Data: 03/07/2011
Cinque anni di opposizione agguerrita alla giunta Boiardi («Quell'esperienza credo abbia contribuito a determinare il successo del 2009»), due anni come consigliere di maggioranza dell'amministrazione Trespidi («Non si può vincere in Provincia e poi stare in panchina») e ora Tommaso Foti si fa da parte.
Ha lasciato via Garibaldi. Gli è subentrato un giovane, Michele Magnaschi, primo dei non eletti in un collegio della città. «Avrei potuto dimettermi prima - dice l'onorevole che incontriamo nella sede del Pdl piacentino - ma ho atteso che chi è entrato in consiglio concludesse il corso degli studi e, soprattutto, cominciasse a lavorare, consapevole - aggiunge - che la politica spesso ti prende, ti cattura tanto che a volte può farti distrarre. Un rischio che è bene evitare». Una chiacchierata che parte dalla Provincia ma che tocca anche altri aspetti della vita politica locale e non solo. Dalla sfida del prossimo anno per le Comunali di Piacenza ed i rapporti interni alla coalizione di centrodestra, all'esperienza maturata nel Pdl nazionale con la frattura con l'area di Fini: «L'ho vissuta malissimo», dice.
Torniamo al governo della Provincia. Caratterizzato da un avvio in salita segnato da forti polemiche e dalle dimissioni dell'assessore Davide Allegri.
«La politica è fatta di giorni belli e di giorni amari. Non mi riferisco alle dimissioni dell'assessore, ma restano interrogativi su un punto: c'è o non c'è una colpa nella vicenda giudiziaria? »
Con le sue dimissioni la Provincia perde una figura importante sia sul piano politico sia per esperienza. Resta una compagine più debole? E che ruolo pensa di avere ancora rispetto alla Provincia?
«Non interferisco nei ruoli amministrativi, se qualcuno mi investirà di qualcosa sarò a disposizione. Non è nel mio costume e neppure nella mia indole tirare le fila dal di fuori. Quanto al mio ruolo nell'amministrazione parto dal presupposto che tutti sono utili e nessuno indispensabile, credo che l'amministrazione andrà avanti bene anche senza la mia presenza che a volte, mi rendo conto, ha esercitato una forte peso. Si sa che nel mio identikit c'è anche il fatto di essere un cultore delle regole che non interpreto in modo "casereccio"»
Un consiglio a chi resta in via Garibaldi se la sente di darlo?
«Non sono più consigliere e figuriamoci se ora voglio recitare la parte di consigliori. Alla base della maggioranza c'era un programma elettorale con riferimenti programmatici precisi, è quella la linea da seguire».
Disimpegno totale, dunque.
«Mi sembra corretto verso di me e gli altri avere questo atteggiamento che, tra l'altro non è nuovo. E' lo stesso tenuto in Comune quando ho cessato di far parte di quel consesso. E' una questione di educazione politica».
E a questo punto è d'obbligo chiedere quale destino per le Province che tornano in agenda per l'abolizione per rientrare nei propositi archiviati un minuto dopo.
«Non è un tema disgiunto dalla rimodulazione dello Stato italiano. Vero è che si potrebbe iniziare con l'accorparle»
O quanto meno evitare di crearne di nuove
«Già»
Sullo sfondo si delinea però un appuntamento importante, le comunali di Piacenza del prossimo anno, mani libere in Provincia per giocare quella partita?
«Non ho l'ambizione di fare il sindaco né il candidato consigliere; se si dovesse presentare la possibilità di essere presente per far da traino alla lista del Pdl, lo valuterò. Come coalizione non sono ancora iniziati gli incontri ora è in atto una riflessione nel Pdl che, in sostanza, risponde a una domanda: il partito vuole andare al tavolo con le altre forze della coalizione con un proprio candidato? Se il Pdl è intenzionato a proporre un nome credo che ci si debba arrivare attraverso le primarie e su questo chiederò anche la valutazione e la decisione dell'organo provinciale del partito. E' una proposta lanciata alla discussione che può essere accolta o respinta però penso che, in quest'ultimo caso, sarebbe necessario proporre una soluzione alternativa».
Una proposta che però potrebbe pesare sulle aspirazioni della Lega Nord che da tempo punta alla candidatura per il Comune.
«Aspirazione legittima, tuttavia riterrei sbagliato che il Pdl, da subito, si chiamasse fuori. E prima ancora di conoscere gli orientamenti degli altri, poi».
Pdl che, a livello nazionale si appresta a imboccare una nuova strada. Finita l'era del padre padrone?
«Da quando esiste il Pdl Berlusconi è stato tutto fuorché un "padre-padrone". Quando si sceglie un partito "leaderista" è evidente che si tratta di una formazione che non può far altro che sviluppare le proprie dinamiche attraverso la fugura di un leader, quindi Berlusconi. Ora, con il passaggio politico compiuto, si passa a un altro tipo di partito con la figura di un segretario primus inter pares che sia riferimento di una classe dirigente che trova il confronto nella collegialità e la sintesi nella figura del suo segretario politico».
Nell'esperienza del Pdl, però, si è consumata una frattura che, per chi proviene da An probabilmente rappresenta anche una ferita profonda. Come valuta la rottura con l'area di Fini?
«La rottura con Fini l'ho vissuta malissimo. Per me che sono un romantico della politica, sento un grande vuoto. Per anni ho sentito ripetere che l'onore della destra era saper mantenere fede alla parola data e quando si vota contro a un governo, al capo di quel governo nelle cui liste si è stati eletti, si consuma un tradimento multiplo. Dagli elettori alla propria storia personale e questo credo sia senza ritorno.
Impossibile una ricomposizione?
«Credo sia indispensabile arrivare a ricomporre un'area di centro destra che comprenda diverse anime e sigle e penso anche a Udc (è stato un errore in queste amministrative escluderlo) e Fli. Questo per me ha un valore di fondo: contrastare la sinistra. In questa chiave politicamente tutto è possibile, ma non certo in nome del "bel tempo che fu"».
L'esclusione dell'Udc è stata quasi un diktat della Lega Nord...
«L'importante è che un errore non si trasformi in un orrore».
da Libertà
