Data: 30/07/2012
La commissione Bilancio al Senato ha dato il via libera al decreto sulla revisione della spesa pubblica al termine di una maratona notturna, conclusa poco prima delle quattro di ieri notte. L'annuncio di un dietrofront - almeno linguistico - sull'accorpamento delle province, che non verranno più «soppresse» ma oggetto di «riordino», suona come la solita presa in giro all'italiana per l'onorevole Tommaso foti del PdL. Che non esclude, in qualità di cittadino (alla domanda "Intende candidarsi alle elezioni politiche del 2013? " risponde «Forse, si andrà alle elezioni anche nel 2012»), di presentare ricorso al Tribunale amministrativo regionale (Tar), lanciando l'appello per un'eventuale iniziativa popolare, nel caso in cui si passasse sopra alla testa dei cittadini. Senza una consultazione referendaria, (per arrivare alla quale anche il partito dell'Udc piacentino sta elaborando un nuovo progetto, che sarà presentato nei prossimi giorni) infatti, la delibera, secondo il parlamentare azzurro, sarebbe incostituzionale.
«Il Pd non vuole il referendum perché ne ha evidentemente paura - dice il deputato -: le uniche elezioni dirette che il partito non ha mai vinto a Piacenza sono le regionali». L'elenco conta almeno tre casi. «Il centrosinistra perse contro Gianfranco Morra, pur schierando Pierluigi Bersani, nel 2000 contro Cané, nel 2005 contro Monaco e nel 2010 contro la Bernini». Ma, al di là delle faccende strettamente partitiche, la chiamata al referendum parte, innanzitutto, da una legge. «Consiglio a tutti di ripassare la legge del 30 dicembre 1982, la numero 439, dove si dice che per ogni modifica dei limiti locali territoriali dovranno essere consultati i territori. Senza un referendum, si rischia di violare un trattato internazionale. Il referendum è un obbligo. La delibera rischia di essere incostituzionale». Nulla vieta, quindi, ai privati cittadini, «qualora dovessero vedere lesi i propri diritti di presentare ricorso. Cittadini, intendo, compreso il sottoscritto: non ci sentiamo rappresentati dalla politica di Bologna».
«Sono deluso - dice foti -, si è voluto solo evitare di dare l'impressione che vi fossero Province vincenti e Province perdenti: di fatto a parte il cambio di nome (da soppressione a riordino), restano invariati i criteri minimi deliberati dal Governo (dimensione territoriale non inferiore ai 2.500 km quadrati e popolazione residente non inferiore ai 350mila abitanti, ndc). Resta la possibilità per i Comuni di deliberare il cambio di Provincia. Alla Camera, comunque, presenterò gli emendamenti della Provincia e la mia proposta di modifica per i parametri decisi dal Governo. Non ripresenterò la mia richiesta di allungare i tempi, perché, di fatto, è stata assorbita». Il dimezzamento delle Province, infatti, passerebbe da ottobre 2012 a ottobre 2013. Si prevede che siano le Regioni a proporre il riordino delle amministrazioni provinciali, con una proroga, quindi, dei termini di scadenza. Le Regioni saranno chiamate a rispettare i parametri fissati dal governo, così come - questa la nuova apertura - la volontà di spostamento dei Comuni da una Provincia ad un'altra. Questo, tuttavia, rispettando il criterio di contiguità territoriale. Si aprirebbe, quindi, una stagione di trattative territoriali. Ma, intanto, l'insistenza di foti sul referendum suona come una battaglia per mettere in stand by, innanzitutto, la legge che cancella la storica Provincia.
da Libertà
