IL COMMENTO
Editoriale del direttore di Libertà Pietro Visconti.
Il quadro disegnato dalle indagini è sconvolgente. Uno soltanto degli 11 capi d'imputazione basta a dare i brividi: associazione a delinquere. Non affarismo episodico. Per gli inquirenti c'era un'organizzazione. Quasi scandendo le parole, la procuratrice Grazia Pradella ha parlato di sistema vero e proprio. Che inquinava politica e imprenditoria, e danneggiava tutti noi. Per poter lucrare - è uno dei punti della ricostruzione della procura - i lavori non venivano eseguiti a regola d'arte tanto che alcune opere potrebbero creare pericoli (e per fortuna che Pradella ha precisato: no, non parliamo di ponti). Sì, sono accuse: questo dato va ricordato e non per formula retorica. Alle persone arrestate o indagate va riconosciuto il diritto di far valere la loro difesa e di non essere condannate in piazza prima che ciò eventualmente avvenga in tribunale. La squadra investigativa è tuttavia di prim'ordine e sui pesantissimi provvedimenti (11 arresti, 35 indagati) c'è il timbro di un giudice che ha valutato e ritenuto appropriate le misure restrittive. Anche questo conta. E motiva il rimbombo che la maxi operazione dei carabinieri produce su tutti noi piacentini, e pure su chi osserva da fuori. Da ieri mattina, con il tam tam che si allargava di ora in ora, Piacenza respira scoramento e indignazione. Tralascio i pochi (ahimè ci sono) che trovano gusto in sciocche battute. La gente perbene normale prende la cosa sul serio. Diciamocelo. Abbiamo parecchio stimato, in gradi diversi, i sindaci che hanno fatto della resistenza della montagna una battaglia politico- civile. La simpatia verso di loro, transitata spesso su queste pagine, era condivisa da molti piacentini che vedevano un partito trasversale dedito a una buona causa. All'alba di ieri questo patrimonio di reputazione è stato travolto dall'ordinanza di custodia cautelare, settecento pagine che raccontano favoritismi, appalti concordati, procedure impropriamente abbreviate. Aria viziata al posto di aria pulita. Si fatica a credere che sia finita così male la parabola di Massimo Castelli, il sindaco simbolo più di tutti, che da Cerignale andava in Parlamento con le scarpe grosse da valligiano per urlare che i piccoli paesi hanno diritti come le città. E in città stava pure per scendere, da probabile candidato del Pd alle comunali di Piacenza. Ma aveva addosso una zavorra nascosta ora narrata nell'ordinanza. Un caso insuperabile di giustizia ad orologeria, per una volta nel senso utile del termine: proviamo a pensare se l'ordine d'arresto fosse arrivato a Castelli già vestito con la giacca di candidato. Apriti cielo due volte. Nell'inchiesta ce n'è per destra e sinistra e centro. Le amministrazioni coinvolte - lo hanno sottolineato anche i magistrati - sono di diversi e contrapposti schieramenti. C'è tra gli indagati il deputato Tommaso Foti di Fratelli d'Italia. A dimostrazione che la questione morale può investire chiunque. Almeno questo dovrebbe limitare al minimo le tentazioni di strumentalizzare. Sul tavolo ci sono gli atti giudiziari, che ripetiamo non sono verità definitiva ma descrivono uno scenario impressionante. A Piacenza tocca un'ora buia. Potremmo confortarci dicendo che qui la maggioranza è ancora degli onesti. E' vero però non è questo l'argomento giusto. Il colpo subìto dalla nostra comunità è tremendo. Ben venga, come lo è una medicina imbevibile, se serve a liberarci dal malaffare che l'impegno e la sagacia di pm e carabinieri hanno scoperto. Chi ha sbagliato paghi in proporzione alla gravità dei suoi errori. E non è fuori luogo l'auspicio di una giustizia in tempi ragionevolmente rapidi. Piacenza, con i nervi saldi, chiede di conoscere con certezza quanto è amara la verità.
Libertà
