Rassegna Stampa

'Il mio inferno nel carcere di Samut Prakan'

Data: 01/10/2020

La testimonianza del 19enne Gianluca Bilardello, per 10 mesi detenuto in Thailandia

«Il carcere di Samut Prakan era un inferno». Sono queste le prime parole che dice Gianluca Bilardello, 19 anni, che in quel carcere di Bangkok vi ha passato dieci mesi. Gianluca era stato condannato a 10 mesi per aver rubato una valigia all'aeroporto di Bangkok, una valigia che è risultata essere di proprietà della moglie di un generale. I racconti di chi è stato in quella prigione la fanno sembrare più vicina alla definizione di lager che a quella di carcere. Le vicissitudini legate all'arresto di Gianluca in Thailandia sono state seguite dall'Italia dall'avvocato Roberto Bernocchi che ha assistito Giovanni Bilardello, padre di Gianluca che per diversi mesi (finchè il visto di permesso per motivi di turismo lo ha consentito) è andato a trovare il figlio nel carcere di Samut Prakan. «Io questa esperienza non la auguro a nessuno - ha detto il padre -purtroppo nessuno ci ha aiutati, ci siamo rivolti ripetutamente all'ambasciata italiana in Thailandia per chiedere il trasferimento di Gianluca in un carcere meno duro». «Non è che noi non si voleva pagare il debito che Gianluca aveva con la giustizia - prosegue il papà del giovane - ma la mia impressione era che quello dove lui finito era qualcosa di peggio di una prigione, fermo restando che i carceri non sono mai un posto dove si sta bene. Solo quando l'onorevole Tommaso Foti ha presentato un'interpellanza parlamentare siamo riusciti ad avere una maggiore attenzione da parte dell'ambasciata, ma nulla è stato fatto per portare Gianluca in un altro carcere».

Gianluca, come si sente oggi. 
«Male, molto male». 

Rimesso in libertà lo scorso 14 luglio da quando è tornato a casa, ha trascorso questi mesi all'ospedale. L'esperienza della prigione di Samut Prakan nel regime autoritario thailandese lo ha profondamente segnato. 
«Sì, quando ero laggiù ero molto stressato, avevo chiesto di cambiare prigione ma non è stato possibile. Quel posto era molto sporco e io stavo male tutti i giorni, non mi lasciava no mai in pace, tutti mi gridavano addosso e io avevo problemi con gli altri detenuti. Non mangiavo, non dormivo, non avevo le medicine di cui avevo bisogno. Avevo difficoltà ad andare ai bagni essendo sporchi».

È mai stato picchiato? 
«Quando mi avvicinavo ai cancelli mi urlavano dietro e mi arrivavano schiaffi e spintoni, ero trattato peggio di un cane. La polizia non vedeva mai niente». 

Quali altre difficoltà ha avuto durante la detenzione? 
«Ho avuto crisi respiratorie molto pesanti e alla fine mi hanno mandato in infermeria». 

C'erano altri italiani oltre a lei in quella prigione? Europei? 
«Italiani no. C'erano tre inglesi e un tedesco, ma con nessuno di loro sono riuscito a fare amicizia, ma ero praticamente da solo in una prigione di seimila detenuti»

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