Rassegna Stampa

'Noi fischiavamo solo per passione - Io severo? Non sopportavo i tuffatori'

Data: 07/10/2023

L'INTERVISTA FABIO BALDINI / EX-ARBITRO

«LE DESIGNAZIONI ERANO "SEGRETE" MA ALL'AEROPORTO MI TROVAI L'AUTO BLU DI UN PRESIDENTE AD ASPETTARMI...E ANDAI IN TAXI!»

Il baffone biondo ha lasciato il posto a una barbetta altrettanto ordinata e fisiologicamente ingrigita. Tempus fugit! Ma l'occhio azzurrissimo ha la stessa vitalità di quando correva e fischiava sui campi di calcio di tutta la penisola. Fabio Baldini è nato a Piacenza il 12 luglio 1945 e veleggia quindi verso i 78 anni. Dal 1987 vive in Colombia, nella meravigliosa città sul mare di Cartagena de Indias. La si è sposato con Elsa Fuentes e ha avuto due figli, Massimo e Pier Francesco, di 20 e 27 anni. Oggi è pensionato e si riposa dopo una vita di lavoro, prima in Italia, dove si occupava di noleggio piattaforme e poi auto, quindi oltre oceano. Baldini è stato tra gli arbitri piacentini uno di quelli che hanno raggiunto i più alti livelli: la serie C1 con il fischietto e la serie A con la bandierina di guardalinee al fianco di direttori di gara del calibro di Bergamo, Casarin, Agnolin e Pieri. A Piacenza torna quando può, qui ha tanti amici, in questi giorni ne ha incontrati alcuni tra cui il parlamentare Tommaso Foti e l'ex presidente del Piacenza, Luigi Loschi, con il quale negli anni Ottanta condivideva interminabili partite a tennis nella sua villa alla Besurica. Ma anche i dirigenti e tanti ex fischietti della sezione Aia di Piacenza. Dal presidente "Mimmo" Gresia ha ricevuto due doni che lo hanno profondamente commosso: un targa in vetro che ricorda il compianto amico ed arbitro Gregori e il suo vecchio fischietto. Gianpiero è mancato per un'improvvisa forma virale due anni fa proprio in Colombia, dove era andato a trovare Fabio, come faceva almeno una volta l'anno. «Una tragedia che mi ha sconvolto e alla quale ancora oggi faccio fatica a credere - racconta Baldini - è mancata una persona buona, che consideravo come un fratello. Sono stato molto contento di apprendere che l'Aia gli ha intitolato la sezione arbitri di Piacenza, se lo merivata». Tornare a Piacenza, seppure per pochi giorni, è stata per Fabio una full immersion di emozioni, «l'unico problema è che qui ingrasso a vista d'occhio - confessa sorridente - perché i vecchi amici si incontrano inevitabilmente in trattoria e qui si mangia parecchio bene». Il blitz nella città natale è stata preziosa occasione per un'intervista amarcord che non può non partire dalla sua passione per il fischietto. «Mi sono iscritto al corso per arbitri di calcio nel 1975 - ricorda e vuole sapere il motivo? Io andavo al Bar Sport di via Alberoni dove si discuteva molto, praticamente di tutto. E aveva ragione normalmente chi alzava di più la voce, il che mi sembrava ingiusto. Così decisi che volevo diventare arbitro perché sarei stato giudice imparziale delle controversie, almeno su un campo di calcio. Passai l'esame ma avevo vent'anni e dovevo andare a fare il militare, fui assegnato a una caserma di Nocera Inferiore e ne approfittai per arbitrare in quella città. Un bel rodaggio... ».

Che ricordi ha della sua carriera? 
«Ho fatto sei splendidi anni tra la serie C2 e la C1 dirigendo partite importantissime, poi sono transitato nel suolo di segnalinee ed ho affiancato l'amico Bergamo in serie A in mille sfide tra cui almeno quattro derby di Milano e la partita con la Juve che consacrò a sorpresa il Verona capolista e poi campione d'Italia. Poi quando furono eliminate le terne fisse sono stato assistente di Casarin, Agnolin, Pieri e tanti altri».

Quale è stata la partita in cui è stato più duramente contestato? 
«Potrei dirgliene tante, ricordo una partita a Legnano dove iniziarono a insultarmi già al mio arrivo allo stadio e alla fine mentre me ne andavo dovetti gettarmi nell'auto dei carabinieri per sfuggire a una fitta sassaiola. Ma forse la più brutta avventura che mi è capitata è stata a Cava dei Tirreni, per un Cavese-Ternana, decisiva per la retrocessione. All'epoca , proprio per evitare "pressioni", le designazioni erano segrete e quindi le società non sapevano chi sarebbe stato l'arbitro finché non si presentava sul campo. Bene, io arrivo il sabato all'aeroporto di Napoli e trovo un'auto blu del presidente della Cavese ad attendermi! Ovviamente rifiuto e decido di dormire a Napoli. L'indomani arrivo allo stadio e un dirigente della Cavese tenta di farmi il baciamano... ovviamente mi ritraggo ed entro nel mio spogliatoio dove sul tavolo trovo parecchi regali della società ospitante che ovviamente rifiuto, segnalando il tutto sul referto. Bene, il risultato è che il giorno dopo un dirigente arbitrale mi "cazzia" perché avrei dovuto spiegare tutto al telefono ma evitare di scriverlo nel rapporto. Peraltro non ricordo nemmeno come andò a finire la partita ».

Come arbitro lei aveva la fama di "duro"... 
«Ero severo, questo è certo. E odiavo soprattutto i cascatori, se un giocatore si buttava lo rialzavo io stesso a forza e gli intimavo di non riprovarci perché quel giorno sarebbe cascato male».

Oggi sarebbe facilitato dalla Var. 
«Sono fermamente contrario a questa innovazione perché toglie responsabilità e finisce per aiutare soprattutto gli arbitri mediocri che così hanno comunque le spalle coperte. Se corre nel modo giusto un arbitro è sempre vicino all'azione e ha tutti gli strumenti per giudicare. La televisione trasmette immagini ma non il senso e il "rumore" del contatto».

Miglior arbitro italiano di sempre? 
«Concetto Lo Bello, senza alcun dubbio! E' stato il mio modello assoluto: severo, ma puntuale ed imparziale nelle decisioni».

 Non Collina? 
«Collina è stato molto bravo perché si è "costruito" la carriera passo dopo passo già dalla serie C dove si vedeva che era un molto più bravo degli altri. Diciamo che aveva molto talento ma sapeva anche essere diplomatico...».

Ma i favoritismi nel calcio sono sempre esistiti? 
«E' inevitabile, con il mio fraterno amico e collega piacentino Agostino Carvani commentavamo con una frase in piacentino, "l'ha mangiè l'gogn", cioè ha mangiato il maiale quando qualche arbitro aveva evidentemente favorito la squadra più importante».

Oggi gli arbitri sono professionisti, lei quanto guadagnava? 
«Neanche una lira, avevamo tutte le spese pagate e una diaria che copriva giusto l'acquisto di scarpe e fischietto! Per noi il l'arbitraggio era soprattutto passione».

L'arbitro italiano di questi ultimi anni che le è piaciuto di più? 
«Orsato».

Segue ancora il nostro calcio? 
«Certamente! Attraverso i canali Rai che in Colombia arrivano fortunatamente senza pubblicità. Per chi tifo? Da bambino, prima di fare l'arbitro, ero interista. Adesso sono tornato a fare il tifo per i nerazzurri anche perché c'è un amico piacentino come allenatore».

Secondo lei perché Piacenza nell'ultimo mezzo secolo non ha mai avuto un arbitro in serie A? 
«E' una questione più "politica" che sportiva, a certi livelli conta molto chi è e quanto conta il presidente della sezione. Magari in serie C due arbitri arrivano con la stessa classifica ma passa quello della sezione più "potente". E' sempre stato così. Ma mi crea a Piacenza di ottimi arbitri ce ne sono stati e ce ne sono ancora. Anche se le dico la verità, con molta modestia, quando io sono arrivato alla serie A come segnalinee ed ho visto all'azione gente del calibro di Bergamo, Agnolin e compagnia bella ho capito perché loro ce l'avevano fatta eio no. Erano dei fenomeni. Però ho visto all'azione anche ltri coleghi certamente più "raccomandati" che bravi».

Come si vive in Colombia? 
«Io a Cartagena vivo benissimo, è una località turistica molto tranquilla. Si vive bene, come in tutta la nazione. Medellin? E' altrettanto bella ma molto più caotica, tipo Milano. Comunque lo stereotipo del colombiano di questo paese e dei suoi abitanti, che viene troppo spesso legato soprattutto alla droga, è quanto di più falso si possa immaginare. I colombiani sono persone splendide, colte e molto tranquille ».

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