In prefettura l'incontro tra la politica, il vescovo Cevolotto e Baradai per progettare azioni comuni dopo gli episodi di violenza
Parrocchie, scuole, associazioni, comunità religiose delle diverse confessioni e istituzioni. Unite per un « patto sociale». La sfida lanciata dal tavolo riunito in prefettura è chiara e condivisa da tutti. Dopo i recenti episodi di violenza che hanno scosso la città – dalla rissa di via Chiapponi alle coltellate in via Ottolenghi, fino alle aggressioni in via Boselli – il tema della sicurezza urbana si intreccia in modo sempre più stretto con quello del disagio giovanile e della convivenza tra culture diverse.
Un incontro - quello che si è svolto ieri in prefettura a porte chiuse (resta incomprensibile impedire alla stampa di ascoltare) - voluto per affrontare la questione su due livelli: da un lato l'ordine pubblico, dall'altro – e forse soprattutto – la necessità di intercettare il malessere che serpeggia tra le giovani generazioni. « Piacenza non è più quella città dove tutti si conoscevano. Non è un'isola felice, ma può ritrovare la propria identità di città civile, aperta e inclusiva», ha affermato il prefetto Paolo Ponta, che ha sottolineato come il problema non possa essere trattato solo in termini repressivi: «Serve una risposta corale della società civile, un investimento in educazione, prevenzione e ascolto».
Al tavolo hanno partecipato, oltre alla sindaca Katia Tarasconi, al vice Mattteo Bongiorni, alla presidente del consiglio comunale Paola Gazzolo e ai capigruppo del Comune, il vescovo Adriano Cevolotto ed esponenti della comunità islamica tra cui Yassine Baradai e Arian Kajashi. Il confronto ha messo in luce un'esigenza comune: agire insieme, con un piano condiviso che non resti sulla carta, ma si traduca in iniziative concrete.
Parrocchie e oratori, scuole e sport: reti già attive sul territorio Il mondo cattolico, rappresentato anche dalla pastorale giovanile della parrocchia di San Giuseppe Operaio, ha ricordato il ruolo prezioso svolto dagli oratori, in grado di accogliere i ragazzi e creare relazioni educative forti. Una formula che – è emerso dal confronto – può essere replicata e adattata anche da altre comunità religiose o realtà associative. «Non è un problema solo delle istituzioni – ha detto il prefetto – ma qualcosa che riguarda tutta la società. E allora ben vengano esperienze di peer education: un ragazzo che aiuta un altro ragazzo, che lo mette in guardia, che lo invita a riflettere su dove sta andando».
Il vescovo Cevolotto ha parlato di un impegno educativo da condividere, ricordando le difficoltà che vivono le famiglie straniere: «Molti genitori arrivano da altri Paesi e sono costretti a occuparsi prima della sopravvivenza che dell'educazione. Ecco perché è fondamentale creare reti di sostegno, senza barriere religiose. Le differenze possono diventare una forza ».
La politica unita sul tema: serve un patto sociale Dal fronte politico, il messaggio è stato unitario. Boris Infantino (Pc Coraggiosa) ha posto l'accento sulla necessità di andare incontro ai ragazzi: «Ci sono realtà capillari che già lavorano, come le parrocchie e lo sport. Ma dobbiamo costruire un patto comune con le scuole per intercettare chi è più fragile». Stefano Cugini (ApP) ha sottolineato l'urgenza di "muoversi insieme", senza delegare: «Non basta crea-re occasioni, bisogna andare a cercare i giovani nei loro luoghi. Ognuno di noi deve farsi carico di questo compito».
Luca Dallanegra (per Piacenza) ha messo in guardia dal rischio che chi rispetta le regole si senta abbandonato: «Lo Stato deve fare la sua parte, altrimenti cresce il senso di ingiustizia». Claudia Gnocchi (Gruppo misto) ha rilanciato l'idea della Consulta delle Culture come base per costruire dialogo e comprensione tra le diverse comunità. «I giovani vivono spesso emozioni forti, come paura e rabbia – ha detto Caterina Pagani (Piacenza Oltre) – ma dobbiamo evitare di alimentare la rabbia e lavorare per rafforzare la fiducia nelle istituzioni ». Andrea Fossati (Pd) ha chiesto di aumentare le iniziative che diano rappresentanza alle diverse etnie presenti in città, mentre Luca Zandonella (Lega) ha proposto di "occupare positivamente" i luoghi più a rischio, portando eventi e presenze educative nei quartieri più fragili. Dello stesso avviso anche Patrizia Barbieri (civica di centrodestra): « Non bisogna negare il problema, altrimenti cresce l'insofferenza. Il patto sociale va bene, ma deve essere concreto. E va riconosciuto l'impegno già dimostrato dalla comunità islamica». Sara Soresi (Fratelli d'Italia) ha ribadito l'importanza di affiancare alla prevenzione anche la repressione: «Chi delinque non può restare impunito. Dobbiamo riappropriarci degli spazi pubblici, anche con eventi e attività, ma senza rinunciare agli strumenti come il Daspo».
Il prefetto ha annunciato che quanto emerso sarà portato anche al Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica. « Non abbiamo ancora un progetto definito – ha detto – ma abbiamo delle idee e, soprattutto, la volontà di costruire insieme una risposta. La sicurezza si garantisce anche così: prevenendo e educando», ha concluso.
Intanto martedì prossimo il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi sarà a Piacenza per partecipare alla riunione del Comitato provinciale per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica. Un incontro fortemente voluto dalla sindaca Katia Tarasconi, dopo i recenti episodi di violenza che hanno acceso l'allarme sicurezza in città.
La presenza del titolare del Viminale è stata resa possibile anche grazie all'intercessione del ministro piacentino Tommaso Foti. Al centro della riunione, oltre all'analisi dei fatti di cronaca, ci sarà anche la questione degli organici delle forze dell'ordine: Piacenza, secondo quanto ribadito dalla sindaca, ha bisogno di un rafforzamento stabile degli effettivi per rispondere in modo adeguato alle esigenze di sicurezza.
Non è stato ancora comunicato l'orario ufficiale dell'arrivo del ministro, che sarà reso noto solo poche ore prima. L'incontro si svolgerà in prefettura.
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