Data: 23/10/2009
di PIERLUIGI PETRINI
Una aspra polemica contrappone Barak Obama alla Fox tv. Il presidente americano ritiene pregiudiziali le critiche dei commentatori politici della Fox e, conseguentemente, si nega ai suoi inviati durante le conferenze stampa ricambiato dall'emittente che oscura gli eventi mediatici che lo vedono protagonista. Bill Kristol, opinionista di punta del network di Murdoch, ritiene che questa vicenda rifletta «un atteggiamento generale dell'Amministrazione Obama che è convinta che se non sei un suo ammiratore svenevole, non puoi che avere qualche rotella fuori posto» e Chris Wallace, il conduttore di un talk show platealmente disertato da Obama, ha commentato: «In tutta la mia carriera non ho mai visto un gruppo di piagnucoloni come questi che stanno ora alla Casa Bianca».
La risposta più significativa l'ha fornita Anita Dunn, responsabile della comunicazione della Casa Bianca: «Li tratteremo come avversari politici - ha detto al New York Times - non abbiamo bisogno di far finta che Fox News sia una normale organizzazione giornalistica». In questo clima di scontro all'arma bianca, nessuno dei commentatori politici ha ritenuto di vedere nell'atteggiamento di Obama un attentato alla libertà di stampa e nemmeno di dover censurare la posizione dichiaratamente ostile della Fox, in omaggio al principio che gli organi d'informazione non sono il megafono del potere, bensì il cane da guardia della democrazia, sempre pronto ad addentare ai polpacci il potere. Compito che ognuno svolge con sensibilità e linguaggi diversi con l'unico limite della veridicità dei fatti ai quali si collegano le opinioni.
Molti in Italia hanno visto una perfetta simmetria tra queste vicende americane e la disputa che contrappone il presidente Berlusconi al gruppo editoriale dell'Espresso, rilevando la paradossale inversione dei ruoli tra l'impegno conservatore di Fox tv e quello progressista de La Repubblica. Ultimo, dalle pagine di questo giornale, l'on. Tommaso Foti, il quale si domanda come mai gli oppositori di Berlusconi, da lui sbrigativamente denominati "la sinistra", non siano scesi in piazza contro Barak Obama a difesa della libertà di stampa, vedendo in questo mancato impegno la prova del carattere strumentale di certe battaglie ideali. No, on. Foti, non si tratta di due pesi e due misure perché il parallelismo tra le due situazioni è assolutamente superficiale e strumentale. Obama, infatti, non ha mai definito farabutti, delinquenti e criminali quei giornalisti che lo criticano. Si potrebbe obiettare che anche le critiche a lui rivolte non avevano la stessa virulenza di quelle cui è stato fatto oggetto Berlusconi. E' vero, come pure è vero che i fatti oggetto di critica non hanno la stessa gravità. Non risulta, infatti, che il presidente Obama avesse una stretta frequentazione con sospetti affaristi, prosseneti, spacciatori e cocainomani, né che gli sgraditi intervistatori volessero a ragione sapere se era stato «l'utilizzatore finale» di mercenarie del sesso o se i criteri di selezione del suo staff avessero esorbitato da specifiche competenze attestate da ricchi curricola.
La first lady Michelle, del resto, continua a considerare esemplare il comportamento del marito che non risulta sia solito imbucarsi in festicciole di teen ager. Obama non è nemmeno in lite perenne con la costituzione alla quale ha giurato fedeltà o con l'intero ordine giudiziario, né infine risulta essere sotto processo per gravi reati (vale la pena ricordare che in america verrebbero considerati gravi oltre che la corruzione in atti giudiziari, anche l'evasione fiscale e il falso in bilancio).
L'on. Foti può essere certo che, qualora negli Usa la discussione politica dovesse scendere a questi livelli, tutti, e ribadisco tutti, gli organi d'informazione assumerebbero nei confronti di Obama lo stesso atteggiamento inquisitorio. Il nocciolo del problema è dunque un altro: perché in Italia, a fronte di eventi che suscitano scandalo in tutto il mondo occidentale (si leggano le rassegne della stampa estera sempre meno divertita e sempre più allibita), a mordere i polpacci del potere è rimasto solo un gruppo editoriale? La risposta è semplice: le lamentazioni del Presidente del Consiglio non sono fini a se stesse ma hanno pesanti ricadute nei fatti dal momento che egli controlla politicamente la tv pubblica e tutta l'emittenza privata (o per diretto possesso o come distributore delle risorse pubblicitarie) oltre ad un primario gruppo editoriale. A riprova del potere reale che hanno queste lamentazioni basti ricordare come, per curiosa coincidenza, il direttore del Corriere e quello della Stampa (Mieli ed Anselmi) abbiano rassegnato le dimissioni ai loro preoccupati editori dopo che, con una ennesima intemperante dichiarazione, Berlusconi aveva consigliato loro di «cambiare mestiere».
Potrei ricordare l'emarginazione di quanti non si sono assoggettati ad una funzione servile dell'informazione si chiamassero pure Montanelli, Biagi o Mentana, il rapporto corrivo con i dirigenti Rai, la timidezza delle Autority, l'acquiescenza dei direttori dei tg pubblici e privati ormai prossima al servilismo. Non bastassero le lamentazioni, infine, c'è l'uso intimidatorio dei mezzi di comunicazione come nel caso Boffo (il direttore dell'Avvenire) e nel caso Misiano (il giudice dagli stravaganti calzini azzurri), l'incitazione al boicottaggio ripetutamente rivolta alle assemblee confindustriali ove siedono tutti i maggiori inserzionisti pubblicitari e all'evasione del canone Rai. Obama è forse intollerante alle critiche come capita a molti, persino agli allenatori di calcio, ma non ha nessun potere censorio, coercitivo o intimidatorio nei confronti dei suoi critici. Ecco perché, on. Foti, è del tutto sciocco pensare di dover difendere la libertà della stampa americana. In Italia, ahimé, la situazione è completamente diversa.
