LA LETTERA
Il deputato Foti (FdI) scrive a "Libertà" per rigettare il collegamento con il fascismo della frase di Marinetti da lui citata alla Camera. A suo avviso chi da sinistra glielo ha contestato è «ignorante» di storia. Al lungo intervento di Foti segue una risposta del direttore di "Libertà".
Caro direttore, mi dispiace che Libertà (edizione del 31 dicembre-ndr) si sia associata, quanto meno nel titolo, all'impostazione di due quotidiani nazionali, poco importa se dal pensiero unico o multiplo, che hanno associato al fascismo la mia citazione alla Camera di una frase di Filippo Tommaso Marinetti. Se la cancel culture non fosse una pratica barbara di rimozione dei fatti storici, sarebbe stato, infatti, facile verificare che la citazione "incriminata" rappresentava l'ultima frase del Manifesto del Futurismo pubblicato su Le Figaro il 20 febbraio 1909, e cioè 10 anni prima della fondazione (23 marzo 1919) di quei fasci di combattimento ai quali aderì anche Filippo Tommaso Marinetti, per poi abbandonarli l'anno successivo. Che poi due deputati del Pd Scoto e De Maria - giusto per l'ebbrezza di avere una citazione su qualche media abbiano affermato che sentivano "puzza" di fascismo, altro non è che la prova del decadimento culturale della classe politica della sinistra. Una volta i comunisti, a cui il partito voleva far fare carriera, arricchivano la loro preparazione politica alla Scuola delle Frattocchie, mentre oggi palesano la loro ignoranza sui social. Parlo di ignoranza non a caso, poiché all'evidenza dimostrano di non conoscere neppure il pensiero sul futurismo di Antonio Gramsci. Un pensiero espresso dal più significativo intellettuale comunista dell'epoca, Gramsci appunto, che riporto: « I futuristi hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, distrutto, distrutto, senza preoccuparsi se le nuove creazioni, prodotte dalla loro attività, fossero nel complesso un'opera superiore a quella distrutta: hanno avuto fiducia in se stessi, nella foga delle energie giovani, hanno avuto la concezione netta e chiara che l'epoca nostra, l'epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa, doveva avere nuove forme, di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio: hanno avuto questa concezione nettamente rivoluzionaria, assolutamente marxista, quando i socialisti non si occupavano neppure lontanamente di simile questione (...) In questo campo, come opera creativa, è probabile che la classe operaia non riuscirà per molto tempo a fare di più di quanto hanno fatto i futuristi: quando sostenevano i futuristi, i gruppi operai dimostravano di non spaventarsi della distruzione, sicuri di potere, essi operai, fare poesia, pittura, dramma, come i futuristi, questi operai sostenevano la storicità, la possibilità di una cultura proletaria, creata dagli operai stessi». (Antonio Gramsci, Socialismo e fascismo. L'Ordine Nuovo. 1921-1922, edizioni Einaudi) Aggiungo che quando Marinetti pubblicò il Manifesto del Futurismo nel 1909, Benito Mussolini, chiamato da Cesare Battisti, assumeva la segreteria della Camera del lavoro di Trento e la direzione dell'Avvenire del lavoratore. Espulso dai territori asburgici (settembre 1909), Mussolini divenne dirigente della federazione socialista di Forlì e direttore del settimanale Lotta di classe. Come si coinverrà, l'ignoranza della storia da parte di "firme" di alcuni giornaloni e di esponenti del Pd in cerca d'autore mi rende perfino troppo facile la replica. Insomma, se le firme e le voci della sinistra, più culturame che cultura, nulla sanno della storia, prima di evocarla e/o commentarla meglio farebbero studiarla. Quanto poi al fatto che io avrei concluso inneggiando ad inni missini, anche qui è un altro marchiano errore da matita blu nel quale incorrono coloro che, a differenza dei vecchi cronisti che sul taccuino annotavano le notizie importanti, preferiscono affidarsi ai sentito dire. Le manifestazioni del Msi, infatti, si aprivano con l'Inno a Roma di Puccini (mi auguro che alcuno voglia processare Bocelli per la splendida interpretazione artistica che ne ha dato in tv nel 2021) e si chiudevano con il Va pensiero di Verdi (magistralmente interpretato su Canale 5 ieri sera da Albano, cui spero nessuno voglia addebitare alcuna nostalgia, magari canaglia). La citazione, da parte mia, del titolo di una canzone ("Il domani appartiene a noi") ha scatenato la fantasia che essa fosse l'inno ufficiale del Fronte della Gioventù o di Azione Giovani - organizzazioni giovanili legate la prima al Msi, la seconda a Alleanza Nazionale - mentre era una delle tante canzoni composte negli anni '70 da gruppi musicali di destra, sganciati da alcuna appartenenza partitica. Ho voluto qui precisare quanto sopra poiché, mentre poco mi interessa di quanto scrivono i "giornaloni" del pensiero unico o multiplo a secondo degli interessi editoriali, tanto mi interessa chiarire la verità dei fatti sulle pagine di un quotidiano piacentino - Libertà - che è punto di riferimento per i lettori della sana provincia in cui vivo.
Tommaso Foti
capogruppo Fratelli d'Italia alla Camera dei deputati
La replica del Direttore di Libertà Pietro Visconti
Pubblichiamo le pur lunghissime considerazioni dell'onorevole Foti perché il diritto di replica per noi è un pilastro. Ma a mia volta replicherò subito che non mi dispiace affatto di come "Libertà" ha riferito e dato evidenza a una frase da lui pronunciata alla Camera in cui la retorica di Marinetti che alimentò il fascismo è rispuntata come colpo di oratoria ad effetto. Non ci siamo "associati" proprio a nessuno. Abbiamo soltanto ritenuto che fosse da rilevare, secondo elementare giornalismo, la scelta di Foti di utilizzare una formula tratta da un testo caro ai nostalgici del regime che fu. Tocca ricordare che oltre alla frase "Ritti sulla cima del mondo..." scandita a Montecitorio, in sé roboante ma inoffensiva, il Manifesto del Futurismo ne contiene altre che suonano orribili. Vi si trova tra l'altro la famosa esaltazione della guerra come "sola igiene del mondo". Vi si legge "noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche e le accademie di ogni specie", e sarà stata provocazione culturale ma, credo, oggi un certo brivido lo dà. Non si tratta di cedere alla "cancel culture" e negare il diritto di attingere ai vasi del passato prediletti. C'è libertà di concludere come si vuole un importante discorso parlamentare (si approvava il bilancio dello Stato) e libertà di rilevarne il tratto ardito e spericolato. Val la pena dire che trattandosi del capogruppo del maggior partito italiano i suoi riferimenti politico-culturali sono questione di un certo rilievo. E se l'onorevole Foti - ipotizzo - ha voluto in definitiva farci sapere tra le righe che gli piace assai il Marinetti futurista ma detesta in toto il Marinetti pre-cantore dell'aggressività e del fascismo, va benissimo. Infine, poiché l'onorevole batte anche questi altri tasti: trovo stucchevole evocare il cosiddetto pensiero unico, che a mio modesto parere non esiste come dimostrano milioni di pensieri diversi su piazza e il fatto (non marginale, si converrà) che al governo siano proprio i presunti ostracizzati; è uno scadimento grave ricorrere al termine "giornaloni" per disprezzare mezzi d'informazione che fanno il loro prezioso lavoro; e quel "culturame" per impacchettare la presunta generale ignoranza della sinistra sa molto, forse troppo, di stantio e di un tempo di reciproci disconoscimenti che bisognerebbe superare. (p.v.)
Libertà
