Camera

Federalismo, avanti tutta per Pdl e Lega

Data: 04/08/2008

di MARTA TARTARINI
Un federalismo «sostenibile», elaborato con «il coinvolgimento di tutti» che renda più trasparente la spesa pubblica e responsabilizzi gli amministratori locali. E' il "modello Calderoli": nei giorni scorsi il Ministro per la Semplificazione normativa ha tracciato le linee guida e i tempi della riforma federale, spiegando che l'intenzione del governo è di presentare un disegno di legge delega collegato alla Finanziaria di autunno da approvare quindi entro l'anno.
Per il ministro del Carroccio «la partecipazione di tutti alla stesura della riforma è principio inderogabile» ed è «obbligatorio il coinvolgimento di tutti, perché tutti hanno la responsabilità» di quel «disastro completo» che è stato il decentramento creato dalla modifica del titolo V della Costituzione: «Chi era meno efficiente ha ricevuto di più e chi era più efficiente ha continuato a ricevere meno».
Sull'idea del federalismo nessuna forza politica si dice contraria a priori, ma dal Pd arrivano paletti. Sul fronte della maggioranza, per Tommaso Foti (PdL) la riforma «va approvata subito, non per pagare una cambiale alla Lega, ma per attuare la Costituzione» che, al titolo V, riconosce agli enti locali «autonomia finanziaria di entrata e di spesa», stabilendo «tributi ed entrate proprie». Foti si dice convinto che il federalismo potrà essere «fattore propulsivo della tanto pretesa efficienza del settore pubblico, nonché fattore di coesione sociale. Così facendo e garantendo, nel passaggio dal vecchio al nuovo sistema, un'adeguata consistenza del fondo perequativo alle Regioni italiane meno ricche, si realizzerà il federalismo che ci piace: solidale, unitario ed efficace».
Il leghista Massimo Polledri vede nella riforma un modo per risolvere lo «scollegamento tra il centro di spesa e di entrata che ha portato alla più assoluta deresponsabilizzazione, all'impossibilità di garantire trasparenza e al venir meno di un controllo democratico da parte del cittadino». Il leghista auspica un dialogo che è «fondamentale» e per la perequazione indica quale strumento un «fondo a vantaggio delle aree a minore capacità fiscale, a cui contribuiscono le aree maggiormente sviluppate». Per l'esponente del Carroccio poi «gli enti locali devono avere un'autonomia di entrata e di spesa», ossia «sia compartecipazione ai tributi dello Stato e delle regioni, sia tributi propri».
Sul fronte Pd, Maurizio Migliavacca fa presente che il Pd «ha assunto da tempo il federalismo come un tratto fondamentale della sfida per cambiare l'Italia: infatti è stato il centrosinistra a varare la riforma del capitolo V nel 2001, l'unica vera riforma in senso federale fin qui fatta», mentre il centrodestra cancella l'Ici «unica imposta federale». La proposta del Pd è strutturata su «tre livelli: il primo prevede una evoluzione della dimensione municipale verso forme di aggregazione, anche obbligatorie, il secondo indica i livelli essenziali delle prestazioni sociali che debbono valere in tutto il territorio, il terzo l'individuazione per ogni livello di tributi propri». Perché «senza tributi propri non c'è autonomia e responsabilità». Per quanto riguarda le Regioni «va riconosciuta la gestione di alcune imposte come l'Irap o un suo sostituto e una parte dell'Iva».
Paola De Micheli avverte che la perequazione, ossia il riequilibrio di risorse tra Regioni «deve avvenire a livello centrale» e vede un pericolo: «Dobbiamo evitare un centralismo regionale: i servizi devono essere erogati vicino ai cittadini». Per la deputata «Comune e Regioni devono avere spazi di podestà fiscale e regolamentare», altrimenti «aumenterà la spesa corrente: competenze e centri di costo devono essere allo stesso livello». E poi «partiamo dalla riforma del titolo V e prendiamo spunto dalle migliori esperienze europee», è l'appello di De Micheli.
Vuole vederci chiaro Pier Luigi Bersani: «La bozza Calderoni deve avere un po' di numeri per essere giudicata. Siamo interessati al tema e abbiamo le nostre proposte, ma le parole non bastano, bisogna simulare le derivate». Il ministro ombra chiede «le tabelle: vogliamo capire come il governo vuole affrontare il tema, perché il federalismo, senza i numeri, rischia di essere un "maiale tutto di prosciutto", qualcosa in cui sembra che tutto torna e ci sono vantaggi per tutti». Insomma, Bersani vuole che siamo indicati «dei paletti e vanno messi con cognizione di causa». Il ministro ombra non vede un pericolo di centralismo regionale: «Noi siamo fortunati: non esiste un'altra regione che come l'Emilia Romagna abbia dato tanto ruolo al livello locale, da 15 anni standardizza le esperienze migliori; attenzione -avverte- a mollare un'amministrazione regionale forte».

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