Data: 27/12/2006
Ricordare la fondazione del Movimento Sociale Italiano solo perché martedì 26 dicembre ricorreva il sessantesimo anniversario della sua fondazione, avvenuta nello studio romano del ragioniere Arturo Michelini, avrebbe una funzione meramente celebrativa, quasi rituale, del tutto riduttiva.
Avrei potuto tranquillamente evitare di esplicitare, con i limiti delle mie capacità, le motivazioni che mi inducono ad affermare che la nascita del Movimento Sociale Italiano è stata fondamentale per l'affermazione e l'evoluzione della democrazia italiana. Avrei potuto far finta di niente, soprattutto in un momento politico in cui molti sognano di potere ""tagliare le ali"" (di destra e di sinistra) alla rappresentanza politica, uscendo da quel sistema bipolare fortemente radicato nell'opinione pubblica, ma mai digerito da alcune forze politiche nate dalle ceneri della Democrazia Cristiana.
Avrei potuto farlo, ma non l'ho fatto, convinto come sono che di una scelta sicuramente in vita mia non mi sono mai pentito, quello di avere aderito al Movimento Sociale Italiano. Un'adesione nata in anni politicamente difficili - ""di piombo"", come li definivano i cronisti alla fine degli anni '70 - ma al tempo stesso ricchi di una gigantesca tensione e passione ideale. La stessa che aveva animato, proprio il giorno dopo il Santo Natale del 1946, un gruppetto di reduci della Repubblica Sociale Italiana e alcuni volonterosi anticomunisti a dar vita al Movimento Sociale Italiano.
Un partito - si disse allora - nato per ""non rinnegare, non restaurare"" la precedente esperienza fascista; un partito - sostiene chi scrive - nato per dare una rappresentanza politica a chi quell'esperienza , certo sbagliando, aveva vissuto fino in fondo e che non poteva, né doveva essere lasciato alla macchia, il che avrebbe finito per dare nuova ninfa a quella guerra civile che i comunisti cercavano di alimentare, attraverso inopinate mattanze, per prendere il potere.
Il Movimento Sociale Italiano nacque, dunque, per dare rappresentanza politica ai ""vinti"", ma non solo a quelli, tant'è che nel primo appello rivolto dai suoi dirigenti agli italiani, si ""chiamano a raccolta tutti coloro che, al di là delle diverse origini politiche, intendono superare ogni tentazione di rancore e di rivincita, per riconoscersi, solidalmente, servitori probi e fattivi della ricostruzione della Patria"".
Un tema questo che, da una parte, vedrà il Movimento Sociale Italiano schierarsi a favore della scelta occidentale di adesione alla Nato (a fronte della creazione della ""cortina di ferro"" da parte di Mosca e dei ""paesi satelliti"") e, dall'altra, a battersi con decisione, anche per impulso delle sue organizzazioni giovanili, per la ""restituzione"" del territorio libero di Trieste all'Italia.
Ma per potere politicamente crescere, allargando i confini di un'azione politica che non poteva ridursi ad un ""manifesto dei sentimentalism"""", il Movimento Sociale Italiano ricercò ""alleanze"", destinate a far tanto scandalo in seguito, che, a sette anni dalla fine della guerra, portarono i suoi dirigenti a governare, assieme al Partito Nazionale Monarchico, sei grandi capoluoghi di provincia (Napoli, Bari, Foggia, Lecce, Benevento e Salerno).
Una politica, quella di una grande ""Alleanza Nazionale"", che non trovò purtroppo pratica attuazione subito dopo, vuoi per l'approvazione della legge Scelba (che, pressoché mai applicata, vietava ""la ricostituzione del partito fascista"") utilissima per scoraggiare monarchici e liberali a dare vita ad un fronte articolato anticomunista non succube della Democrazia Cristiana, vuoi per l'avvenuta approvazione della cosiddetta ""legge truffa"" che, assicurando un grosso premio di maggioranza a quella coalizione di partiti che avesse raggiunto il 50% dei voti validi, finì per attrarre nell'orbita politica della collaborazione con la Democrazia Cristiana quelle che forze che dalla stessa saranno via, via, erose.
Tuttavia il successo missino in quelle elezioni fu significativo e ciò illuse i suoi dirigenti a privilegiare la via ""dell'inserimento"" a livello parlamentare, piuttosto che perseguire nel disegno della creazione di una grande forza moderna di destra, questa sì in grado di condizionare e fortemente le scelte della Democrazia Cristiana.
Così non fu per molti anni a partire dalla fine degli anni '50 (nel 1956 l'alleanza con i monarchici portò la destra missina a diventare arbitra della situazione in ben 34 capoluoghi di provincia - tra cui Roma - nei quali né il centro, né la sinistra potevano contare su una maggioranza precostituita) ed il Movimento Sociale Italiano dovette accontentarsi di giocare una ""partita di rimessa"", certo utilizzando al meglio l'abilità dei propri dirigenti nell'utilizzare i voti di cui disponevano in Parlamento, ma nulla di più.
L'appoggio missino al Governo Segni, che pure godeva all'inizio del 1960 di un vasto consenso nell'opinione pubblica, venne infatti vanificato dalla decisione del segretario liberale Malagodi di togliere l'appoggio allo stesso e la successiva fiducia accordata dai parlamentari missini al governo Tambroni nulla poté di fronte all'ondata di violenze scatenate dalle sinistre per impedire - come poi puntualmente avvenne - la celebrazione del congresso del Movimento Sociale Italiano a Genova.
L'Italia per volontà della Democrazia Cristiana svoltava a sinistra ed il Movimento Sociale Italiano finiva sempre più politicamente isolato. Una situazione destinata a diventare letale se non fosse stato per l'avvento alla segreteria del partito di Giorgio Almirante che seppe ridare smalto e fiducia ad una classe dirigente rassegnata.
Dopo il successo conseguito dal Movimento Sociale Italiano alle elezioni regionali siciliane del 1971, Almirante dette vita ad un'alleanza politica non nuova, ma indubbiamente efficace, con i monarchici. La ""Destra Nazionale"" - la vera novità delle elezioni politiche nel 1972 - riscosse un notevole successo e consentì di rinnovare anche gran parte della vecchia classe dirigente missina. Una scelta infelice dei giorni seguenti - quella di non accordare la fiducia al Governo Andreotti (abilissimo nel rifiutare pubblicamente quei voti della destra che ben volentieri avrebbe accettato di straforo) - relegò i voti missini ""in frigorifero"", giusto per riferirci ad un'immagine efficace di quegli anni.
Il resto lo fece la violenza di piazza, esplosa con una virulenza inimmaginabile. Fatalmente la destra, in particolare i suoi giovani attivisti, cadde nel tranello: la teoria degli ""opposti estremismi"", cioè delle violenze alimentate da destra e da sinistra, si andò radicando nel Paese e, ciò che è peggio, nelle fila delle forze politiche. Più che degli avvenimenti politici il sistema mediatico offriva le immagini di una violenza, destinata a breve a sconfinare nel terrorismo. Una pagina quest'ultima che se non si allargò a macchia d'olio ben più di quanto fece lo si deve sicuramente all'atteggiamento intransigente assunto rispetto al fenomeno terroristico da Berlinguer (per i comunisti) e da Almirante (per i missini). Il che non impedì di compromettere quell'operazione di ulteriore allargamento dei confini della destra politica rispetto ai precedenti che Almirante si era prefisso dando vita alla ""Costituente di Destra per la Libertà"". Mentre, infatti, il segretario missino cercava di dare ulteriore solida sostanza al progetto di una destra moderna, alcuni suoi dirigenti, considerato anche il non esaltante risultato delle elezioni politiche del 1976, davano vita ad una scissione, proprio verso la fine di quell'anno, che dimezzava la rappresentanza missina in Parlamento.
Ci voleva l'esplosione della questione morale agli inizi degli anni '90 per riportare politicamente in gioco il Movimento Sociale Italiano. Merito di Fini, ma anche di una classe dirigente che a tale disegno aveva lavorato per alcuni anni, l'evoluzione naturale del Movimento Sociale Italiano fu quella di Alleanza Nazionale, un nuovo soggetto politico destinato a portare la destra italiana al Governo del Paese. ueste cose e questi fatti ho voluto ricordare, nella doverosa sinteticità di un'analisi politica che avrebbe meritato ben maggiore attenzione, essendo stato chi scrive l'ultimo segretario provinciale del Movimento Sociale Italiano a Piacenza. Lo dovevo a quelle tante persone, che volontariamente non cito, che ho conosciuto nella per me ""storica"" sede di Via Sant'Antonino, fredda certo nelle lunghe sere d'inverno, ma calda di una passione politica vera, profonda, sincera. Lo dovevo ai tanti giovani, e non, morti ammazzati per difendere idee, valori e tradizioni che mi appartengono, ma che, a differenza mia, non solo non hanno potuto vedere realizzato il sogno di una destra di governo, ma le cui esequie, come nel caso di Sergio Ramelli, si sono dovute tenere in forma privata, non essendo lo Stato in grado in quegli anni di assicurare l'ordine pubblico neppure in quelle occasioni. Lo dovevo, infine, a me stesso - non ritenendomi né un traditore, né un volta gabbana - convinto come sono che solo realizzando un grande soggetto politico unitario del centrodestra sarà possibile dare, nel futuro, coerente rappresentanza ad idee, valori, sentimenti che non sono di una parte, ma eterni.
da Libertà
