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Pietre, Serchia ammette: da sostituire

Data: 20/04/2010

Davvero non si sa più cosa dire sulle pietre di piazza Cavalli. O meglio, una sola parola corre sulla bocca di tutti gli attori, incluso - da ieri - Luciano Serchia, soprintendente ai beni architettonici di Parma e Piacenza invitato dai parlamentari Tommaso Foti e Massimo Polledri.
Quella parola è: sostituzione. E cala come una mannaia. Ma non sarà un'operazione né rapida né facile. In attesa di trovare la "vena" giusta della cava o di reperire altrove materiali adeguati. Sarà invece un'azione diluita nel tempo e non pare che possa coinvolgere tutti i nuovi graniti.
Intanto sono andate peggiorando a vista d'occhio le lastre collocate in situ appena un anno fa al posto di quelle giudicate ormai compromesse, poi trattate con agenti chimici nel vano tentativo di per uniformarle al tessuto cromatico storico della piazza.
E a Serchia, che pure aveva avallato a suo tempo l'intervento di manutenzione costato 300mila euro, non resta che abbozzare di fronte ad un risultato a "scacchiera" condito da polemiche preventive. Molte le voci che si levarono a mettere in guardia dai rischi. E del resto Serchia aveva aperto a soluzioni diverse e condivise durante un incontro pubblico a Sant'Ilario, nei giorni "caldi" della polemica. Ma poi qualcosa o qualcuno ha dato un giro di vite, di soluzioni alternative non si è fatto nulla e il cantiere ha marciato a ritmo sostenuto fino alla fine, pur con una riduzione delle pietre da sostituire.
Ieri mattina, fra passanti, curiosi e clienti del mercatino sotto le volte del Gotico, i parlamentari Polledri (Lega Nord) e Foti (Pdl) hanno incontrato il soprintendente accompagnato dall'architetto Patrizia Baravelli, che ha seguito i lavori. E' intervenuto anche l'avvocato Salvatore Dattilo, da sempre in prima fila per la tutela dell'integrità storica di piazza Cavalli e autore di un esposto alla procura.
Prima si è svolto un breve confronto riservato, poi c'è stato il colloquio anche con la stampa che non ha però regalato grandi sorprese rispetto a quanto sostenuto dal sindaco Roberto Reggi ormai convinto, a sua volta, che le pietre così come sono non funzionano proprio. E del resto, Serchia ha anche scritto una lunga lettera al Comune sul tema.
Ma le soluzioni non piovono dal cielo. Sono sempre le stesse. E hanno tempi altamente incerti. Serchia non sembra però disponibile a indicare uno o più capri espiatori: «La pietra fu tagliata dalla stessa cava di quelle antiche e dall'unico fronte di cava di Montorfano, il ceppo litoide è lo stesso». Ma non la vena, in tre secoli lo si può ben capire. «Appena portata sul cantiere, la pietra nuova appariva più chiara - spiega il soprintendente - e per questo fu fatta invecchiare artificialmente». E qui già si contano i primi guasti, perché qualche lastrone si è scurito troppo, altri meno. Molti però sono ben lontano dalla tonalità color tortora delle lastre settecentesche. Serchia ha parlato anche della matrice cristallifera di questo Montorfano cavato dall'unico fronte di cava possibile, sollevando così gli esecutori e i cavatori da responsabilità rispetto a scelte alternative o più accurate.
Ma succede che la pietra metamorfica abbia caratteristiche variabili, come mutevole è la sua matrice cristallina, quindi ha diverse capacità di trattenere l'acqua quando piove. Non a caso proprio sotto l'azione della pioggia si riscontrano coloriture più aspre delle pietre.
Alla fine, le soluzioni prospettate dal soprintendente sono quelle di cui si è già detto più volte e che Libertà aveva anticipato a febbraio: da un lato non resta che intercettare il filone di cava aspettando il colore più omogeneo con la pietra storica. Ma non sembra un'operazione facilmente praticabile. E poi chi garantisce che il colore non faccia altri scherzi? Anche per le colonne andate distrutte di San Paolo Fuori le Mura a Roma ci si dovette accontentare di pietre più scure delle originali, ricorda Serchia. In più si tratta di verificare nei Comuni vicini e fra i raccoglitori di materiali lapidei lastre più compatibili.
Tutte e due si presentano come soluzioni un po' aleatorie, diciamo la verità, un po' affidate al caso. E pare che nei magazzini di pietre del Comune non si trovi nulla di buono.
Serchia non parla di colpe e di ripensamenti, ma nella sua precedente intervista a Libertà (vd. 26 febbraio scorso) aveva supposto una certa incomprensione tra la ditta attuatrice e i cavatori. Doveva essere chiaro fin dall'inizio che la cava di pietre nuove poteva comportare delle sorprese. Andava detto. E poi resta il dubbio sulla necessità dei lavori. Le pietre spaccate potevano essere rafforzate e saldate. Ma di questo non si parla più.
Patrizia Soffientini
patrizia. soffientini@liberta. it

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