La Verità
29-LUG-2026
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IL MINISTRO FOTI
«C'è un piano diabolico per far sparire l'industria Ue»
di FRANCESCO BORGONOVO
Sabato, a Brescia, il clima era torrido. Eppure il caldo si appiccica anche a centrodestra, perché ti spinge a prendersi di parola e a parlare.
L'INTERVISTA TOMMASO FOTI
«Certe norme Ue? Un piano diabolico per deindustrializzare l'Europa»
Il ministro denuncia la difficoltà di Bruxelles a superare l'ideologia green che ha condizionato i regolamenti:
«Ma il settore dell'auto doveva ribellarsi. Anche la tassa Ets ci frena. Paghiamo l'abbandono del nucleare»
I dibattiti della seconda edizione di «Alzi l'Europa - Il coraggio della verità», il grande evento organizzato da Paolo Inselli nel deputato di Fratelli d'Italia. Uno spaccato che ha riunito politici, amministratori, intellettuali, imprenditori per discutere del futuro dell'Europa da una prospettiva conservatrice ma variegata e aperta. I temi culturali e quelli sociali e politici si sono intrecciati in modo costruttivo e stimolante, senza che a destra viltà le idee non mancano.
Tra gli ospiti di rilievo del manifesto c'era il ministro per gli Affari Europei, il Pnrr e Politiche di coesione, Tommaso Foti. Il ministro ci ha concesso una lunga intervista che sarà visibile integralmente oggi sul canale Youtube TV Verità. Qui ne riportiamo i passaggi salienti sui temi, più attuali che mai, delle politiche energetiche e green.
Ministro, il clima politico europeo è cambiato. Ma sembra che i vertici di questa Ue, su alcuni temi, fatichino a cambiare atteggiamento. Soprattutto sulle questioni green.
«È indubbio che il condizionamento ideologico della passata Commissione abbia dato un'impronta. Questa è soprattutto per la preoccupazione che è sicuramente chiara verso l'esterno e che ritiene a mio avviso sbagliato di curarsi, che quanto è stato una volta pensato debba essere vangelo. Il tema dell'energia oggi non riguarda soltanto una questione di natura ambientale. Oggi energia significa innanzitutto indipendenza nazionale e nel caso di specie indipendenza europea. È evidente che nel momento in cui noi abbiamo dei costi dell'energia che sono tre o quattro volte superiori a quelli ad esempio degli Usa, andare sui mercati e competere diventa difficile. È vero che finora ci siamo difesi grazie alle peculiarità della manifattura italiana, ma oltre una certa soglia non si riesce ad andare. Oggi abbiamo anche dei limiti di tipo produttivo perché le aziende energivore è evidente che si fermino in una situazione di totale impossibilità di competere».
Difficile sostenere il contrario.
«Prendiamo il settore della ceramica. Qualcuno può spiegare cosa può fare di più di quanto non abbia già fatto, visto che sul piano tecnico non vi è un'alternativa? Non si tratta di dire che c'è un'alternativa molto costosa. No, oltre al limite a cui si è arrivati non si riesce ad andare. E allora significa che stanno applicando impostazioni ideologiche».
Ha accennato alla ceramica, però c'è un caso emblematico di come le fissazioni green abbiano prodotto disastri: l'industria dell'auto. Il caso Volkswagen è drammatico.
«È un disastro annunciato. A differenza della ceramica, che cito prima, quello dell'automotive è un disastro che vede anche un po' di complicità dell'industria dell'automobile. Perché inizialmente non vi è stata l'alzata di scudi che doveva esserci, nella convinzione che si potesse addirittura cambiare la resa parte politico-sindacale. Poi, pian piano, ci si è resi conto che in realtà il passaggio all'elettrico, che tra l'altro sarà impossibile da effettuare completamente, era ingestibile. E purtroppo l'industria tedesca, ma anche l'industria italiana, soprattutto per quanto riguarda la componentistica, oggi vede nero».
Ritornando al caldo, c'è chi in questi giorni, penso ai commissario e all'Ambiente Hoekstra, ha sostenuto la necessità di continuare con gli Ets proprio usando le temperature come leva.
«Quello degli Ets è un grande problema su cui si scontrano due impostazioni: la nostra e quella dei Paesi nordici, dove l'industria ha un peso molto diverso da quello che ha altrove. Noi continuiamo a sostenere che sia una tassa aggiuntiva che rischia fortemente di mandare in crisi tutti i settori dell'industria. Loro sostengono, invece, che si tratti semplicemente di fare diventare l'industria più green. In realtà dietro tutto questo cosa si nasconde anche un mercato delle quote, una speculazione finanziaria che non posso abbia nulla a che vedere con l'ambiente. Ecco perché l'Italia ha insistito molto per la revisione dell'Ets. E posso dire che all'ultimo Consiglio europeo gli è stata accettata un'impostazione che dovrebbe prevedere, per la metà di luglio, una Commissione europea dia una indicazione diversa, speriamo nuova, rispetto all'Ets».
Diversa come?
«Quando si dice diversa non si mai se è meglio o peggio».
Spesso con l'Ue «diverso» significa peggiore.
«Non a caso ho detto diversa. Spero che non sia da intendere come peggiore. Se così fosse, penso che si dovrebbe riavvolgere il filo e chiedersi se non sia dietro un diabolico piano che porti alla deindustrializzazione dell'Europa».
Ultimamente abbiamo visto qualche segnale di cambiamento. Si è parlato addirittura della formazione di una «maggioranza Giorgia» che in effetti ha ottenuto in materia di immigrazione un cambio di approccio importante.
«Qui bisogna dire una cosa. Sull'immigrazione c'è sicuramente una trasversalità diversa. Faccio un esempio: la Danimarca, che ha sicuramente un governo non di centrodestra, si è messa quasi capofila accanto a Giorgia Meloni per la totale inversione del racconto sull'immigrazione. E siamo riusciti finalmente a far passare il principio per cui l'immigrazione clandestina va combattuta anziché alimentata. Sull'industria, invece, vi è una differenza di impostazione. Se da noi l'industria pesa significativamente e in altri luoghi pesa molto meno, è chiaro che si avverte meno quel bisogno di certi misure rispetto a chi le accade da noi».
Quindi anche la «maggioranza Giorgia» ha comunque difficoltà sulle questioni industriali sul green.
«Sì, ha più difficoltà. Spero tuttavia che vi sia convergenza dei grandi Paesi europei, dei grandi della manifattura europea a partire dalla Germania. Qui poi si inserisce un altro argomento».
Qual?
«La Spagna ha un mix di nucleare ed energie rinnovabili che le consente di avere un prezzo dell'energia molto più basso del nostro. Noi paghiamo la scelta idiota di essere usciti dal nucleare. Negli anni Ottanta eravamo leader del nucleare in Europa e ce ne siamo usciti proprio nel momento in cui avevamo indicato a tutti l'alternativa a un mercato molto condizionato sotto il profilo politico. Su questo tema dobbiamo fare ragionare l'Europa. Se il secondo Paese manifatturiero del continente va in crisi non è che gli altri ne possono godere. Semmai ne gode qualche Paese che in questo momento ha una grossissima sovrapproduzione perché non è in grado di avere una domanda interna che assorba. Ogni riferimento alla Cina…»
