Sì della maggioranza (senza il misto) alla delibera che affida all'ente la proprietà. La minoranza non vota: «Manca l'interesse pubblico»
E' del Comune la proprietà dei
rivi urbani. La delibera firmata dai
capigruppo della maggioranza che
il riconoscimento di questo principio afferma è stata approvata ieri in consiglio comunale. Dalla
maggioranza, a eccezione di Michele Giardino e Barbara Zanardi
(entrambi gruppo misto), che non
hanno partecipato al voto al pari
dell'opposizione. Ma se Liberi e
M5s sono rimasti in aula schiacciando l'apposito tasto della non
partecipazione, Pd, Piacenza in
Comune, Piacenza Oltre e Piacenza del futuro sono usciti dalla sala
consiliare al momento della conta per sottolineare il loro dissenso.
Che cosa ci guadagna il Comune
a rivendicare la proprietà dei rivi
urbani, cioè del reticolo di canali
sotterranei che una volta fungeva
da fognatura? Non è un affare, è
stato il principale argomento di
contrarietà portato dalla minoranza che anzitutto si è fatta scudo dei
(quattro) pareri tutti negativi che i
dirigenti - dall'Urbanistica alla Ragioneria e all'Avvocatura legale -
hanno espresso sulla pratica. Non
è un affare, anzi, chiama il Comune a farsi carico di oneri di manutenzione sgravandone i privati proprietari degli immobili sovrastanti i rivi. Di qui l'ammonimento levatosi in particolare da Luigi Rabuffi (Piacenza in Comune) circa
la «responsabilità amministrativa
e patrimoniale» in capo a chi vota
sì: cioè a dire che la Corte dei Conti potrebbe chiedere ai consiglieri
comunali di mettere mano al portafoglio per rifondere eventuali
esborsi dalle casse municipali
(danno erariale).
Nel puntare il dito sulla «brutale
lacerazione» tra «una parte politica» che tira diritto e «una parte tecnica ignorata e sfiduciata», Rabuffi ha polemizzato sull'improvvisa
accelerazione che ha portato in
consiglio comunale la pratica. Ha
citato la «sfuriata notturna» di
Tommaso Foti (Fdi) venti giorni fa
in aula quando ha spiegato che le
sue annunciate dimissioni dal
consiglio non le avrebbe date se
non fossero usciti dal binario morto i provvedimenti su baratto amministrativo e rivi urbani: entrambi sono stati calendarizzati «in fretta e furia a dimostrazione che siete tutti Foti-dipendenti», ha attaccato Rabuffi ricordando «l'analoga proposta» nel precedente
mandato (giunta Dosi), firmata da
Foti e dalla compagna di gruppo
Erika Opizzi, che nell'ottobre 2016
il consiglio comunale decise
all'unanimità di rinviare per «acquisire i dati che fugassero i dubbi
evidenziati in quella discussione».
«E' rimasto tutto come allora, nessuno degli approfondimenti concordati è stato fatto, l'unica cosa cambiata è che ora siete voi la maggioranza», ha rimarcato l'esponente di Piacenza in Comune condannando «la prova di forza, il braccio
di ferro voluto dal centrodestra anziché cercare un percorso di partecipazione per arrivare a soluzioni condivise».
Sul punto della mancata ricerca di
condivisione hanno dato man forte Roberto Colla (Piacenza Oltre)
e il M5s con Sergio Dagnino e Andrea Pugni. Il Pd, con Stefano Cugini, Giorgia Buscarini e Giulia Piroli, ha domandato polemicamente dove stia l'interesse pubblico,
Giardino ha evocato il rischio che
si accendano i riflettori della Corte dei Conti. Secondo Massimo
Trespidi (Liberi), la proprietà pubblica dei rivi è un'enunciazione politica di principio destinata a rimanere lettera morta stante il dissenso di uffici da cui è difficile aspettarsi la traduzione pratica. Per questo ha esortato il sindaco Barbieri
a «un'iniziativa per smontare le rispettive barricate».
E il sindaco gli ha risposto che «di
certo occorrerà tenere conto di
quello che accadrà dopo», anche
perché «se qualche dirigente riterrà che ci sono profili di illegittimità si asterrà dal darvi attuazione»;
e però, «se l'amministrazione è
convinta della bontà della sua posizione non è che deve fermarsi se
c'è chi ha un'opinione differente».
E ha rivendicato la «ragioni di giustizia» che portano a individuare
«l'interesse pubblico» nella proprietà comunale dei rivi urbani, tesi che «era nel nostro programma
elettorale».
Antonio Levoni (Liberali piacentini) e Foti - spalleggiati da Sergio
Pecorara, Francesco Rabboni (entrambi Forza Italia), Nelio Pavesi
(Lega) e Gianpaolo Ultori (Liberali) - hanno difeso la delibera sottolineandone l'intento di superare
«interpretazioni equivoche» come
quella propugnata dal Comune
negli ultimi anni secondo cui il Comune sarebbe proprietario e responsabile della parte dei rivi sotto suolo pubblico mentre i privati
lo sarebbero delle parti sotto i rispettivi immobili con i relativi obblighi manutentivi: una proprietà
a intermittenza, secondo una tesi
originatasi dopo che, nel 1995, il
Comune sciolse il Consorzio dei
Rivi Urbani (l'organismo a controllo pubblico che allora curava le
sorti dei rivi) passandone la manutenzione all'Asm. Sono le società "eredi" dell'Azienda dei servizi
municipalizzati - da Tesa a Enìa e
all'attuale Iren - a doversi fare carico dei canali sotterranei, secondo la maggioranza, perché nessun
atto di revoca è mai intervenuto.
«Il Comune ha scaricato sui cittadini spese che erano sue», ha sostenuto Foti respingendo l'accusa
di «colpo di mano». E se ritardo c'è
stato, ha evidenziato lo sforamento di tempi da parte dei dirigenti
che «per esprimersi avevano quindici giorni e ci hanno messo cinque mesi e mezzo».
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