Data: 09/07/2012
L'annunciata riduzione (da parte del Governo) del numero delle Province, in ragione del mancato raggiungimento da parte delle stesse di alcuni tassativi parametri (numero minimo di abitanti, numero minimo di Comuni e superficie minima complessiva del territorio) interessa, come noto, anche Piacenza.
La notizia non è dunque di certo sorprendente poiché, ogni volta che il tema in questione è stato affrontato dal Governo (prima di Monti se ne occupò, come si ricorderà, Berlusconi) le sorti della nostra Provincia sono apparse segnate.
Del resto anche alcuni partiti, non da ieri ma da molto prima, avevano convenuto sulla necessità di abolire le Province: dal Popolo della Libertà (che tale impegno assunse nel programma elettorale delle elezioni politiche del 2008) all'Italia dei Valori, per passare all'Udc e ad altre forze politiche minori.
La sorpresa non può dunque riguardare il contenuto della decisione in sé, ma la forma che mai come nel caso di specie è sostanza.
Se, anziché pavoneggiarsi dietro proclami destinati a durare l'ombra d'un mattino, si volesse davvero contrastare il senso anche di quest'ultima decisione, quella di eliminare alcune province da parte del Governo Monti, non dalla difesa non si dovrebbe partire dalla difesa del personale strapuntino, ma dal dovere di rispettare la volontà popolare.
Non si è mai visto, infatti, che organi eletti in ragione del voto espresso dai cittadini siano soppressi prima della loro scadenza naturale (cinque anni), non ricorrendo nessuna delle condizioni tassativamente richieste dalla legge. Un vero e proprio scippo, dunque, della volontà popolare, che lede i principi fondamentali della nostra Costituzione.
Ma anche a non volerla fare così difficile e lasciando, pertanto, il diritto costituzionale nel cassetto, non si vede francamente come sia possibile ipotizzare - nel volgere di poche settimane - il trasferimento dei beni immobili, magari soggetti ad un utilizzo vincolato e/o prestabilito, o di azioni di proprietà di una Provincia ad un'altra.
Le ragioni di merito, dunque, per contestare in radice la decisione del Governo ci sarebbero, ma si preferiscono invece i voli pindarici perché rendono meglio sotto il profilo propagandistico.
Anche su queste colonne - ci viene ricordato che è da almeno due anni - si rilancia il tema del nostro passaggio in Lombardia. Lo si fa anche con qualche reticenza o cattivo ricordo, quando si dice che la politica locale del tema non si è mai occupata: a dire il vero le campagne elettorali di Luciano Maccagni per il rinnovo dei vertici della nostra Provincia, come di chi scrive e, per certi versi, anche di Massimo Trespidi, hanno sempre posto detta questione al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica.
Il fatto è che, per contro, molti hanno fatto lo "gnorri" ed altri il "palo" quando Piacenza ha progressivamente perso una serie fondamentale di centri decisionali, quasi compiacendosi della supposta sprovincializzazione. Allo stesso modo ben poco si è fatto per contrastare la tendenza a supinamente consegnare al centro dell'Emilia imprese ed attività dalla forte radicamento locale.
E' il caso di Tesa che - privatizzata dal centro-destra per una quota azionaria minoritaria con un'asta pubblica tenutasi col sistema della candela vergine (il più trasparente che la legge riconosca) che si concludeva con l'aggiudicazione alla piacentina Camuzzi - finiva poi, via Enel, in altre mani che la portavano prima a contare poco in Enia e, poi, niente in Iren.
E che dire del capolavoro di Seta? Lo sanno anche i sassi che la Star di Lodi ci teneva ad entrare nel capitale sociale della nostra Tempi e, probabilmente per questo, altri null'altro di meglio hanno trovato di fare che dare il via ad una società pubblica che si estende ai territori delle Province di Modena, Reggio Emilia e Piacenza, con quelli di Parma inizialmente esclusi.
Quando si fanno scelte come quelle di cui sopra, diventa poi difficile spiegare ai cittadini che la nostra salvezza passa per la Lombardia: se così infatti è, viene spontaneo chiedersi, perché la politica locale ha continuato a remare in direzione opposta?
Ciò detto, occorre tuttavia rilevare che un territorio rimane politicamente forte quando è istituzionalmente coeso: se invece si continuerà con la rassegna dell'esibizionismo personale a cancellare la nostra Provincia ci penseremo da soli, senza l'ausilio dunque di Monti.
Pensare di lasciare ai 48 Comuni di chiedere autonomamente ai propri cittadini in quale Regione preferiscono sia collocato il proprio territorio significa dare vita ad un'iniziativa suicida che farà della nostra Provincia una gruviera. E' facile, infatti, pensare come nell'Alta Val Trebbia i cittadini si sentano più vicini alla Liguria che all'Emilia e alla Lombardia; in Val d'Arda la tendenza sarà quella di sentirsi più vicini all'Emilia che alla Lombardia e alla Liguria; in Val Tidone la prefernza cadrà inevitabilmente sulla Lombardia, mentre l'Alta Val Nure si dividerà tra Liguria ed Emilia.
Davvero un capolavoro di coesione sociale, di difesa delle nostre tradizioni, dei nostri usi e dei nostri costumi dare corso ad una serie di referendum comunali tutti orientati non al bene comune, cioè ad una solidarietà di territorio, ma all'affermarsi di tanti piccoli locali egoismi. E che qualche sindaco, ancorché amico, si sia subito prestato a dar supporto ad una tale follia è veramente sconfortante.
Se il referendum per decidere in quale Regione collocarci si vuole fare, non vi è quindi dubbio che lo deve promuovere la Provincia di Piacenza e solo essa, infischiandosene se si arriverà o meno al suo scioglimento e senza drammatizzare tagli di risorse in corso d'opera per di più in parte compensati da alcuni evidenti benefici (se l'Iva venisse aumentata dall'1° Ottobre, forse il bilancio della Provincia non ne risentirebbe?).
Referendum che, qualora indetto e celebrato, non avrà tuttavia effetto immediato alcuno anche nel caso in cui la maggioranza dei piacentini si pronunciasse per il passaggio della nostra Provincia nella Regione Lombardia.
La conferma ci viene dalla lettura dell'articolo 132, comma 2 della Costituzione, che testualmente recita " Si può, con referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un'altra".
In parole chiare e semplici: se il referendum passa, occorre poi una legge dello Stato che vi dia attuazione. Ed infatti, non a caso, è previsto (articolo 45, quarto comma, della legge n. 352 del 1970) che entro 60 giorni dall'avvenuta pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del risultato del referendum, il Ministro dell'interno deve presentare al Parlamento il disegno di legge ordinaria per la modifica dei confini delle regioni coinvolte.
Giova qui evidenziare che fino ad oggi il Governo si è ben guardato di presentare, quando il caso lo richiedeva, il detto disegno di legge. Non a caso il distacco dei comuni di Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San Leo, Sant'Agata Feltria e Talamello dalla regione Marche e la loro aggregazione alla regione Emilia-Romagna, nell'ambito della provincia di Rimini, è stata resa possibile dall'approvazione da parte del Parlamento della proposta di legge (ora Legge 3 Agosto 2009, n. 117) presentata dai deputati Pini e Pizzolante.
Minore fortuna ha, invece, avuto il Comune di Montecopiolo che pur richiedendo l'identico distacco dei Comuni di cui sopra sta ancora attendendo, nonostante la proposta di legge presentata dallo scrivente, di potere - con legge dello Stato - entrare a fare parte della Regione Emilia-Romagna.
Giusto appunto perché a tutti sia chiaro che anche con il referendum la strada dell'autonomia è lunga o se si preferisce per Piacenza It's a long way to Lombardia.
di Tommaso Foti
da Libertà
