Rassegna Stampa

Una vita sotto scorta 'Un giorno mi dissero riapri piazza Fontana'

Data: 11/02/2025

L'INTERVISTA GRAZIA PRADELLA / PROCURATRICE CAPO

LA MAGISTRATA A 360 GRADI: "SECCHIONA" ED ESTROVERSA I MAESTRI BORRELLI E SPATARO

Appesa a una parete del suo ufficio, vicino alla foto che la ritrae qualche anno fa con Francesco Saverio Borrelli, c'è la pergamena del premio Livatino che si è aggiudicata ben due volte in carriera. Sulla scrivania, invece, accanto al Codice di procedura penale, ci sono un pacchetto di Marlboro Light e un accendino, ben a portata di mano. La procuratrice capo Grazia Pradella è un'accanita fumatrice. O meglio, lo era. «Ah guardi, arrivavo a tantissime al giorno. Adesso non più, 6-7 al massimo…» dice. Se la si immagina china sui faldoni dell'inchiesta di Piazza Fontana, che lei riaprì quando aveva solo 33 anni, si può anche comprendere il vizio del fumo scarica-tensione.

Procuratrice, si ricorda che qualche tempo fa una collega giornalista su una rivista nazionale l'aveva definita "mastino". Ci si ritrova?

«(sorride, ndr) Ricordo bene ma non mi ci ritrovo, capisco l'intento ma non è affatto così. Penso di essere una persona decisa e determinata nel condurre le indagini, quello sì, ma non credo fino al punto di essere un "mastino" nel senso unanimamente dato al termine. Ritengo piuttosto di aver sempre cercato di adottare un approccio molto umano in ogni caso giudiziario».

Beh, i pm e in generale i magistrati un certo timore reverenziale lo incutono di natura e in effetti nelle foto lei ha spesso un'aria severa. E' così anche fuori dal palazzo di giustizia?

«Non direi. Chi mi conosce sa che non sono affatto severa o sempre corrucciata, tutt'altro. Mi ritengo una persona aperta e interessata alle cose della vita fuori dai palazzi di giustizia e alle amicizie. Ho la fortuna di essere contornata di amici di ogni tipo, senza alcuna distinzione rispetto alla professione che svolgono. A me piace l'empatia umana, non sono interessata al lato professionale o alla classe sociale delle persone che frequento. Non è proprio nelle mie corde».

Quali caratteristiche, soprattutto umane, deve avere un buon magistrato?

«La prima, fondamentale, è quella di essere una persona equilibrata. E poi quella di non avere pregiudizi di alcun tipo. E questo vale sia per chi fa il giudice sia per chi fa il pubblico ministero».

È facile non avere pregiudizi?

«No, affatto. Però credo costituisca un allenamento mentale che, forse, fin dagli inizi della carriera, ciascun magistrato è tenuto a fare. Noi non dobbiamo avere pregiudizi. Bisogna prima esaminare la realtà e poi valutarla secondo quello che la norma richiede».

Qualche passione? Sport, musica...

«Non posso certo dirmi una sportiva, salvo qualche passeggiata per svagarmi un po'. Però suono la chitarra e canto. Qualche anno fa ho iniziato a studiare anche pianoforte, mi piace la musica. Soprattutto cantautori italiani e qualche classico della musica anglosassone. Ah, il pianoforte devo riprenderlo, me lo sono ripromessa».

Lei è milanese doc. Si sente in qualche modo orgogliosa delle sue origini?

«A dire il vero non ho mai dato particolare rilevanza a questo aspetto. Però dell'essere milanese rivendico l'essere estroverso: si dice infatti, "Milan la ga el cor an man". Ecco, questo aspetto mi appartiene».

Com'era da bambina?

«Molto vivace, pur sempre nei limiti e rispettosa dell'autorità dei genitori e dei nonni. Ho avuto una famiglia molto unita. I primi anni d'infanzia li ho passati in un paesino di montagna del Varesotto con i nonni perché i miei genitori lavoravano molto. E sono stata molto felice di vivere in campagna, sempre all'aperto, quasi allo stato selvaggio. Quel periodo mi ha lasciato un'impronta profonda perché ho sempre adorato il rapporto con la natura e con gli animali. Tanto che ancora oggi della mia famiglia fanno parte un cane e due gatti, tutti trovatelli».

A scuola come andava?

«Ammetto di essere sempre stata la prima della classe. Però ero una "secchiona" simpatica, quella che spesso passava i compiti per capirci. Tanto è vero che periodicamente mi trovo con alcuni compagni di liceo e tutti ricordano questa mia propensione all'aiuto. Mai stata gelosa del mio sapere. Ero brava a scuola perché ero curiosa e mi piaceva studiare. Tutto lì».

Studi classici?

«No, liceo linguistico. I miei genitori iscrissero me e mia sorella al linguistico nella convinzione che, nel caso ci fossimo sposate presto, poi almeno avremmo saputo le lingue per lavorare in qualche ufficio. Pur riconoscendo oggi che quella formazione mi ha aiutato, abbiamo per così dire disubbidito ai genitori: io magistrato e mia sorella medico. Insomma, non ci siamo accontentate del diploma».

Nella sua camera da letto di ragazzina che poster c'era?

«Nessuno perché dividevo la camera con mia sorella, c'era un patto che non ci saremmo invase gli spazi a vicenda. C'erano invece due foto di cavalli. Li amavo molto, da ragazza facevo anche un po' di equitazione».

Se non sbagliamo, è stata tra le più giovani magistrate d'Italia, a 23 anni.

« Non ho la statistica esatta, ma credo di si. Mi iscrissi a giurisprudenza per fare il magistrato anche se al liceo mi appassionavano molto matematica e fisica. Nel corso degli anni avevo capito che volevo fare qualcosa di più impegnato nel sociale che poi si è tradotto nel voler fare a tutti i costi il magistrato ».

Avrà pur avuto un piano b?

« Non ci crederà, ma mai avuto un piano b. Come tutti quelli un po' sognatori avevo solo un piano a».

Ci fu un fatto particolare che le fece dire: voglio fare il magistrato?

«Si. Da ragazzina ho vissuto il periodo della Milano violenta. Parlo sia di terrorismo che di criminalità organizzata, banda Vallanzasca o Turatello per intendersi. Abitavo in un quartiere popolare dove mio padre faceva il medico. Una notte, quando avevo 17 anni, fu ucciso per errore un medico amico di famiglia, a cui la banda Vallanzasca rapinò la macchina. Era una persona cara e di quella notte drammatica mi ricordo tutto. Quella notte non decisi di fare il magistrato, ma quell'episodio mi fece capire che volevo fare qualcosa per la convivenza civile ».

Ok il fuoco sacro, ma visti anche i casi che ha trattato si è mai pentita della carriera intrapresa?

« No. Per parafrasare il titolo di un libro scritto da un collega a me molto caro, Armando Spataro, ... ne valeva la pena».

Le è mai capitato di avere paura?

«La paura fa parte dell'essere umano. Sì, mi è capitato però ho sempre cercato di razionalizzare e continuare serenamente. È dal 1994 che praticamente sono sotto scorta. Ci sono stati vari episodi inquietanti che mi sono capitati, però preferisco non soffermarmi».

Quasi cinque anni alla guida della procura di Piacenza. Che bilancio traccia?

«Qui, tra colleghi, forze dell'ordine e impiegati amministrativi ho trovato un clima eccezionale per la grande qualità umana di tutti loro. Per me è stato ed è un posto dove non solo lavoro, ma dove custodisco rapporti umani di spessore».

È stata una sua scelta Piacenza?

«Sì, ho fatto domanda io. Provenivo da esperienza come procuratore aggiunto a Imperia e volevo avvicinarmi a casa e avere un ruolo direttivo ».

Cosa le piace della città?

«A dire il vero non ho tanto tempo per passeggiare, fatico a viverla. Per quel poco che ho visto mi sembra una città accogliente, che ha dei tesori nascosti, per esempio penso a delle case non immediatamente visibili ma stupende. E poi i beni della chiesa, come il collegio Alberoni. Ecco, secondo me Piacenza potrebbe valorizzarsi molto di più dal punto di vista turistico».

Essere donna e capo. Ha trovato difficoltà di qualche tipo?

«Sono il primo procuratore donna di Piacenza. Devo dire che non ho avuto alcuna difficoltà. La magistratura, così come la società, sta cambiando. No, mai avuto problemi».

Poco tempo dopo il suo arrivo decise, unica volta in Italia, di chiudere la caserma Levante in seguito all'inchiesta sui carabinieri infedeli. Se ripensa a quel periodo…

« In quel momento sequestrare la caserma, era una necessità investigativa, dovevamo trovare le tracce fisiche dei pestaggi avvenuti in quel luogo. Nelle mie intenzioni il sequestro sarebbe dovuto durare pochissimo. Poi però un difensore chiese un incidente probatorio che comportò un sequestro più lungo. Nel frattempo i principali responsabili avevano confessato, quindi per noi era venuta meno l'esigenza di mantenerla sotto sequestro ».

La colpì quella vicenda?

« Moltissimo. Per un magistrato d'esperienza l'Arma dei carabinieri rappresenta un fedele alleato sia delle indagini che dei procedimenti. Trovare quella situazione mi ha veramente stupito. Però credo fosse giusto fare luce su tutti quegli episodi terribili. Da lì, con tutti i comandanti dell'Arma che si sono succeduti, siamo ripartiti per creare un nuovo clima di collaborazione che adesso direi che è ottimo».

Tra un mese circa inizierà il processo a sette sindacalisti di SiCobas e Usb per i tafferugli nella logistica. C'è chi sostiene sia tutto un teorema.

Non posso entrare nel merito perché sono processi in corso. Il mio ufficio si è limitato a rilevare dei fatti di reato, non giustificabili a nostro modo di vedere dall'esercizio legittimo di attività sindacali».

Quanto all'inchiesta dei sindaci, da circa un anno avete fatto la richiesta di archiviazione per il ministro Foti e l'ex assessora Opizzi. A che punto siamo?

« Anche su quello non posso pronunciarmi. La procura ha ritenuto di non avere elementi sufficienti per prospettare l'ipotesi accusatoria e ora il giudice dovrà fare le sue valutazioni. Preciso che, per quanto è a mia conoscenza e per aver affrontato questo tema organizzativo più volte con il presidente del tribunale, l'ufficio gip di Piacenza è fortemente carente di magistrati».

Di recente sulle cronache nazionali ha fatto scalpore il caso Ramy, il ragazzino ucciso in un incidente in scooter dopo l'inseguimento con i carabinieri. Al di là delle responsabilità penali che devono ancora essere accertate, cosa pensa di chi indossa una divisa abusando del proprio ruolo?

«Questo è un fenomeno che è sempre accaduto. Quando ero a Milano oltre che di terrorismo mi occupavo dei reati commessi dalle forze dell'ordine. La storia ci insegna che sono fatti sempre accaduti, tuttavia in forma episodica. Anche le forze dell'ordine sono composte da individui e gli individui possono sbagliare. Ma non parlerei di fenomeno diffuso».

Dopo essere stata giudice di Corte d'Assise a Milano, è stata a lungo nella procura di Milano. Ora a Piacenza. Cosa hanno in comune le due città?


«A Piacenza ho avuto la possibilità di fare indagini tecnicamente molto innovative e complicate grazie alla collaborazione di sostituti eccezionali. Non ho notato differenze qualitative. Poi certo la dimensione della città è diversa».

Ovunque c'è sempre maggior sete di sicurezza. Da cosa dipende questo fatto? E' un tema di immigrazione incontrollata, di decadimento culturale o di cosa?

« È un discorso molto complicato. Ci sono stati periodi nella storia italiana dove la sicurezza era messa in pericolo in modo pesante, per esempio gli anni della mia infanzia a Milano, terrorismo e criminalità organizzata. Sicuramente la percezione d'insicurezza oggi è enfatizzata dall'eco mediatica. Questo aumenta l'ansia di chi legge e partecipa alla vita cittadina. Direi che l'allarme sicurezza c'è, soprattutto in alcuni ambienti, penso soprattutto alla delinquenza minorile che è sicuramente aumentata».

Molti fanno l'equazione immigrazione uguale delinquenza.

« Penso che sia una visione semplicistica. Dovremmo invece guardare serenamente ai dati. Quelli che riguardano la delinquenza non pendono a carico esclusivo degli immigrati, anzi. Le faccio un esempio: se prendiamo il cosiddetto Codice rosso, i reati commessi da cittadini non italiani o irregolari sono paragonabili a quelli commessi da italiani, si distribuiscono equamente».

Notoriamente la procura ha una montagna di lavoro. Non aiuta certo l'indole di molti oggi alla querela facile. Concorda?

«In procura a Piacenza ciascun sostituto ha dai 900 ai mille fascicoli a carico di noti all'anno, è un carico enorme. Cerchiamo di farvi fronte in modo il più celere possibile. Certo è che secondo me alcuni cittadini presentano querele che trovano la loro collocazione in ambito civile o che riguardano fatti di non particolare significato. A volte sì, sono querele per futili motivi. Occorrerebbe maggior consapevolezza nell'adire le forze dell'ordine e la procura in modo che noi potremmo concentrarci sui casi connotati di una certa gravità».

A un certo punto, quando poco più che trentenne si trova in procura a Milano, le chiedono di riaprire il caso Piazza Fontana. Quanto fu duro quel periodo?

«Inizialmente il dottor Borrelli, capo della procura di Milano che, per inciso, credo sia uno se non il miglior magistrato che io abbia conosciuto, mi assegnò le indagini su Piazza Fontana perché come giudice in Corte d'Assise in precedenza avevo trattato processi di terrorismo. Quello che ricordo di quel tempo è la massa enorme di documenti che ho dovuto leggere e capire ».

Più spaventata o lusingata?

«In quel momento ero sorpresa per quella mole di carte e forse preoccupata della responsabilità che mi veniva affidata. Ero una giovanissima magistrata, avevo 33 anni, ero appena arrivata in procura. Trovarsi di fronte a uno dei misteri più grandi della storia italiana spaventerebbe chiunque. La difficoltà enorme che ora non c'è più (stante l'informatizzazione degli atti) era quella di esaminare centinaia e centinaia di pagine in un tempo ristretto, quello delle indagini preliminari. In un anno e otto mesi affrontammo un'indagine gigantesca».

Ritiene chiusa quella pagina? Quel mistero è risolto?

«È risolto da un punto di vista storico, da un punto di vista giudiziario in appello ci furono delle assoluzioni. Però da un punto di vista storico è stato chiarito che le responsabilità furono del terrorismo nero, di Ordine Nuovo».

Nel libro "Storie eretiche di cittadini per bene", Nando Dalla Chiesa l'ha inserita tra i grandi della magistratura italiana come Falcone, Borsellino, Caponnetto, Spataro, Colombo e Caselli.

«Ne sono grata. Non ho mai avuto l'occasione di ringraziare Dalla Chiesa personalmente, ma rimasi molto colpita dalla sua sensibilità».

Chi sono stati i suoi maestri?

«Su tutti Francesco Saverio Borrelli, Armando Spataro e Enrico Pomarici, ma devo dire anche tanti altri. Entrai in magistratura nel 1986: Falcone e Borsellino non potevano che incidere profondamente nella mia formazione e nella mia indole come è stato per tanti colleghi della mia generazione».

Madre e magistrato è conciliabile?

«Sì, seppure con fatica. Così come non rinnego la mia passione per questo mestiere, devo dire che altrettanto fondamentale come donna è stato avere un figlio. A volte per stare con lui lavoravo di notte. All'epoca non c'erano le facilitazioni e garanzie che fortunatamente ci sono adesso sulla tutela della maternità ».

Cosa pensò quando, a un certo punto, le tolsero la scorta?

« Preferisco non entrare nel merito ».

Disagio giovanile, un tema su cui è intervenuta spesso. Cosa la preoccupa di più?

«Credo che per noi adulti i giovani dovrebbero rappresentare il principale centro d'attenzione. Ciascuno di noi dovrebbe contribuire a renderli sereni e in grado di affrontare le difficoltà della vita. I magistrati, ma anche insegnanti e genitori devono avere il massimo rispetto per le esigenze di crescita dei minori. L'uso esasperato degli strumenti informatici ha tolto tanto ai ragazzi. I genitori devono fare uno sforzo massimo nel dialogare. I figli non crescono da soli, hanno bisogno di insegnamenti e soprattutto di esempi».

La recente indagine sulla devianza giovanile ha destato sconcerto nell'opinione pubblica.

«Sì, è preoccupante. A Milano feci il primo processo contro i latinos nel 2010. È un fenomeno cresciuto nel tempo. Non è possibile che ci siano così tanti ragazzi che escono di casa con il coltello come se nulla fosse. Questa è responsabilità prima di tutto delle famiglie e in un modo diverso ovviamente, anche degli insegnanti e degli adulti che hanno una funzione educativa. Va compreso al più presto che la violenza e la logica della prevaricazione non portano a nulla, se non a guai».

A Milano condusse anche l'inchiesta

sul Santa Rita, la clinica degli orrori. Fu scioccante?

« Fu pesantissimo, una delle indagini più complicate. Ci trovammo di fronte a gente sana operata inutilmente con pezzi di organi asportati e mutilazioni inutili. Fu talmente scioccante che io e la collega Siciliano all'inizio studiavamo e ristudiavamo le cartelle cliniche. Non volevamo credere a quanto emergeva dalle stesse».

Quale è stata l'inchiesta che, per qualche ragione, l'ha colpita di più?

«Spesso si pensa che siamo colpiti dalle inchieste che danno più visibilità. Non è così. Ci sono inchieste che mi hanno colpito per particolari aspetti umani. Ricordo che intorno al 2010 ci fu una serie di stupri di gruppo a Milano. Una notte stavo facendo il turno "arresti" mentre mio figlio era ricoverato in ospedale. Arrivò la notizia di una ragazza appena ventenne che era stata stuprata da cinque persone. Frequentava giurisprudenza. Mi colpì tantissimo che fin dal nostro primo incontro, malgrado la sofferenza, fu lucida nel ricostruire gli avvenimenti e mi chiese di avere giustizia. Da allora si è instaurato un legame affettivo che dura ancora oggi che è una donna e madre felice. La sua forza e la sua determinazione nel cercare giustizia sono stati un grande insegnamento per me».

I magistrati hanno un grande potere sulle vite delle persone. Si è mai detta: qui ho sbagliato?

«I magistrati possono commettere errori come tutti. Spero di non averne commessi, in ogni caso ce l'ho sempre messa tutta».

Qual è il suo rapporto con la politica?

«Guardi, ho sempre cercato da magistrato di essere, o meglio, apparire completamente neutrale. Non sono neppure mai stata iscritta ad alcuna corrente della magistratura, solo all'Anm. Questo per un atteggiamento prudenziale derivato dagli inizi della mia carriera, avendo partecipato a processi contro il terrorismo sia rosso che nero. Ho visto la patologia di entrambe le concezioni ideologiche e me ne sono sempre tenuta lontana. Ovviamente ho le mie idee come tutti, ma cerco di non farle trasparire nell'esercizio delle mie funzioni».

Giusta la riforma della separazione delle carriere?

«Sono fortemente contraria. Non serve a nulla (giudice e pm sono già separati nelle loro funzioni) e, soprattutto, non serve a risolvere i mali della giustizia che sono molto più concreti di quelli che il cittadino potrebbe pensare. Non abbiamo personale, non abbiamo sufficienti strumenti informatici, ogni giorno ci inventiamo soluzioni per andare avanti. Sono una di quelle che è passata dalla carriera di giudice a pm da un giorno all'altro. Le dirò di più: secondo me è utile questo passaggio perché ti obbliga a confrontarti con prospettive diverse. Non riesco davvero a capire quali vantaggi possa apportare questa riforma».

Di recente il dibattito politico è monopolizzato dal caso Almasri. Che opinione si è fatta?

«Preferisco non rispondere, è un tema assai dibattuto a livello politico e non voglio entrare nel merito. Certo, credo sia doveroso porre la massima attenzione a reati gravi come quelli contestati al generale libico che riguardano il rispetto dei diritti umani basilari».

Si sente una donna realizzata e felice?

« Realizzata professionalmente si. Sul felice si può sempre migliorare»

"... scoprii che si chiamava Grazia.

Scoprii soprattutto che, con la massima riservatezza e lontano dalle luci della stampa, stava lavorando da tempo a un'inchiesta da far tremare i polsi. Indagava su piazza Fontana... Non sapevo nulla del suo lavoro. Ma lo sapevano, eccome, i diretti interessati. Che quel lavoro dovevano giudicarlo intelligente e ostinato, almeno a valutare dalle minacce fattele arrivare ripetutamente e dalla scorta che con molto realismo le era stata assegnata." (Nando Dalla Chiesa)


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