Rassegna Stampa

Macche' Province, l'Italia ha bisogno di tre Regioni Il Medioevo e' passato

Data: 08/05/2025

Lettera aperta del Sig. Luigi Marzoli al quotidiano Libertà.

Egregio Direttore, 
leggo che si pensa di riformare le provincie. Come spesso accade si guarda il dito anzichè la luna. Tokyo e Shanghai insieme superano la popolazione dell'Italia. Il popolo italiano è amministrato con la seguente struttura pubblica: :8000 Comuni, 110 Province, 22 Regioni. Una follia amministrativa che ci costa un'altra follia. La vera riforma sarebbe creare tre regioni , Nord, Centro e Sud, eliminare tutti i comuni sostituendoli con le attuali Province. Anche così facendo nessuna nuova regione italiana arriverebbe ad avere la popolazione di una sola delle città summenzionate.Con la potenza informatica attuale questa riforma è possibile, forse non abbiamo l'intelligenza e la volontà di attuarla. Il medioevo è finito secoli fa, vediamo di creare qualche cosa che sia adeguato all'oggi. 
Luigi Marzoli 
Piacenza

La replica del Direttore
Egregio Luigi, mi capita raramente di non essere d'accordo praticamente su nulla di quanto un lettore scrive: questa è una di quelle. Il suo discorso, mi dispiace dirlo, ma è fallace sotto molti punti di vista. Innanzitutto a cosa serve paragonare due tra le città più popolose del mondo al nostro sistema amministrativo? Davvero lei affianca una nazione con 1,2 miliardi di abitanti al nostro piccolo Stivale? Tra l'altro probabilmente non è mai stato in Cina e in Giappone, altrimenti saprebbe che la prima, ad esempio, è divisa in 33 divisioni provinciali (Shaghai come una sorta di città metropolitana è una di quelle) e che Tokyo ha 23 quartieri speciali che sono dei comuni all'interno del comune, con tanto di amministrazione, uffici, centro direzionale e via dicendo (chiunque l'abbia visitata se ne accorge benissimo). A parte questo inciso, le Province fanno parte della nostra Costituzione al pari dei Comuni e delle Regioni. Ma non sono certo un'invenzione dei nostri padri costituenti. Dante, in una celebre terzina, scrive "ahi serva Italia di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non Donna di Province ma bordello". A parte che il discorso sul bordello e la nave è valido da settecento e passa anni, non scrive Donna di Province a caso: l'Italia era "Domina Provinciarum" dai tempi dei romani che costituirono questo sistema amministrativo. E le province, geografiche ancor più che amministrative, sono uno dei grandi elementi indentitari degli italiani insieme ai "campanili". Diciamo che si sono sovrapposti ad un altro elemento identitario degli italiani: l'estremo masochismo ai limiti dell'autolesionismo. Le province, sull'onda di un moto populistico illogico, sono finite al centro della battaglia nel periodo d'oro "dell'antipolitica". "Via le province, risparmieremo miliardi e miliardi di euro". Destra e sinistra, non ci si poteva sottrarre. Morale: una legge ponte, la Delrio, che dura da otto anni e che, come la parola ponte suggerisce, doveva traghettare le amministrazioni dal sistema Pro-vincia vecchio ad uno nuovo nel quale sarebbero proprio state cancellate dalla Costituzione. Legittimo, peccato che il voto sulla riforma Renzi abbia bocciato la loro abolizione (insieme a Renzi e al resto della riforma) e così ci troviamo oggi con un ente "mutilato" di competenze ma soprattutto di fondi e personale ma indispensabile nell'equilibrio della pubblica amministrazione. Le ricordo, caro Luigi, che il territorio, prendo una provincia a caso, di Piacenza ha la città capoluogo e poi 47 comuni sotto i 15mila abitanti, molti dei quali in territorio montano con problemi diversissimi tra loro ma tutti accomunati da mezzi scarsissimi. I sindaci cosa dovrebbero fare quando hanno bisogno di qualcosa? Chiamare Bologna? "Salve sono il sindaco di Zerba, avremmo la strada rotta e siamo isolati, potete ripararla?" "Zer chi?" risponderanno giustamente dalla Regione che non può conoscere i territori come chi ci vive sopra. Dal convegno di lunedì un dato è risultato netto: la Delrio va superata e le Province sono indispensabili per creare quel raccordo necessario tra comuni e stato centrale. Si discuterà del come, anzi, giù lunedi scorso il presidente de Pascale, il presidente dell'Upi (l'unione province italiane) e il ministro Foti hanno preso appunti e appuntamenti. Perché, altro elemento fallace del ragionamento, è: sicuro di aver risparmiato con questa riforma? Io ho seri dubbi, legato alla logica (non molto genovese, lo ammetto) del "meno spendi, più spendi" perché crei "prodotti" inferiori (competenze girate alle Regioni che non riescono a gestirle) e inefficienze varie. Tralascio la sua idea di creare tre macroaree eliminando addirittura i comuni perché "la tecnologia lo permette". Mi ricorda quando il buon ministro Di Maio disse che la Tav non serviva perché i trasporti non sarebbero esistiti più in quanto la tecnologia di stampa 3D, forse scambiandola con il teletrasporto, avrebbe reso inutile portare le merci da una parte all'altra... Se proprio vogliamo superare il medioevo, permettiamo a chi abita in provincia di avere gli stessi servizi dei "cittadini". Entreremmo di diritto nell'età moderna della nostra società civile rispettando Costituzione e identità del nostro territorio.

Gian Luca Rocco
Direttore di Libertà

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