Al convegno di Confindustria Piacenza "Costruire il cambiamento" il ministro traccia un bilancio di 5 anni di piano Ue
Pnrr: a che punto siamo? Qual è stato finora il suo impatto sul Paese e, in particolare, sul settore italiano delle costruzioni? Cosa verrà dopo? Queste e altre domande sono state al centro di "Costruire il cambiamento: l'impatto del Pnrr in Italia", il convegno promosso da Ance Piacenza in collaborazione con Ance Emilia-Romagna, svoltosi ieri nella sede di Confindustria Piacenza. La presidente nazionale di Ance (Associazione nazionale costruttori edili), Federica Brancaccio, ha dialogato con il ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione, il piacentino Tommaso Foti, in una tavola rotonda moderata da Gianni Trovati, giornalista del "Sole 24 Ore".
Il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) è stato una costante degli ultimi anni, finanziato dall'Unione europea, che ha stanziato circa 194 miliardi di euro. Dal 2021 punta a rilanciare l'economia dell'Italia dopo la pandemia di Covid, con particolare attenzione allo sviluppo verde, tecnologico e di digitalizzazione del Paese.
Dopo aver erogato all'Italia circa 153,2 miliardi di euro (corrispondenti ai prefinanziamenti e alle otto rate), la Commissione europea, il 29 aprile, ha espresso una valutazione positiva sulla richiesta di pagamento della nona rata, pari a 12,8 miliardi. A oggi, il totale erogato ammonta dunque a circa 166 miliardi. Il ministro Foti, fiducioso anche per le prossime rate, ieri nella sede di Confindustria Piacenza ha parlato dell'impatto del Piano, concentrandosi soprattutto sul mercato dell'Associazione nazionale costruttori edili. «È evidente - ha detto - che in cinque anni ci sia stato un massiccio intervento (il ministro lo stima attorno ai 100 miliardi, ndr) a favore dell'edilizia e soprattutto dei lavori edili». Al netto dei benefici, Foti ha però sottolineato altri aspetti. «Ci sono – spiega – tutta una serie di altre opere pubbliche che non si sono potute realizzare. Strade e ponti non erano ritenuti conformi al principio del Dnsh (Do no significant harm), principio che la Commissione europea ha posto come vincolo per l'utilizzo dei fondi del Pnrr». «Quindi – ha continuato – è evidente che l'investimento pubblico debba andare su una strada diversa da quella del Pnrr, pur tenendo presente la questione delle riforme. Ne cito una molto cara ai costruttori – ha proseguito il ministro – cioè il pagamento delle Pubbliche amministrazioni a 30 giorni ». Per i lavori esclusi dal Pnrr, il ministro ha risposto: «Occorre un investimento pubblico, tenendo presente che questo è stato un limite del Pnrr: se ci aggiudichiamo tutti i 194 miliardi che attualmente sono stati assegnati ma non erogati, ad oggi ne sono stati erogati 166 perché abbiamo raggiunto gli obiettivi di nove rate su nove, 122 miliardi di euro sono a debito».
«Quindi - ha aggiunto - chiaramente qui c'è da porsi una domanda che forse bisognava porsi all'inizio, non quando siamo intervenuti noi come governo, e cioè: "Ma se prendo dei soldi a debito e devo avere dei vincoli, allora mi conviene andare a prendere quei soldi a debito dall'Unione europea o posso anche emettere io titoli di debito pubblico e finanziarmi i lavori come ritengo più opportuno?"».
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