Camera

Nessuna amnistia con la prescrizione breve

Data: 18/04/2011

Il solito trito e ritrito grido d'allarme sul progressivo sconquasso del sistema giuridico addebitato al centrodestra dall'Italia dei Valori, altro non è che il rituale e tristo rito propagandistico posto in essere da una forza politica che ha come propria unica missione quella di abbaiare alla luna.
Infatti, mentre polemizzano sulla riduzione dei termini di prescrizione, i locali rappresentanti di Di Pietro fanno finta di non sapere che, attualmente, in Italia i processi penali durano, in media, 317 giorni in primo grado, 738 giorni in Corte d'appello e 204 giorni in Cassazione. Ne segue che, in media, un processo attraversa i tre gradi di giudizio in 1.259 giorni, ossia in tre anni e cinque mesi. A questi tempi processuali vanno sommati i tempi delle indagini che durano, sempre in media, circa 400 giorni. Da tutto ciò ne deriva che in Italia si prescrivono, in media, ogni anno circa 170 mila procedimenti penali, quindi 466 al giorno. Occorre dire, invece, che la norma recentemente approvata dalla Camera in termine di prescrizione breve, è sottoposta a due rigide condizioni applicative: riguarda solo i processi di primo grado (nel 2009, secondo la legislazione vigente e difesa dall'Italia dei Valori, in primo grado si sono prescritti 125.000 processi) ed il beneficio si applica solo agli imputati incensurati, che in base ai dati del casellario giudiziario sono in media il 55 per cento sul totale dei condannati.
Da tutto ciò ne deriva che nessuna amnistia - né mascherata, né a viso aperto - la norma approvata dalla Camera determina, interessando solo sullo 0,2 per cento dei processi penali. Tutt'al più, una vera ed estesa amnistia si realizza nelle circa 100.000 prescrizioni annuali che si hanno già in fase di indagini preliminari con richiesta al GIP.
Con buona pace delle farneticazioni degli amici di Di Pietro, la verità è che la maggiore parte delle prescrizioni si consuma, di fatto, già in fase di indagini, ancor prima del dibattimento, per una selezione di gravità dei reati operata dai pubblici ministeri. Sulla base di questa prassi sono i processi meno importanti che vengono lasciati indietro e sui quali più probabilmente agisce il termine della prescrizione.
Ci saremmo aspettati che l'Italia dei Valori ci chiedesse quanti tra i processi oggi a rischio prescrizione, non si sarebbero prescritti se il Parlamento non avesse approvato la norma che ha approvato. Ma l'Italia dei Valori non lo fa perché sa bene che la quotidiana esperienza giudiziaria insegna che pochi di questi processi sarebbero giunti alla meta dell'ultimo grado di giudizio e anche quei pochi che fossero riusciti a superare la barriera del primo grado sarebbero andati incontro alla prescrizione nei successivi gradi di giudizio, in ragione della durata media del processo di appello, che è più del doppio rispetto a quella di primo grado. Quanto poi alla propaganda faziosa, odiosa e unicamente volta a piegare all'interesse di parte episodi luttuosi e drammatici, anche qui l'Italia dei Valori grida allo scandalo ma non c'azzecca.
E' il caso del procedimento penale che interessa il disastro di Viareggio del 2009 in cui l'autorità giudiziaria sta procedendo per reati gravissimi, come l'omicidio colposo plurimo e il disastro ferroviario. Ebbene, con la norma approvata dalla Camera, la prescrizione riferita al disastro ferroviario si avrà dopo 23 anni e quattro mesi, quindi nel 2032, e la prescrizione dell'omicidio colposo plurimo addirittura dopo, fino a un massimo di 35 anni dai fatti, quindi nel 2044!
Analoghe considerazioni possono farsi sul disastro de L'Aquila, se è vero che il termine di prescrizione ordinaria è di 10 anni, aumentabile ad 11, anzi specificamente 11 anni ed otto mesi. A soli due anni dalla tragedia del sisma abruzzese credo vi sia tutto il tempo per definire il giudizio. Peraltro, nella fattispecie, il termine di prescrizione si ridurrebbe di soli dieci mesi. La norma, nella parte che tocca solo la posizione degli incensurati e non anche quella dei recidivi, non riguarda i termini di prescrizione dei reati, che restano invariati, ma riguarda il surplus di durata del processo determinato dai cosiddetti atti interruttivi della prescrizione, che si riduce mediamente di qualche mese.
Ad esempio per le truffe, per l'aggiotaggio e per il market abuse, si passa dall'attuale tetto massimo di 7 anni e sei mesi a 7 anni; per reati più gravi, come la bancarotta fraudolenta, il furto pluriaggravato, la rapina semplice, l'usura e la violenza sessuale, si passa dagli attuali 12 anni e sei mesi a poco più di 11 anni e sei mesi; per la bancarotta fraudolenta ed aggravata (caso Parmalat) si passa dai 18 anni e nove mesi a 17 anni e sei mesi; per le lesioni volontarie (caso Clinica Santa Rita) si passa da 8 anni e nove mesi a 8 anni e due mesi. Anche per i reati contro la pubblica amministrazione il surplus di durata del processo nei confronti degli incensurati viene ridotto di pochi mesi: di sei mesi per il reato di corruzione (da 7 anni e sei mesi a 7 anni) e di otto mesi per la corruzione in atti giudiziari (da 10 anni a 9 anni e quattro mesi).
Per reati di particolare allarme sociale, come l'omicidio colposo commesso in violazione di norme sulla circolazione stradale e sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, si passerebbe da 17 anni e sei mesi a 16 anni e quattro mesi, che diventano addirittura 23 anni e quattro mesi, se il fatto è commesso da chi guida in stato di ebbrezza e sotto l'effetto di sostanze stupefacenti.
Conclusivamente, il regime della prescrizione resta quello introdotto nel 2005 che in questi anni la Corte costituzionale, più volte sollecitata dai giudici, ha fatto salvo, estendendone, anzi, gli effetti a tutti i dibattimenti nei quali non sia stata ancora pronunciata la sentenza di primo grado, cosa affermata nella sentenza del 23 novembre del 2006, n. 393. La nuova norma, dunque, si limita a completare la riforma del 2005 per differenziare la posizione dell'imputato incensurato da quella del recidivo. Se poi il reato, invece di prescriversi, ad esempio, in dieci anni si prescrive in nove anni e quattro mesi, occorrerà piuttosto domandarsi come mai, in un tempo così lungo, non si sia riusciti ad avere neppure una sentenza di primo grado.

di TOMMASO FOTI

da Libertà

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