Data: 17/09/2012
Passano i giorni, si avvicina sempre più il momento del riordino delle Province, non è più il caso di alimentare fantasie di ogni tipo, che oscurano la realtà dei fatti.
Si pensi a chi - convinto che il riordino della nostra Provincia con quella della sola Parma ci penalizzerebbe troppo - auspica la nascita di una maxi provincia emiliana, ma con più capoluoghi.
Un desiderio irrealizzabile posto che la normativa vigente (art. 4-bis della legge 135/2012) già attribuisce il capoluogo a Parma che vanta il maggiore numero di abitanti.
Una vicenda, quella del capoluogo, che sta alla base delle motivazioni con le quali gli amministratori modenesi hanno affondato la proposta della "Emilia" (l'unione, cioè, delle Province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena).
Ovunque, sul territorio nazionale, il tema del capoluogo della Provincia che nascerà dal riordino è quello che tiene banco, aprendo - ad esempio - una forte crisi all'interno del Partito Democratico in Toscana, in rotta frontale con il proprio Presidente.
Qui da noi, invece, si procede come se nulla fosse, come se il capoluogo fosse un orpello di cui liberarci al più presto. Ma così non è. Senza il capoluogo il territorio piacentino non solo non sarà più in grado di attrarre centri direzionali, ma perderà quelli esistenti.
Addirittura un'interessata Presidente di Provincia (quella di Ferrara) ci comunia di avere deciso (Lei per tutti ovviamente) che la Provincia del Ducato (Piacenza e Parma) è cosa fatta. Il tutto senza che neppure si siano affrontate alcune fondamentali questioni che rilevano per il nostro territorio.
Il sindaco Dosi, nei giorni scorsi, si è limitato a proclamare che, nella riordinata "Provincia del Ducato", noi saremmo più forti dei nostri cugini, anche per via della critica situazione finanziaria del comune di Parma.
Un'affermazione priva di alcuna logica, posto che lo stato delle finanze del comune di Parma nulla rileva rispetto alla provincia "riordinata", ma soprattutto perché se così fosse dalla "Provincia del Ducato" dovremmo scappare a gambe levate, visto che il suo capoluogo sarebbe Parma.
E' evidente che il richiamare le condizioni finanziarie del comune di Parma serve solo ad illuderci che la "Provincia del Ducato" sarà per noi un affare, il che invece non è e non sarà.
Se ci si volesse concretamente occupare di cosa ci accadrà, si dovrebbe invece verificare il conto economico delle 21 società partecipate dalla Provincia di Parma, la loro mission e i benefici o meno che le stesse potrebbero apportare al nostro territorio. Se qualcuno, anche a tempo perso, si fosse peritato di farlo si chiederebbe quanto meno se e quale futuro potrà avere Piacenza Expo (il nostro ente fiera, la cui costruzione è costata al Comune di Piacenza oltre venti miliardi di vecchie lire), posto che a Parma ne funziona (e alla grande) uno di livello internazionale.
Altri potrebbero interrogarsi sul futuro del polo logistico di Piacenza rispetto a quello dell'interporto di Parma, alla luce della legge-quadro sugli interporti approvata alla Camera e all'esame del Senato.
Così pure si potrebbe fare un'analisi sul futuro del nostro sistema agroalimentare, avendo a mente che Parma è sede dell'Autorità per la sicurezza alimentare, del distretto nazionale del prosciutto, di aziende quali Barilla (che ha inaugurato la scorsa settimana nel territorio parmense uno nuovo stabilimento per i sughi, costato oltre 40 milioni di euro), Parmacotto, Parmalat (giusto per citarne alcune).
Se poi, tra una trama ed un'ambizione, si volesse dedicare un po' di tempo anche al tema del trasporto pubblico (competenza statale assegnata alle Province riordinate) allora si potrebbe valutare cosa ne sarà dello stesso nel nostro territorio e della partecipazione piacentina in Seta, alla luce del fatto che Parma ha una sua azienda di trasporto pubblico (Tep spa).
E che sarà, come osservava giustamente il Dott. Balordi, di quel polo universitario piacentino, sorto per volontà dell'Università Cattolica di Milano, da sempre ostacolato da Parma?
E l'Epis, l'Ente per la promozione dell'istruzione superiore nelle province di Piacenza e Cremona, sarà ancora presieduto da un piacentino o arriverà un parmigiano, ovviamente poco interessato alla crescita dello stesso?
Ma, come detto, il tema centrale è e rimane quello del capoluogo: solo così una realtà economica come la nostra, con livelli di eccellenza qualitativa ma di limitate dimensioni, potrà evitare una progressiva spogliazione. Altrettanto chiaro è che l'unica possibilità che Piacenza ha di mantenere il capoluogo è legata al nostro passaggio in Lombardia.
Un passaggio che non può ovviamente essere dettato dal "solo" tema del capoluogo ma che dovrebbe essere accompagnato anche da un più complessivo esame dei rapporti che noi coltiviamo con la Lombardia.
Rapporti che una qualche radice profonda anche di natura economia e culturale devono poi avere, se anche il sindaco Dosi (favorevole alla "Provincia del Ducato") giudica fondamentale per il nostro territorio la realizzazione di un metropolitana leggera che colleghi Piacenza con Milano.
Perché non porsi il tema delle ragioni che ogni giorno portano migliaia di piacentini a recarsi a Milano: ci vanno perché attratti dallo splendido Duomo o anche perché lì trovano il lavoro e o i luoghi dello studio?
Così pure, qualcuno potrebbe peritarsi di contare le industrie (e che industrie) che diversi imprenditori piacentini hanno realizzato nell'area del lodigiano compresa tra San Rocco e Casalpusterlengo.
Altri poi, magari solo per curiosità, potrebbero andare alla ricerca delle motivazioni che hanno portato a denominare "Piacenza nord" il casello autostradale ubicato a Guardamiglio.
Davvero nessuno pensa che il nostro passaggio in Lombardia rappresenterebbe l'occasione propizia per azzerare quella "mobilità passiva", ovvero le migrazioni dei pazienti piacentini verso le strutture sanitarie lombarde, i cui oneri oggi sono a carico delle amministrazioni regionali oltre che dei nostri concittadini?
Solo che si avesse un po' di buona volontà, ma forse anche solo buon senso, le suesposte considerazioni dovrebbero consigliare di lasciare ai piacentini di potersi esprimere, dopo che si è sentito il parere delle categorie economiche, dei sindaci e dei sindacati.
Occorre però fare presto e bene, mandando in soffitta sia l'idea di affidarsi a ricorsi giurisdizionali sia quella delle deroghe ai criteri minimi che il Cal e la Regione non possono concedere e che, comunque, la Regione ha già detto di non volere concedere.
Lo ribadisco, per l'ultima volta: diamo la parola ai piacentini.
Costerà qualche migliaia di euro ma molto meno di quanto, ad esempio, perderemmo lasciando in mani non piacentine le azioni di Centropadane e facendo sì che sempre non piacentini decidano dove impiegare gli eventuali proventi (oltre 6 milioni di euro) dell'eventuale alienazione delle stesse.
di Tommaso Foti
da Libertà
