La testimonianza del 19enne Gianluca Bilardello, per 10 mesi detenuto in Thailandia
«Il carcere di Samut Prakan
era un inferno». Sono queste le
prime parole che dice Gianluca Bilardello, 19 anni, che in
quel carcere di Bangkok vi ha
passato dieci mesi.
Gianluca era stato condannato a 10 mesi per aver rubato una
valigia all'aeroporto di Bangkok, una valigia che è risultata
essere di proprietà della moglie
di un generale.
I racconti di chi è stato in quella prigione la fanno sembrare
più vicina alla definizione di lager che a quella di carcere.
Le vicissitudini legate all'arresto di Gianluca in Thailandia
sono state seguite dall'Italia dall'avvocato Roberto Bernocchi che ha assistito Giovanni
Bilardello, padre di Gianluca
che per diversi mesi (finchè il
visto di permesso per motivi di
turismo lo ha consentito) è andato a trovare il figlio nel carcere di Samut Prakan.
«Io questa esperienza non la
auguro a nessuno - ha detto il
padre -purtroppo nessuno ci
ha aiutati, ci siamo rivolti ripetutamente all'ambasciata italiana in Thailandia per chiedere il trasferimento di Gianluca
in un carcere meno duro».
«Non è che noi non si voleva
pagare il debito che Gianluca
aveva con la giustizia - prosegue il papà del giovane - ma la
mia impressione era che quello dove lui finito era qualcosa
di peggio di una prigione, fermo restando che i carceri non
sono mai un posto dove si sta bene. Solo quando l'onorevole Tommaso Foti ha presentato un'interpellanza parlamentare siamo riusciti ad avere una
maggiore attenzione da parte
dell'ambasciata, ma nulla è stato fatto per portare Gianluca in
un altro carcere».
Gianluca, come si sente oggi.
«Male, molto male».
Rimesso in libertà lo scorso 14 luglio da quando è tornato a casa,
ha trascorso questi mesi
all'ospedale. L'esperienza della
prigione di Samut Prakan nel regime autoritario thailandese lo
ha profondamente segnato.
«Sì, quando ero laggiù ero molto stressato, avevo chiesto di
cambiare prigione ma non è
stato possibile. Quel posto era
molto sporco e io stavo male
tutti i giorni, non mi lasciava no mai in pace, tutti mi gridavano addosso e io avevo problemi con gli altri detenuti.
Non mangiavo, non dormivo,
non avevo le medicine di cui
avevo bisogno. Avevo difficoltà ad andare ai bagni essendo
sporchi».
È mai stato picchiato?
«Quando mi avvicinavo ai cancelli mi urlavano dietro e mi arrivavano schiaffi e spintoni, ero
trattato peggio di un cane. La
polizia non vedeva mai niente».
Quali altre difficoltà ha avuto
durante la detenzione?
«Ho avuto crisi respiratorie
molto pesanti e alla fine mi
hanno mandato in infermeria».
C'erano altri italiani oltre a lei in
quella prigione? Europei?
«Italiani no. C'erano tre inglesi
e un tedesco, ma con nessuno
di loro sono riuscito a fare amicizia, ma ero praticamente da
solo in una prigione di seimila
detenuti»
Libertà
