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Referendum e il pericolo astensionismo

Data: 19/09/2012

Pur non essendo frutto di una rilevazione statistica con base scientifica, i risultati della consultazione popolare avviata e conclusa da Libertà ci confermano che mentre gli elettori corrono la politica cammina.
Premetto di avere sostenuto, in questi mesi, la necessità di indire un referendum popolare sul futuro del nostro territorio, senza alcuna velleità di protagonismo: l'ho fatto solo perché convinto che spetti ai piacentini di decidere, non certo perché mi senta più lombardo che emiliano e neppure perché pensi che in Lombardia ci aspetti l'Eldorado ed in Emilia l'Inferno.
Se certi politici nostrani, anziché stare chiusi nei propri fortini di temporanea ed effimera gloria, si fossero preoccupati di sentire e avvertire gli umori della gente, avrebbero potuto prevedere il successo della consultazione popolare avviata da Libertà e, anche se non nelle clamorose proporzioni con le quali si e' manifestato, il risultato che dalla stessa è uscito.
Non deve inoltre sfuggire come, dalla consultazione di Libertà, risulta avere ottenuto invero scarsissimi consensi l'opzione di unire la Provincia di Piacenza a quella di Parma, vale a dire l'indicazione più fortemente caldeggiata da sindaci, organizzazioni di categoria e sindacati.
E' questo un segno chiaro della distanza fra i maggiorenti (o presunti tali) e l'opinione pubblica: una distanza che, senza la consultazione dei piacentini, sarà destinata sempre più ad allargarsi. All'opinione pubblica, alla gente, - sempre più insofferente a conferire deleghe che poi non vengono mai esercitate fino in fondo - occorre dare quindi la possibilità di esprimersi, senza dovere più passare attraverso le forche caudine della mediazione politica.
L'idea di indire un referendum per decidere il passaggio o meno di Piacenza in Lombardia non doveva e non deve essere visto, dunque, come un atto di lesa maestà, né delle forze politiche né da quelle sociali, rappresentando soltanto il sale della democrazia.
Nelle scelte epocali - fu così, prima di tutte, l'indizione del plebiscito per sancire l'Unità d'Italia - è al popolo che si devono chiedere le scelte, non alle interessate conventicole di quella società che è sempre più potere e sempre meno "civile". Ora non solo è necessario - per l'urgenza che il caso richiede - approvare quanto prima la delibera per l'indizione del referendum, ma è soprattutto doveroso che tutta la società piacentina ne avverta l'importanza e si mobiliti per la sua riuscita. In questo strano Paese, infatti, il referendum confermativo delle modifiche alla Costituzione è approvato anche con il voto di un solo elettore, mentre per richiedere il passaggio di Piacenza in Lombardia serviranno almeno 100.000 voti favorevoli. Un numero enorme, solo che si pensi alla tendenza all'astensionismo da parte di un corpo elettorale sempre più disincantato e disilluso da una politica avvezza a non rispettarne le scelte.
Ecco, allora, che diventa fondamentale spiegare ai piacentini l'importanza di partecipare a una scelta destinata a incidere, e per chissà quanto tempo, sui destini del nostro territorio.
Quella che andremo a vivere non è una partita Piacenza contro Parma o Piacenza contro Lodi, il cui risultato si potrebbe conoscere chiacchierando al bar, in ufficio o smanettando sul computer.
Stavolta si tratta di essere protagonisti del proprio destino, ognuno facendo sentire la propria opinione e la società piacentina intera esprimendo la propria volontà. E' l'astensionismo - che sicuramente verrà propagandato e praticato da chi, refrattario al nuovo, preferisce erigersi a custode dell'esistente, anche se privo di futuro - il vero ostacolo da superare.
Ma se l'astensionismo dovesse prevalere, allora è bene che si sappia che non avrà vinto l'Emilia o la Lombardia, o un partito o un altro, ma avranno perso i piacentini.

di Tommaso Foti

da Libertà

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