Non ammessa la metà delle 83 richieste di costruire depositate in Comune, incluse quelle per il comparto tra Roncaglia e Borghetto
Tanto si gonfiò che un bel giorno
il bollone scoppiò.
I proprietari di aree del comparto
tra Roncaglia e Borghetto destinato
a espansione produttiva a vocazione logistica, il cosiddetto bollone per
l'appunto, hanno fatto male i loro
conti. Mancando lo specifico accordo territoriale tra Comune e Provincia previsto dalle pianificazioni urbanistiche vigenti, le richieste di "sviluppare parchi industriali-logistici
integrati" che nei mesi scorsi hanno depositato in municipio non
possono che cadere nel vuoto. Senza fondamento, quindi, gli allarmi
levatisi in queste settimane da Legambiente, dai cittadini di Roncaglia e dai comitati civici sugli 1,3 milioni di metri quadrati alla periferia
nord-orientale della città - tanto misurano i tre lotti di terreno agricolo
del bollone tra i Dossi e strada Caorsana - prossimi a capitolare davanti all'invasione di capannoni quantificati, indici edificatori alla mano,
in 500mila metri.
L'ufficialità di un dato che già da undici anni è nelle carte urbanistiche
e che il sindaco Patrizia Barbieri,
spalleggiata da Tommaso Foti (Fdi),
ha ripetutamente opposto in queste settimane a promotori di petizioni e sit-in contro l'inesorabile «colata di logistica», è arrivata ieri in
commissione consiliare Territorio.
In esame c'erano i criteri di valutazione delle manifestazioni di interesse a costruire avanzate dai privati - aree del bollone comprese - che
mettono in conto di presentare piani edilizi previsti dall'attuale Psc
(Piano strutturale comunale) in attesa della redazione del Pug (Piano
urbanistico generale) che lo sostituirà ridisegnando la città. Ebbene,
se le richieste di insediamenti industriali o artigianali «sono sempre
ammesse in nuovi ambiti produttivi o produttivi polifunzionali», invece «non saranno prese in considerazione, non essendoci ancora l'accordo territoriale, le manifestazioni di interesse riguardanti la previsione nell'ambito specializzato per
attività produttive di rilievo sovracomunale», che è il caso del bollone.
Questo è scritto nella delibera di indirizzi che ieri non è stata votata perché si è deciso di accogliere la richiesta della minoranza per una seconda seduta. E a fornirne l'interpretazione autentica è stato il dirigente
dell'urbanistica comunale Dario
Naddeo: «Per la logistica non possiamo considerare richieste senza
l'accordo territoriale tra Comune e
Provincia (ma anche i Comuni confinanti sono chiamati a sottoscriverlo) previsto dal Ptcp (Piano territoriale di coordinamento provinciale, ndr) e che avrebbe dovuto essere siglato prima dell'approvazione
del Psc». Spetta a quell'accordo territoriale dare ai poli produttivi definizione, dimensionamento, indicazione di tipologie insediabili, di infrastrutture e di risorse necessarie.
«Per me la questione del bollone è
fuori da questa delibera», è la pietra
tombale sulle polemiche messa da
Foti che, nel ricostruire la genesi
dell'area a vocazione logistica, l'ha
definita «un cerchio tra Roncaglia e
Borghetto, un'idea» nata a seguito
dell'indicazione nell'aprile 2008 da
parte dell'allora sindaco Reggi di un
comparto per l'ultima zona di sviluppo della città. In altre parole, citando il Ptcp: «Nel caso debbano esserci nuovi insediamenti logistici,
possono andare solo nel bollone,
ma non finché manca l'accordo territoriale». E se anche si presentasse
la Ferrari per chiedere di insediarsi a Piacenza con un suo stabilimento, che è l'esempio fatto da Giulia Piroli (Pd) per capire quale sorte spetterebbe a progetti di alto rango industriale, «prima dovrebbe vedere
tutte le altre aree già classificate come industriali» e, se non ce ne fossero o non facessero al caso suo, l'alternativa del bollone potrebbe scattare sempre soltanto con un accordo territoriale, ha considerato Foti.
L'esponente di Fdi, che Piroli ha rimproverato di togliere spazio all'assessore all'urbanistica Erika Opizzi
titolare della pratica, ha fatto sapere che delle 83 manifestazioni di interesse pervenute ce ne sono già la
metà non ammissibili, un'altra
«scrematura» la determineranno le
griglie dei criteri di valutazione. E di
quelle che rimarranno in piedi, bisogna vedere quanti privati decideranno di compiere il passo successivo, presentare cioè la proposta di
accordo operativo, il vero e proprio
piano edilizio che andrà votato dal consiglio comunale. Una sottolineatura per segnalare tempi procedurali che rischiano di andare troppo
per le lunghe rispetto all'obiettivo
dell'avvio della redazione del Pug
entro tre anni.
Ma non c'è solo logistica nelle manifestazioni di interesse. Altro tema
sensibili sono gli insediamenti commerciali. I criteri presentati ieri definiscono valutabili quelil in aree potenzialmente urbanizzabili: supermercati di medie dimensioni (fino
a 2.500 metri quadrati di superficie
di vendita) sono ammessi in aree di
recupero a destinazione prevalentemente produttiva, a patto che sia
sotto controllo ogni tipo di impatto
sul territorio; anche in caso di destinazione differente di immobili produttivi dismessi, attività commerciali si possono prevedere in presenza di riqualificazioni.
Sempre Foti ha rimarcato l'inserimento di una prescrizione che «non
c'è mai stata», quella di una sola media struttura realizzabile al massimo nelle aree dismesse. «Attenzione che ce ne sono di 10mila e altre
di 200mila metri quadrati», e immaginare di recuperare queste seconde lasciando costruire colo fino a
2.500 metri di supermercato «vuol
dire che è un intervento che non sarà mai fatto», ha considerato Foti
portando polemicamente l'esempio di Terrepadane: «Un regalo fatto da qualcuno che noi abbiamo
ereditato e dove c'erano 40mila metri di commerciale, ripartiti fra 30mila di alimentare e non alimentare e
medie superfici e strutture di vicinato per la differenza».
«Non si valuterà la concentrazione
di più medie strutture», si legge nella delibera di indirizzi: significa il divieto di accorpare due medie strutture da 2.500 metri per realizzarne
di fatto una di 5mila metri, ha spiegato Opizzi, ma supermercati distinti rimangono ammessi anche se ravvicinati come oggi è nell'area di via
Calciati. A tale proposito Michele
Giardino (gruppo misto) ha consigliato di «specificare il concetto di
concentrazione», mentre Andrea
Pugni (M5s) ha chiesto rassicurazioni sull'effettiva attuazione delle
opere di compensazione a beneficio della collettività.
Luigi Rabuffi (Piacenza in Comune)
ha puntato il dito sui criteri definiti
per la residenza: valutabili sono
nuove costruzioni nelle frazioni,
mentre altrove solo se si tratta di riqualificazioni dell'esistente. «C'è il
rischio di cementificare le frazioni,
lasciando che cada a pezzi il centro
storico», ha incalzato Rabuffi. Mauro Saccardi (Fi) ha chiesto di inserire nella delibera prescrizioni sull'impatto degli interventi commerciali.
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