratoria»,
lo ha definito per sottolinearne la
portata di filtro sul proliferare di nuove aperture commerciali. A spalleggiarlo sono stati Lorella Cappucciati (Lega) e Sergio Pecorara (Fi).
Salta l'emendamento dei Liberali
Levoni (astenuto) si smarca dai suoi
IL NO ALL'ESAME DI LEGITTIMITÀ SUI SUPERMERCATI
Un altro strappo di Antonio
Levoni dalla maggioranza. E'
balzata agli occhi ieri in consiglio comunale l'astensione del
capogruppo dei Liberali Piacentini sull'approvazione dello
schema di Rue in esame. La frattura con il resto del centrodestra
si è consumata su una proposta
presentata dai Liberali e volta a
sottolineare che il vaglio delle
pratiche urbanistiche da parte
del consiglio comunale è di «legittimità in relazione a quanto
previsto dai vigenti strumenti urbanistici». Una proposta in direzione della posizione espressa
in commissione da Levoni e poi ribadita con una nota dall'associazione dei Liberali Piacentini,
secondo cui «non è accettabile
che venga istituito - per di più da
una giunta di centrodestra - un
"controllo politico" non previsto
dall'ordinamento giuridico degli enti locali, il cui Testo Unico
fissa invece analiticamente le
competenze consiliari».
Ebbene, a mettersi di traverso ieri alla proposta dei Liberali è stata Tommaso Foti (Fdi) che ne ha
contestato l'ammissibilità perché non spetta al consiglio comunale alcuna valutazione di legittimità, tesi fatta propria da
esponenti sia della maggioranza sia dell'opposizione. Foti ha
perciò presentato una controproposta che, approvata dall'aula, ha fatto decadere quella dei
Liberali. Di qui l'incidente diplomatico che rischia di far nascere un nuovo caso politico nella
maggioranza. «L'istituzione di un "controllo
politico" a proposito di un atto
che venga portato in Consiglio
dopo che ha ottenuto tutti i pareri di conformità alle previsioni urbanistiche e alle leggi è un
fuor d'opera», scriveva l'associazione dei Liberali nella sua nota, «che trova la sua origine solo
nel decadimento della funzione
della politica e che dà luogo anzi, a proposito del nuovo controllo, a illazioni che non giovano alla credibilità delle Istituzioni, per
la quale deve invece con impegno comune operare chiunque
abbia a cuore le stesse».
Libertà
