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Provincia: con il capoluogo si perdono centri decisionali

Data: 26/08/2012

Il dibattito, non privo di forti venature polemiche, che si è aperto su queste colonne a proposito del "riordino" delle Province, tra le quali la nostra, rischia di deragliare in un'inutile contrapposizione di tesi.
In verità, se - dopo tutto - il problema fosse quello di sapere se, attuato il "riordino", sia più elegante entrare a far parte della "provincia del gusto" - così definita da chi evidentemente ha dimestichezza con la sola arte culinaria - o in altra, poco rileverebbe.
Che Piacenza si associ a Parma o alla confinante Lombardia, certo è che "parmigiano reggiano" e "grana padano" non cambieranno nome. E così sarà per i nostri piatti, a partire da quella picula ad caval - così bene da noi cucinata - che ricorda la nostra vocazione ad ospitare caserme militari.
Qui non c'entra la cucina in senso lato, né antipasti, primi o secondi. E neppure dolci.
Il problema è che Piacenza rischia di brutto.
Quando - un anno fa - il Governo Berlusconi approvò criteri del tutto simili a quelli attuali per ridurre il numero delle Province (con la sinistra che, denunciandone l'incostituzionalità e lo stupro delle autonomie locali, ne pretese lo stralcio) la situazione era decisamente più favorevole a noi di quanto lo sia oggi.
In primo luogo perché gli organi dell'ipotizzata Provincia di Parma e Piacenza era previsto che venissero eletti direttamente dal popolo, il che garantiva che nessuno avrebbe mai ipotizzato di annetterci atteso che, per essere eletto, gli sarebbero serviti anche i nostri voti.
In secondo luogo perché, non essendo prevista l'abolizione dei capoluoghi, l'ipotizzata Provincia di Parma e Piacenza ne avrebbe avuti due: Parma e Piacenza.
Cambiate oggi quelle regole, gli organi della Provincia "riordinata" saranno eletti dall'insieme dei consiglieri comunali della stessa (il che significa che, ad essere capaci, eleggeremo 6 consiglieri provinciali piacentini, a fronte dei 10 parmigiani), mentre comune capoluogo sarà quello di Parma.
Anche qui, senza cadere nel campanilismo, giova evidenziare che un piano delle opere pubbliche approvato da un consiglio provinciale la cui composizione più sopra ho evidenziato non potrà che determinare un'inevitabile penalizzazione del nostro territorio.
Ma anche a tacere di questi svantaggi, ve ne è uno grandissimo ed inspiegabilmente sottovalutato.
Il capoluogo determina la presenza di alcune diverse decine di strutture pubbliche che a Piacenza, quando non sarà più capoluogo, verranno meno. All'inizio dolcemente, ma poi progressivamente, con svantaggi evidenti per i piacentini in termini di servizi e di occupazione.
Il nostro territorio, non per bramosia o egoismo altrui, ma perché così prevede la legge, verrà dunque progressivamente spogliato dei più importanti centri decisionali pubblici e strapparsi a quel punto le vesti servirà a niente.
Anche le associazioni di categoria, ad oggi del tutto silenti (compreso chi dopo avere annunciato le barricate deve avere preferito il bagnasciuga) hanno di che preoccuparsi. Ma davvero qualcuno crede che nei prossimi due o tre anni, stabilizzatosi il "riordino", le sedi provinciali delle stesse non troveranno collocazione nel nuovo capoluogo, cioè a Parma? E, così, altri centri direzionali, seppure di diversa vocazione rispetto a quella comunemente intesa, si perderanno, e con essi professionalità ed occupazione.
Ecco perché personalmente ritengo che arrendersi senza combattere sia poco dignitoso per tutti.
Con buona pace di coloro che sostengono che la proposta di referendum da me formulata sia dovuta al fatto che in Lombardia governa il centro-destra, ribadisco che la mia posizione è dettata unicamente dalla volontà di mantenere il capoluogo di Provincia a Piacenza.
Il fatto che la "giovane" e anch'essa oggetto di "riordino" provincia di Lodi ciò consentirebbe mi spinge a ritenere - e non altro - che un nostro sbarco in Lombardia sarebbe oltremodo vantaggioso, se non altro perché manterremmo a Piacenza tutti i centri decisionali pubblici.
Al di là di ciò, rimane il fatto che Costituzione e leggi ordinarie prevedono che il "riordino" dei territori debba essere sottoposto al giudizio del popolo: non vedo ragione alcuna - né politica, né istituzionale - perché si debba impedire ai piacentini di esprimersi al riguardo.

di Tommaso Foti

da Libertà

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