Camera

Ecco perché, con piena convinzione, sto nel PdL
con Silvio Berlusconi anzichè con Gianfranco Fini

Data: 08/12/2010

di TOMMASO FOTI *
A pochi giorni dal voto di fiducia alla Camera dei Deputati, decisivo per le sorti del Governo di centro-destra, ritengo di dovere spiegare agli elettori piacentini, in particolare a quelli che con me hanno condiviso la battaglia della destra politica, il perché - con piena convinzione - mi schiero con Berlusconi, anziché con Fini. Osservo, preliminarmente, che a rileggere alcuni articoli che la stampa ha riservato all'intervento di Fini a Bastia Umbra ci si fa l'idea che, per gli intervenuti, sia stata una giornata di grande entusiasmo, quasi festeggiassero la liberazione dall'oppressione o giù di lì. In verità, a Bastia Umbra, una certa idea della destra, come una comunità umana - prima ancora che politica - l'aveva intesa, è stata seppellita. Una sconfitta grande come una casa per tutti coloro che nella destra hanno creduto, amici di una vita avvezzi a dividere pane e sorte e non certo a lanciarsi più o meno sguaiati strali.
Una delle tante fratture - certo - che hanno caratterizzato il percorso della destra politica, ma sicuramente la più grave, la più lacerante. E non certo perché un po' di colonnelli o capitani dell'ex Alleanza Nazionale, come stupidamente si è detto, abbiano "cambiato generale" o perché tantissimi della "truppa" storica di quell'area politica siano stati folgorati sulla via di Arcore, come maldestramente qualcuno sostiene.
No, in questa vicenda, la caserma è meglio lasciarla fuori, e per davvero. Il fatto è che la destra ha coordinate, riferimenti, orizzonti, prospettive che, coltivate nel corso degli anni e aggiornate in relazione al mutamento dei tempi, hanno ben poco in comune con quelle evocate, negli ultimi mesi, dal Presidente della Camera.
Basta leggere la raccolta di scritti (riuniti nel volume "In alto a destra") dei recenti e più ascoltati collaboratori di Fini per rendersi conto che, più che sviluppare tesi e idee volte a delineare una destra "nuova", hanno saccheggiato a piene mani tra i testi impolverati di quella "nouvelle droite" che, a trent'anni dalla sua comparsa, mai si è affermata.
Così come è altrettanto chiaro che non si può pensare che il proprio essere di destra, nella società italiana post ideologica, si esaurisca in qualche citazione ad effetto, riguardi essa i suoi fondatori o un grande poeta. Se fosse bastato ciò, non c'era certo bisogno di fondare Alleanza Nazionale e, ancora meno, si giustifica la decisione di dare vita ad un partito unitario del centro-destra. Chi scrive non è diventato di destra per caso: entrai per la prima volta in una sede del Movimento Sociale Italiano a metà degli anni ?70 - quattro spoglie stanzette al piano terra di un antico quanto fatiscente fabbricato della vecchia Piacenza - in compagnia di mio padre, che lì periodicamente si recava per incontrare alcuni amici che, come lui, avevano combattuto "dalla parte sbagliata". Fu la prima di una lunga serie di personali incursioni che avrebbe caratterizzato la mia vita politica: quando ancora oggi percorro Via Sant'Antonino, un particolare senso d'allegria mi pervade man mano che mi avvicino al numero 24 dove - per dirla con i Katanghesi di un tempo e dei Bersani di oggi - c'era la "fogna". E' in quella "fogna" che, da responsabile giovanile del Msi piacentino, portai Fini nei mesi successivi alla sua nomina da parte di Almirante a segretario nazionale del Fronte della Gioventù. E' in quella "fogna" che, pochi giorni dopo il congresso di Sorrento, ospitai Fini quale segretario del "nuovo" Msi.
Sono immagini che non ho consegnato ai ricordi di un mondo che non c'è più: le ho ben vive nei miei occhi, così come le sono quelle dei comizi di Fini a Piacenza, quando Piazza Cavalli si riempiva ogni volta di più che nella precedente occasione; fino alla sua ultima giornata piacentina, con me a fianco, trascorsa nella primavera del 2007 nei mercati rionali e nelle vie del centro ad ascoltare la gente.
Un'amicizia vera e alla luce del sole quella che mi ha legato a Fini: di quelle che non si coltivano e alimentano in ragione di reciproci interessi. Un'amicizia che mi ha portato a essere sempre dalla sua parte nelle tormentate vicende che hanno caratterizzato il lungo percorso della destra, ivi compreso il congresso giovanile di Milano, nel quale l'appoggio di chi scrive fu determinante per la sua riconferma: senza nulla chiedere, né pretendere. Proprio per queste ragioni mi pare di vivere un brutto, bruttissimo, sogno quando vedo tantissimi amici che come me hanno sempre seguito Fini, che gli sono stati accanto nei momenti veramente difficili (per tutti: quelli che seguirono il congresso del Msi a Rimini), costretti oggi ad imboccare un'altra strada. Troppo facile liquidare la questione - come qualcuno furbescamente, ma non intelligentemente fa - sostenendo che siamo diventati tutti "servi di Berlusconi".
Ma davvero si può pensare che una generazione di persone che del rischio ha fatto la propria vita, che ha messo mano sistematicamente al portafoglio per tenere aperte le sedi del proprio partito (fosse esso il Msi o Alleanza Nazionale) abbia improvvisamente deciso di giocare contro Fini, l'amico di una vita? Così non è, ed è giusto spiegarne le ragioni.
Per chi ha vissuto il "ghetto" e gli "anni di piombo" l'obiettivo è sempre stato quello di "rimettere in gioco" la destra politica: un obiettivo antico, non ascrivibile ad un'intuizione di Fini, che venne in parte raggiunto - con esiti nel Sud e nel Centro decisamente buoni - da Arturo Michelini. E per una destra aperta, senza torcicollo, proiettata a superare i risentimenti, gli odi, le passioni della guerra civile, lavorò Almirante quando dette vita alla Destra Nazionale. Un'iniziativa politica di ampio respiro che non trovò adeguato sbocco per la dichiarata indisponibilità della Dc a dare vita ad alleanze con la destra e per l'ondata di violenza che la sinistra scatenò contro quest'ultima, attraverso i molteplici canali extraparlamentari. Che la destra politica abbia, dunque, sempre coltivato il sogno di dare vita a un grande schieramento che comprendesse gli italiani che non si riconoscevano nei disvalori della sinistra non è certamente storia dei nostri giorni! E allora, perché questa crisi di rigetto dopo che meno di un anno fa, con la fondazione del PdL, Alleanza Nazionale aveva completato l'evoluzione naturale del proprio percorso? Perché buttare all'aria tutto? La risposta non sta, come molti sono inclini a ritenere, nell'insofferenza caratteriale insinuatasi tra Fini e Berlusconi. In politica non è obbligatorio amarsi, né stimarsi: si può convenire su di un obiettivo, si può raggiungere una meta anche senza camminare mano nella mano. Dopotutto, se così non fosse, non si capirebbe come mai proprio coloro che di Fini - prima nei congressi del Msi e di An e, poi, nella successiva gestione del partito - hanno sempre mostrato di avere scarsa considerazione, quando non disistima, oggi formano gran parte della cerchia dei suoi più ascoltati consiglieri. Il fatto è che Fini aveva sempre rappresentato una certa idea della destra, una destra - sia ben chiaro - non ripiegata all'indietro, proiettata in avanti, attenta a non fare carne di porco di quei valori di riferimento che è legittimo definire eterni. Una destra tanto "law and order" quanto ostinatamente determinata a difendere le ragioni della propria esistenza da quel tentativo - che ci fu, eccome se ci fu - di liquidarla per via giudiziaria, grazie all'attività persecutoria di certi magistrati. Berlusconi potrà aversene anche a male ma l'espressione "toghe rosse" non è un suo conio. La inventò Almirante e la pubblicistica dell'area di destra di quegli anni ce lo conferma; l'espressione in questione ricorre inoltre in alcune canzoni di quella "musica alternativa" che ben dovrebbero ricordare unitamente a Fini coloro che, come me, quell'esperienza hanno vissuto in prima persona. Una destra con la schiena dritta quella che avevamo voluto e costruito insieme a Fini e che per contro, recentemente, è stata diversamente declinata solo per compiacere ambienti alla stessa estranei, nel nome di una supposta modernità che la vorrebbe più giustizialista che legalitaria, più libertaria che liberale, più laicista che ghibellina. Una destra che, nonostante "strappi" e "fughe in avanti" più apprese dai media che discusse preventivamente negli organi di partito, era stata capace di condurre gran parte dei suoi dirigenti e dei suoi elettori a condividere posizioni che, pochi lustri prima, sarebbero state definite eretiche. Il che non significa che questi "strappi" - in particolare quello relativo al conferimento del diritto di voto agli immigrati - non siano costati in termini di consenso elettorale. Lo sanno meglio di tutti i dirigenti politici dell'ex Alleanza Nazionale delle regioni del Nord, che hanno visto fette neppure troppo piccole di elettorato tradizionale della destra rianimare una Lega che, non cent'anni fa, ma nelle elezioni politiche del 2001, aveva eletto i propri parlamentari nei soli collegi uninominali non avendo superato, nella quota proporzionale, lo sbarramento del 4%. Così come si conoscevano bene, per non dire benissimo, quante e quali fossero le preoccupazione sullo stato di salute elettorale di Alleanza Nazionale prima delle politiche del 2008. Perché se è vero che nell'ottobre del 2007, con uno sforzo davvero superlativo di tutta la comunità umana che in quel partito si ritrovava, Alleanza Nazionale aveva dato vita a un imponente corteo che, conclusosi con il comizio di Fini ai Fori Imperiali, ne aveva attestato la vitalità, altrettanto vero è che la "svolta del predellino" di Berlusconi aveva sparigliato, per l'ennesima volta, il campo. Forse perché eletto deputato due volte nel collegio uninominale di Piacenza - e, quindi, portato a capire prima di altri che la vera rivoluzione politica, dopo il consolidamento del bipolarismo, sarebbe stata quella del bipartitismo - forse perché mi sono sempre speso per allargare i confini del recinto politico in cui molti volevano relegare la destra, la formazione della lista Il Popolo della Libertà nel 2008, premessa per la successiva costituzione di un partito unitario del centro-destra, mi parve un sogno che si trasformava in realtà. Un sogno vaticinato da molti - anche se non da tutti - nel mondo della destra politica. E non mi riferisco solo ad Alleanza Nazionale, ma - come già sopra evidenziato - anche prima che la stessa nascesse. Un sogno, quello di dare vita a un partito unitario del centrodestra, che trasformatosi come detto in realtà, imponeva però a tutti di dotarsi di quel realismo che spesso la politica richiede.
Lo sanno anche i bambini, figurarsi i "sacerdoti" della politica, che un partito che si forma in ragione dell'incontro di varie culture e tradizioni politiche, non può ridursi alla sommatoria delle classi dirigenti pregresse. Così pure sappiamo benissimo tutti che l'amalgama si rafforza giorno per giorno, in modo quasi impercettibile, e poi, quasi d'improvviso, stupisce per la perfezione delle mescolanze raggiunte. La tesi secondo cui Il Popolo della Libertà è un partito poco democratico, verticistico, asfittico, in cui il leaderismo tutto e tutti mortifica, non regge.
Lo sapevamo tutti che, nel breve periodo, ci sarebbero state difficoltà e incomprensioni, ma il gioco valeva la candela. Ne era certo Fini che ci disse da subito di toglierci dalla testa di costituire la corrente di A. N. all'interno del PdL, perché - differentemente - non avrebbe avuto senso l'operazione. Poiché tutto era così chiaro fin dall'inizio, se Fini non era d'accordo, perché spinse sull'acceleratore per dare vita al Popolo della Libertà come partito, quando altri suggerivano una federazione tra Forza Italia ed A. N.? La verità è che la nascita del partito unitario del centrodestra non è solo la naturale conseguenza della presentazione del "listone" nelle politiche del 2008, ma anche l'attuazione di un'idea coltivata per anni, come testimoniano le tantissime iniziative promosse - tra gli altri - da Bondi, Urso e Adornato, volte appunto a definire i valori "comuni" di un nuovo soggetto politico.
Le legittime critiche rivolte al PdL, che ancora non appare avviato a pieno regime sotto il profilo organizzativo, nulla hanno a che spartire con i ripensamenti politici che hanno portato Fini a dichiararne la morte.
E anche qui dobbiamo intenderci: ma davvero i partiti muoiono se un loro fondatore, cammino facendo, si dissocia? Se così fosse, a quando dovremmo fare risalire il decesso di Alleanza Nazionale che, nel corso della sua poco più che decennale esperienza, ha subito l'abbandono di tanti suoi cofondatori, da Fisichella a Fiori, da Selva a Rebecchini? Eppure le ignorate dimissioni di Fisichella da Alleanza Nazionale una giustificazione politica di spessore l'avevano - se non altro per la denuncia dei pericoli insiti in una riforma costituzionale che, a suo dire, avrebbe finito per disgregare l'Italia - e assumono maggiore rilevanza se si guarda alle odierne posizioni di Fini sul federalismo.
Se, infatti, torniamo con la mente alla riforma costituzionale approvata dal centrodestra nel 2005, riforma che non entrò mai in vigore per via della bocciatura referendaria, non c'è dubbio che il contenuto della stessa prefigurasse un federalismo decisamente molto più spinto e sicuramente molto meno solidale di quello approvato oggi, che attua il titolo V della Costituzione voluto dal centrosinistra guidato da Amato. Non si vede, dunque, quali siano le ragioni che spingono oggi Fini e Casini a contestare un federalismo sicuramente molto meno "punitivo" di quello dagli stessi condiviso un lustro or sono. Insomma, più le si osservano e più diventa difficile comprendere le motivazioni che ispirano le posizioni assunte da Fini recentemente. Sempre che le stesse le si vogliano ricondurre nell'alveo di quell'alleanza politica cui Berlusconi, Fini e Bossi hanno dato vita e che gli elettori hanno promosso a pieni voti.
In realtà chi scrive pensa che Fini, dando vita a Futuro e Libertà, non si sia preoccupato tanto di dare vita ad una destra "nuova" - tutto si può dire, infatti, di Alleanza Nazionale, meno che fosse una "vecchia" destra - ma di staccarsi definitivamente da gran parte di quella comunità politica che aveva con lui condiviso un percorso vincente. Ha del bello Il Secolo d'Italia a intitolare "Con Futuro e Libertà riparte la destra che non ha paura", ma la realtà è del tutto diversa: quella che Fini ha in mente è, infatti, una formazione politica versatile, senza un definito radicamento culturale, interessata più a costruirsi un futuro che a offrirne uno agli italiani.
La stessa affermazione secondo cui Futuro e Libertà si propone di realizzare un "nuovo" centrodestra lascia disarmati, solo che si pensi che anche laddove, come in Francia, per via del sistema elettorale a doppio turno, si registrava la presenza di due centrodestra, ci si è preoccupati di realizzarne uno soltanto (per saperne di più, consultare Sarkozy). Quello di dare vita a un centrodestra alternativo a quello messo in piedi da Berlusconi è, evidentemente, un tarlo di ritorno per il Presidente della Camera solo che si ricordi quanto accaduto in occasione delle elezione europee del 1999, quando Alleanza Nazionale dette vita ad un'inedita coalizione (l'elefantino) con Segni e Taradash.
Come andò a finire è bene ricordarlo: mentre tre anni prima A. N. tallonava come peso politico Forza Italia (il divario a favore del partito di Berlusconi era di circa tre punti percentuali), dopo quel tentativo di dare vita a un centrodestra "alternativo", Forza Italia rappresentava il 30% degli elettori italiani, A. N. a mala pena il 10%.
Ma anche prescindendo da detta valutazione, è davvero pensabile che un "nuovo" centrodestra abbia come colonne portanti dell'area di centro Casini e Rutelli, anziché Berlusconi e coloro che provengono - quanto meno - dall'esperienza di Forza Italia e dei Popolari Liberali? E ancora: come interpretare la recente decisione di Futuro e Libertà di sostenere nel Parlamento Regionale della Sicilia il ribaltamento della volontà popolare espressa dai cittadini, sostenendo una coalizione che comprende il Partito Democratico, e i seguaci di Lombardo, Casini e Rutelli? Qualcuno potrebbe obiettare che siffatta decisione è compatibile con la storia della destra politica, in ragione dell'esperienza maturata - sempre in Sicilia, nel 1958 - con Milazzo. Peccato che il significato politico è del tutto differente. Mentre, infatti, P. C. I. e M. S. I. dettero allora vita a un'iniziativa volta a spaccare la D. C., forza tradizionale di governo nell'isola, la scelta di oggi degli amici di Fini serve solo a dare ossigeno ad una Partito Democratico ridotto in Sicilia alla canna del gas.
La posizione assunta da Futuro e Libertà appariva inizialmente incomprensibile, mentre ora è chiaro che l'esperienza siciliana altro non era che la sorta di un laboratorio politico, da estendere su scala nazionale, volto a mettere assieme tutto e il suo contrario pur di fare fuori Berlusconi. Non stupisce, dunque, più la mozione di sfiducia nei confronti di Berlusconi, sottoscritta anche dai parlamentari "finiani", ben lieti - due anni or sono - di essere eletti sotto un simbolo che recava la scritta "Berlusconi Presidente". Peccato che la coerenza - come il coraggio - uno, se non ce l'ha, mica se la può dare! Si converrà che non è dato di capire cosa c'entri tutto ciò con la tradizione della destra, trattandosi - solamente - di un patetico tentativo di dare vita ad una "grande ammucchiata" pur di togliere di mezzo Berlusconi. E poi si lamentano se li si chiamano "traditori".
* Parlamentare Il Popolo della Libertà

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