Data: 02/06/2010
piacenza - «E ora, archiviata la pratica del rilascio di acqua dal Brugneto, si apra il capitolo del nuovo disciplinare. Quello in vigore, infatti, va a scadenza a fine 2012. Di questo argomento ho già parlato con il presidente della Provincia di Genova Repetto a margine dell'incontro di Ottone con al centro i problemi della Statale 45. Insomma, la questione acqua del Brugneto, è già stata messa in agenda». Lo dice il presidente della Provincia Massimo Trespidi dopo aver incassato una favorevole sentenza d'appello per un contenzioso che vedeva opposte la Provincia di Piacenza e la Comunità montana da un lato e il Comune di Genova dall'altra. I fatti risalgono agli anni 86 e 87 quando l'Amga di Genova decise di non rilasciare, per due estati consecutive (anche per esercitare pressione per ottenere la concessione della derivazione del Cassingheno), i 2 milioni e mezzo di metri cubi di acqua dall'invaso del Brugneto (diga in territorio genovese alimentata da un affluente del Trebbia) come stabilisce il disciplinare che regola i rapporti tra i due territori. Riconoscendo, in questo modo, un diritto vantato dal comune di Piacenza sulle acque del Trebbia che non poteva essere soppresso.
La vicenda degli anni 80 - A quel tempo teneva banco un'altra questione che vide per diverso tempo i due versanti della valle del Trebbia l'un contro l'altro armato. Si trattava della proposta di derivazione del Cassingheno che la Ligura richiedeva a gran voce per tamponare la storica sete d'acqua. A volte le cose riemergono dalla memoria polverosa di decenni ed è appunto il caso dell'invaso del Brugneto. Sulla vicenda due sentenze. Nella prima - spiega l'avvocato Gianluigi Grandi che ha seguito la pratica per gli enti piacentini - per la richiesta di risarcimento un consulente conteggiò quanto il danno prodotto a Piacenza aveva portato nelle casse genovesi e quindi la richiesta di risarcimento fu calcolata sul vantaggio avuto dai liguri con il mancato rilascio. La valutazione riguardò la vendita dell'acqua per uso potabile e la produzione di energia elettrica. La tesi sostenuta dagli enti, infatti, metteva l'accento sul fatto che il mancato rilascio avrebbe danneggiato l'agricoltura di Valtrebbia, impoverito le falde, favorito un maggior inquinamento e avrebbe avuto ripercussioni negative sullo sviluppo turistico e sulla fauna della vallata. Ebbene, il conto finale arrivò alla cifra di 766mila euro (si era arrivati nel frattempo al 2004 con l'euro come moneta ndr), ma nella prima sentenza, contro cui Genova fece appello, il tribunale riconobbe un risarcimento di 200mila euro. Cifra riconfermata anche in appello che, però, non entrerà nelle casse degli enti locali, ma dello stato in quanto la proprietà dell'acqua è dello stato. Il comune ligure dovrà liquidare anche le spese legali.
Rivedere il disciplinare - Ma rivedere i contenuti del disciplinare che regola la cessione di acqua in periodo estivo è argomento che sta a cuore anche degli ambientalisti che, già nel corso degli anni, hanno messo in evidenza la necessità di riparlare del fabbisogno idrico locale. «Il tema - dice Giuseppe Castelnuovo - era stato già posto da tempo sul tavolo regionale. Abbiamo sollecitato ripetutamente perché la Regione si facesse parte attiva per risolvere questo problema. Ora questa sentenza è simbolica e diventa importante anche alla luce della revisione di quell'accordo ed è chiaro che un nuovo documento dovrà partire da una legislazione del tutto diversa e per di più si colloca in un momento in cui la crisi idrica è una minaccia per tutti». Riguardo alla sentenza e, soprattutto, al risarcimento del danno però, secondo Castelnuovo, non si è tenuto conto del danno maggiore, quello ambientale e che invece visto con gli occhi di oggi dovrebbe essere la voce predominante. «Credo che oggi - dice - la contabilità ambientale del danno prevarrebbe rispetto a quello economico».
Le proposte - E già si ipotizzano anche i punti d'appoggio del nuovo disciplinare che dovrebbe tenere conto del bacino idrografico del fiume, segnala Castelnuovo che mette in evidenza come una direttiva europea addirittura segnali la necessità che i fiumi rispettino il loro corso naturale. Ma una cosa è certa - aggiunge - è necessario riavviare il percorso il più velocemente possibile. Nel frattempo - aggiunge Castelnuovo - sul riequilibrio della gestione delle acque nel febbraio scorso l'Autorità di bacino ha approvato il piano per la gestione del Po e, per quanto riguarda in specifico la nostra provincia, siamo in attesa dell'esito del Ptcp che dovrebbe comprendere anche un piano delle acque, ma in prospettiva si potrebbe anche ipotizzare un secondo Tavolo del Trebbia anche se, purtroppo, restano ancora da attuare le prescrizioni elaborate dal primo. «I fatti dimostrano come, anche se con i tempi della giustizia, la strada giusta e maestra per difendere gli interessi del proprio territorio non è quella di andare con il cappello in mano, alla ricerca di un basso profilo, avanti coloro che hanno interessi contrapposti, ma di portare le controversie nelle sedi giurisdizionali idonee». E' il commento del parlamentare del Pdl Tommaso Foti. «La conferma delle regioni del nostro territorio, che promana dal giudice adito - prosegue il parlamentare del Pdl - ci dice che avevano ragione coloro i quali hanno preteso che gli enti locali di allora si battessero in giudizio, e non nelle sedi politiche e di partito, a favore dei piacentini. Così è stato e i risultati positivi si vedono». Chiusa questa pratica, come si diceva, si apre l'interrogativo sul futuro. E tutti sembrano concordare almeno su un punto iniziare al più presto a discutere con Genova dell'acqua del Trebbia.
Antonella Lenti
