Data: 15/07/2012
L'annunciata soppressione della nostra Provincia, intesa come ente locale intermedio tra Regione e Comuni, e il conseguente accorpamento ad altra continuano a fare discutere, in un crescendo di positivo confronto.
Ritengo doveroso, tuttavia, ricordare al lettore la precedente puntata sul "tema Provincia", sì da evitare spiacevoli fraintendimenti.
Da almeno sei mesi tutte le Province sono state dalla legge (la 214 del 2011) praticamente azzerate nelle attuali funzioni amministrative, seppure a decorrere dalla scadenza naturale dei propri organi (quindi, per la Provincia di Piacenza, a fare data dalla primavera del 2014).
La legge riserva, dunque, alle Province una funzione poco più che ornamentale - attribuisce infatti alle stesse "esclusivamente le funzioni di indirizzo e di coordinamento delle attività dei Comuni" - prevedendo il trasferimento ai Comuni stessi (entro il 31 dicembre 2012) delle funzioni conferite, in precedenza, alle stesse.
Infine, sempre la citata legge, prevede che in futuro l'Ente Provincia si avvarrà di due soli organi di governo - il consiglio provinciale (composto al più da 10 consiglieri) ed il presidente della Provincia - non più eletti come oggi dai cittadini, ma dai sindaci e dai consiglieri comunali; non a caso il Governo ha presentato di recente alla Camera un disegno di legge volto a disciplinarne le nuove modalità d'elezione, quantificando il relativo risparmio in oltre 750 milioni di euro. Pure stando così le cose, in questi mesi, non si è registrato neppure un fuoco fatuo di dissenso.
Se nessuna sorpresa ha destato l'indifferenza al riguardo dei piacentini - i sondaggi ci confermano che oltre l'80% degli italiani è favorevole all'abolizione delle Province - stupisce l'atteggiamento di chi, privo di interesse politico alcuno, ne scopre oggi l'indispensabile funzione.
L'inserimento (prima annunciato, poi smentito, quindi notte tempo effettuato) nel decreto-legge per la revisione della spesa di alcune norme riguardanti la soppressione e razionalizzazione dell'Ente Provincia, dovrebbe indurci a prospettare scelte in grado di garantire un futuro migliore al nostro territorio, anziché circoscrivere la questione alla provinciale difesa dell'Ente in quanto tale.
E ciò anche se le Province - enti locali intermedi sopravvissuti o formatisi per via dell'aggregazione imposta dal decreto - non avranno più solo la funzione "ornamentale" prima evidenziata, essendo alle stesse attribuite funzioni di "pianificazione territoriale provinciale di coordinamento nonché tutela e valorizzazione dell'ambiente, per gli aspetti di competenza", oltre che di " pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, autorizzazione e controllo in materia di trasporto privato, in coerenza con la programmazione regionale nonché costruzione, classificazione e gestione delle strade provinciali e regolazione della circolazione stradale ad esse inerente".
A tutti deve essere però chiaro che, se non si vuole finire annessi a Parma, pur limitatamente alle citate funzioni che gli Enti Provincia avranno, non rimane che giocare la carta del referendum, così da chiedere ai piacentini se vogliono o meno il trasferimento del nostro territorio provinciale in quello lombardo.
Il vantaggio è evidente: rimanendo in Emilia finiremo per essere fatalmente cancellati nelle nostre peculiarità, sia in ragione delle nostre modeste dimensioni territoriali, sia per gli ormai più che evidenti e diversi interessi che la Regione Emilia-Romagna ha.
Un nostro passaggio oggi in Lombardia, anche in considerazione del fatto che tanto l'Ente Provincia di Lodi come quello di Cremona saranno soggetti ad accorpamento, può consentirci di giocare un ruolo da protagonista.
Il tempo a disposizione è tuttavia pochissimo, salvo che il Governo non faccia marcia indietro.
Se, infatti, il decreto-legge non sarà modificato sul punto che ci interessa e, dunque, rimarranno in essere gli accorpamenti degli Enti Provincia, tanto vale anticipare i tempi anziché lasciare che il consiglio delle autonomie locali (di cui la stragrande maggioranza di lettori penso ignori l'esistenza) decida in luogo dei cittadini.
La richiesta di referendum, a mio avviso, andrà decisa dal consiglio provinciale al più presto, essendo questa l'unico vero modo - al di là delle barricate più o meno velleitariamente annunciate - per fare scegliere dai piacentini il proprio futuro.
Oneri ed onori, si diceva una volta. Ebbene questa volta la politica locale un onere grosso da assolvere ce l'ha: non illudere i piacentini che le cose in qualche modo si risolveranno, ma convincerli che, se si vuole ottenere un qualche risultato vantaggioso per il nostro territorio, la scelta da fare è quella di dire "ciao Emilia-Romagna, ciao Ducato".
Il resto è solo teatrino (poco importa se della politica o di altri).
di Tommaso Foti
da Libertà
