Rassegna Stampa

Le Province ora si riscoprono utili: 'Rivedere la legge'

Data: 06/05/2025

GOVERNO E REGIONE IN CAMPO

Più deleghe, ma anche più denaro (e per funzionare una Provincia c'è bisogno di un miliardo di euro all'anno, chiarisce il ministro Tommaso Foti). Le Province d'Italia alzano la testa. E la Regione Emilia Romagna accompagna questa voglia di ridefinire ruoli e funzioni svuotate nell'ultimo decennio dopo la legge Delrio n.56 del 2014 che ha disciplinato città metropolitane, unioni e fusioni di Comuni e depotenziato il sistema delle province. Province che oggi hanno il personale dimezzato e sono enti di secondo livello. E già domani si aprirà a Bologna un tavolo di lavoro per rivedere la legge regionale 13 che disciplina i reciproci rapporti. È un calcio d'inizio per una partita che si prospetta lunga. Ad annunciarlo è Michele de Pascale durante la presentazione del rapporto su benessere, equità e sostenibilità (Bes) nel territorio piacentino che si è tenuta all'ente di via Garibaldi con un parterre ampio, fra politici e amministratori locali, forze dell'ordine.

Domani l'incontro. Il presidente: disposti a rivedere la legge 13. Gandolfi (Upi), va superata la riforma Del Rio, senza tornare a prima

Più deleghe, ma anche più denaro. Le Province d'Italia alzano la testa. E la Regione Emilia Romagna accompagna questa voglia di ridefinire ruoli e funzioni svuotate nell'ultimo decennio dopo la legge Delrio n.56 del 2014 che ha definito le città metropolitane, le unioni e fusioni di Comuni e depotenziato il sistema delle province. Province che oggi hanno il personale dimezzato e sono enti di secondo livello. E già domani si aprirà a Bologna un tavolo di lavoro per rivedere la legge regionale 13 che disciplina i reciproci rapporti. E' un calcio d'inizio per una partita che si prospetta lunga. Ad annunciarlo è Michele de Pascale durante la presentazione del rapporto su benessere, equità e sostenibilità (Bes) nel territorio piacentino che si è tenuta all'ente di via Garibaldi con un parterre ampio, fra politici e amministratori locali, forze dell'ordine. «Si riassegni un ruolo di coordinamento territoriale, revisioneremo la legge regionale per rafforzare i rapporti fra gli enti» annuncia a Piacenza de Pascale, la conferenza delle regioni - dice - è in linea con l'orientamento parlamentare di una revisione organica. Giorgio Zanni, presidente della Provincia di Reggio Emilia e dell'Unione Province Emilia Romagna è pronto a portare acqua a questo mulino superando quella legge ponte del suo conterraneo Delrio che resta «una riforma incompiuta. Ne hanno sofferto in dieci anni i piccoli comuni, quelli di montagna, i più colpiti dall'inefficienza amministrativa, un vulnus alla dignità politica degli enti da sanare». Anche Piacenza - osserva - mostra un territorio frazionato, lenticolare, dove solo 3 comuni superano i 15 mila abitanti. Esistono poi contraddizioni, per esempio sul fronte delle energie alternative, fotovoltaico, eolico. «Ci sono grandi incentivi ma non riusciamo a farli atterrare sui territori, ci vuole un criterio unico, ma anche i sindaci devono poter dire la loro sul dove mettere gli impianti». «Sul Pnrr? Il lavoro più grande lo hanno fatto le province, riteniamo che siano la scala giusta non per rivendicare poltrone, ma per erogare servizi migliori». Questo ed altro emerge nel corso della tavola rotonda coordinata dal direttore di "Libertà" Gian Luca Rocco che ha colto il clima di «collaborazione » vivo in Provincia fra forze politiche, un risvolto non scontato. In quanto alle province, sono un elemento «identitario», al pari dei comuni e dei campanili. Pasquale Gandolfi, presidente della Provincia di Bergamo, dal dicembre scorso presiede l'Unione Province d'Italia e fa notare che ad oggi nessun legislatore ha preso in mano il superamento della riforma Delrio «che doveva essere transitoria ». Ma interpretando il pensiero comune sottolinea: «Nessuno però vuole un ritorno alla situazione prima del 2014». In Lombardia le province hanno fatto il possibile, riuscendoci, a trattenere deleghe e funzioni. Ma oggi «tutte le province italiane rivogliono più centralità». Come ci si riuscirà, tramite una nuova legge o altro, non conta, ma il suggerimento sulla via è chiaro: «La Regione sia ente legislatore come prevede la Costituzione». Giusto il caso che si delinea in Emilia Romagna e in Umbria. Anche Vittorio Silva, direttore generale della Provincia, insiste sul superamento della Delrio «non è stata una buona legge, per l'appesantimento di funzioni dalle province sulle regioni che hanno prodotto inefficienza e disfunzioni, e per il varco che si è aperto fra i cittadini e gli enti più vicini, in Emilia lo svuotamento delle funzioni delle province è stato più forte che altrove». Ora ci si aspetta un lavoro significativo, fare delle province le "capitali territoriali" come sostiene l'economista Roberto Camagni «scommessa non facile ma necessaria per vincere su transizione ecologica, digitale e demografica». Il professor Tommaso Bonetti, che insegna diritto amministrativo a UniBo, conviene sul fatto che oggi è necessario ridefinire il ruolo delle province «indebolite nel personale e tali da non poter più soddisfare gli interessi pubblici». La legge Delrio non ha funzionato anche perché era un "ponte" alla riforma costituzionale che è mancata. Prima della Delrio? «Non era l'età dell'oro, la provincia appariva invisibile pur svolgendo pezzi fondamentali ». E cita il Ptcp, il piano territoriale di coordinamento provinciale volto ad uno sviluppo armonico del territorio. «Non era un modello soddisfacente, bisognerà fare di più». E quel di più passa attraverso la gestione integrata del territorio, le scuole, le autorizzazioni ambientali, la polizia locale e tanto altro. 

Il ministro Foti: «Un miliardo è il minimo all'anno che serve agli enti per funzionare bene»
«Ripartire con le province si può, ma dovrebbero avere più autonomia finanziaria»

Con meno di 1 miliardo di euro all'anno che può fare una provincia? E di tale entità dovrebbe essere il trasferimento, dice in chiusura del suo intervento il ministro Tommaso Foti. Un numero tondo, più ipotetico che reale, sembra di capire. Per ripartire cosa serve? Questo è certo: «Più autonomia finanziaria, più deleghe». Ma se si tolgono deleghe alle regioni cosa implica? Risorse, o nessuna risorsa, oppure si possono aumentare le tassazioni? Insomma, un rebus. Pasquale Gandolfi, presidente dell'Unione Province Italiane, plaude a questa concretezza che sigilla la giornata del convegno sul Bes come un faro. Ma chissà. Il ministro per il Pnrr, affari europei e politiche di coesione cosa faccia una Provincia lo sa benissimo. E' stato consigliere provinciale a Piacenza - lo ricorda lui stesso - nel 1995, poi ancora nel 2004, anche candidato per la presidenza. E oggi spiega di conoscere bene le realtà delle cosiddette aree interne («che sono il 48 per cento dei Comuni italiani e 14,5 milioni di abitanti»). Avanza un piano nazionale su questo fronte «già votato all'unanimità». Ma in quanto alle ricadute del Pnrr che in regione Emilia Romagna vale 10 miliardi e a Piacenza 420 milioni, le difficoltà nascono anche dal fatto che il Pnrr dispone che qualsiasi intervento non deve essere « particolarmente dannoso all'ambiente». E fin qui. Ma i soldi non vengono in conseguenza usati per importanti problemi strutturali, come le strade. «Un Comune con due milioni di euro di bilancio e 144 chilometri di strade, come fa ad occuparsene?». Senza contare, altro scoglio, che 122 miliardi a debito ottenuto con il Pnrr, andando a mutuo per l'Italia, vorrebbero che si potessero usare come e dove servono ai territori. Non avviene. Servono meno vincoli, par di capire. Il Pnrr dà 16 miliardi di euro al capitolo sanità: «L'Emilia Romagna ha ottenuto risultati fra i primi su ospedali di comunità, case della salute, ospedali sicuri e attrezzature, 30 milioni per Piacenza» e questo è un bene. Anche per frenare le migrazioni sanitarie dalla nostra realtà verso altre («con sedici grandi apparecchiature acquisite e se c'è personale, il malato non va via»). Tornando alla riforma delle province, Foti non è convinto che serva l'elezione diretta del presidente e dei consiglieri, con l'effetto che i cittadini andrebbero a chiedere di risolvere problemi direttamente a figure, il presidente, i consiglieri, che mancano di risorse («li metteremmo in croce»). Altro problema da considerare, lo scarso appeal fra i giovani ad entrare in ruoli amministrativi. « Al Sud abbiamo fatto un bando per mille posti di tecnico e ne sono stati inseriti 341. Il personale va pagato meglio, anche sostituirlo è difficile, oggi il posto sicuro non attira, in certi comuni vanno deserti i concorsi e le strutture amministrative hanno ranghi ridotti». Senza contare che fra i tecnici assunti temporaneamente per dare gambe ai progetti del Pnrr, avendo la fine del contratto nel 2026 «c'è già chi rinuncia fin d'ora, non aspetta l'ultimo giorno per cercarsi un altro lavoro e magari se ne va chi ha lavorato già 4 anni sul Pnrr». Un depauperamento grave

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