Rassegna Stampa

'Ma per il diritto l'acqua e' piacentina e Genova la deve chiedere a noi'

Data: 22/03/2025

IL PARERE DELL'AVVOCATO

Nel far west che governa la materia del Brugneto, restano alcuni principi certi, seppur (volutamente) ignorati a partire dal versante ligure della diga sino a Genova. Il Brugneto fa parte del bacino del Trebbia, che a sua volta è affluente del Po. Se il Po è in secca e a Comacchio il mare risale il Delta come mai prima d'ora, l'acqua del Po non si tocca. E, a risalire, non si toccano nemmeno quelle del Trebbia fin su al Brugneto, peccato che il corso sia stato bloccato appena prima del confine di Piacenza dai genovesi per un grande invaso. È quanto sostiene l'avvocato Umberto Fantigrossi, che da anni appassionatamente si occupa di diritto delle acque e che è stato sentito giovedì nella sede del Consorzio di bonifica proprio in qualità di esperto: «Il concetto oggi va rovesciato rispetto a quello che, nel 1962, ha portato alla concessione oggi scaduta e gestita di fatto da Genova con accordi politici annuali con Bologna su quanta acqua dovesse scorrere verso Piacenza per irrigare i campi - spiega il legale -. La crisi idrica conclamata del Po fa sì che tutte le acque debbano andare verso il Fiume, salvo quella di cui i genovesi hanno strettamente bisogno per il loro consumo idropotabile». Dovrebbe dunque essere «la parte genovese a dover comprovare di quanta acqua abbia necessità per alimentare l'acquedotto civico, fermo restando che tutta la restante parte deve essere riportata nel flusso e nella direzione naturali, a beneficio di tutti gli altri usi compatibili e dello stato naturale del Trebbia». Non una goccia in più, perché tutto il resto diventa recessivo rispetto alle esigenze emergenziali del bacino del Po. Proprio su questo punto, il ministro Tommaso Foti, che all'epoca era "solo" onorevole, aveva portato a settembre in commissione Ambiente un'interrogazione. Bizzarro dunque che sia Piacenza, ogni estate, con il secchiello in mano ad elemosinare qualche metro cubo in più e che - come pubblicato ieri da Libertà - la scorsa estate Ireti, senza essere in alcun documento contraddetta dalla Regione Liguria, abbia tentato il blitz di chiudere i rubinetti. Un blitz che pare essere stato bloccato dall'istanza dei comitati No Tube, Difesa Valtrebbia, Tutela Valtrebbia e vergata dallo stesso Fantigrossi seguendo il percorso previsto dal Codice dell'Ambiente, e che il ministero ha preso in considerazione, avendo chiesto all'Autorità di Bacino del fiume Po di indagare sulla procedura avviata da Ireti presso la Regione Liguria. Ma al di là dei metri cubi in più o in meno, la partita è molto più grande. «Qui non si tratta di definire ad ogni estate il quantitativo d'acqua - continua Fantigrossi - bensì di decidere il fabbisogno per i prossimi cinquant'anni ». Ora dunque due sono le procedure in essere: quella di Ireti, che sostiene il diritto al rinnovo della concessione della diga, e una seconda, "il lodo piacentino", che sostiene al contrario che Ireti non abbia neppure il titolo per gestirla la diga, che è un bene demaniale, quindi deve tornare nelle mani dello Stato che dovrà poi bandire una gara. E di queste due ne resterà solo una.

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