Camera

Cacciare Berlusconi non serve

Data: 13/08/2011

La pioggia di commenti che fatalmente accompagna ogni provvedimento del Governo di natura economica, suggerisce di evitare di aggiungerne un altro.
Dopo tutto il copione è già scritto: pur convenendo tutti sulla gravità del momento, ognuno recrimina per avere Berlusconi colpito lui, anziché tramortire il proprio vicino.
Al di là delle convinzioni religiose, politiche ed etiche, nel giudizio a caldo, a farla da padrone è l'egoismo. Merita invece qualche considerazione l'atteggiamento dei vari capi, capetti, caporali di giornata dell'opposizione, tutti convinti assertori di rivoluzionarie ricette economiche, legate da un unico filo conduttore: la cacciata di Berlusconi.
Non credo di peccare di faziosità (e neppure di rispetto) se affermo che, nelle drammatiche vicende di questi giorni, Berlusconi c'entra niente: pur riconoscendo al Cavaliere molte doti, dubito infatti che sia talmente bravo da riuscire a condizionare i mercati azionari del mondo.
Essendo ciò evidente a tutti - compresi i vari Bersani, Casini, Di Pietro,Vendola - non si vede proprio l'utilità di reclamare dimissioni che, se date, porterebbero all'apertura di una crisi al buio, ad esclusivo beneficio - oltre dei suddetti oppositori - degli speculatori e dei loro reggicoda.
Cacciare Berlusconi non serve, dunque, a nessuno: neppure a quell'opposizione che è - e rimane
- incapace di dare vita ad un altro Governo.
Tutta'al più dovremmo chiederci, ma qui il discorso finirebbe fatalmente per allargarsi, se l'Europa che vogliamo ha le sembianze di quella che abbiamo di fronte: un enorme grattacielo pieno di burocrazia che deprime, anziché agevolare, lo spirito d'intrapresa.
Così come meriterebbe, nell'attuale crisi finanziaria internazionale, una qualche riflessione - ma lo spazio è tiranno - l'atteggiamento tedesco, tutto orientato alla difesa dell'interesse e/o dell'egoismo nazionale: un (preoccupante) revival di quel «nazionalismo economico» che si affermò nel secolo precedente.
Stando così le cose, versare benzina sul fuoco del pessimismo non giova a nessuno che sia in buona fede e tanto meno serve all'Italia. Quell'Italia in cui, per più di trent'anni, una sedicente società civile ha fatto da reggicoda ad una sedicente politica solidale, prima sostenendo e - poi - dando concreta, quanto tragica, attuazione alla teoria secondo la quale il pareggio del bilancio dello Stato era un "principio arcaico".
Una nefasta, quanto affermata, corrente di pensiero che ci ha portato dal disavanzo annuo dell'1,3% del 1960 a quello dei giorni nostri, contribuendo alla folle crescita di quel debito pubblico che, quando scese in campo Berlusconi, era pari al 123% del nostro prodotto interno lordo e che proprio ieri ha sfondato il tetto dei 1.900 miliardi di euro.
Un debito, quello pubblico, la cui lievitazione incomincia nel 1960 (con l'avvento del centro-sinistra) e cresce a dismisura negli anni '80; in quest'ultimo periodo la spesa pubblica esplode grazie al consociativismo politico che vede comunisti e democristiani intenti a spartirsi ampie fette di potere. Ed il nostro problema più grande è proprio dato dall'esponenziale crescita della spesa pubblica, ben più che dal pareggio di bilancio, essendo noto (vero, signori Bersani, Casini, Di Pietro,Vendola?) che se il settore pubblico si prende - come fa oggi - il 51% del nostro reddito, non ci restano che le briciole. "Starving the beast" ("affama la bestia"): è questo lo slogan con cui i liberisti hanno sempre appoggiato in America il taglio delle tasse, convinti che questo fosse il modo più diretto ed efficace per costringere lo Stato alla ritirata.
Purtroppo, in questa politicamente calda estate, anche per via di qualche non richiesta intrusione europea, non c'è spazio per parlare di riduzione delle tasse, ma il centrodestra tutto può fare meno che archiviare l'argomento, pena la sua polverizzazione elettorale e politica.
Certamente, caro Bersani, chi più ha, più deve dare. Ma poiché in Italia chi ha più di tutti è la nota signora spesa pubblica, perché non incominciare proprio da quest'ultima a prendere, cioè a tagliare?
Poi - e non prima - si giustifica (si fa per dire) il contributo di solidarietà.

Tommaso Foti
deputato Il Popolo della libertà

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