Data: 04/12/2009
(el. mal.) Non tornerà a casa a 37 anni, Angelo Falcone. Questa volta, anche la politica avrà fatto la sua parte, sotto l'incalzare inarrestabile del padre di Angelo, Giovanni. Dopo la notizia dell'immediata scarcerazione dei due ragazzi bobbiesi detenuti in India sono infatti numerosi i politici che manifestano non solo soddisfazione ma anche affetto nei confronti dei famigliari. Eppure tre anni di carcere e di umiliazioni restano duri da "mandare giù".
Quando Angelo e Simone Nobili rivedranno Bobbio non avranno le rughe della "quarantina", dopo i 10 anni di carcere a cui erano stati condannati in primo grado; ma una cicatrice, quella sì, la porteranno dal carcere di Nahan. Un "souvenir" tatuato sul cuore, quello di un'innocenza sbandierata e inascoltata, quasi fosse stata - citando quella Bibbia che Angelo ha riscoperto nei mille giorni di carcere - la voce di un uomo che grida nel deserto. Un deserto indiano ma anche un deserto tutto italiano, quello delle istituzioni, dei tranelli burocratici, del silenzio e dei giudizi taglienti, quello delle "pacche sulle spalle" finite in niente.
Questa è stata l'accusa più grande di Giovanni Falcone e della madre di Angelo, Sylvie. Tuttavia da Bobbio c'è un'onda "politica" di dichiarazioni dilagante. Più che da Bobbio, l'epicentro parte da Roma: la famiglia Falcone ha infatti ricevuto ieri mattina alle 10 e mezza una telefonata dalla segretaria del Ministro degli esteri, Franco Frattini. Poi è il presidente del consiglio provinciale, Roberto Pasquali, da Bobbio, a rompere il ghiaccio: «Finalmente una buona notizia - esordisce - questi anni sono stati lunghi. L'impegno che ci ha visti lottare insieme ha dato i suoi frutti. La tenacia e l'impegno di Falcone sono veramente da lodare».
Si unisce anche il sindaco di Bobbio, Marco Rossi: «Questi ragazzi finalmente potranno tornare a casa: sono davvero contento. Abbiamo sempre cercato di stare vicino alla famiglia, anche con gesti poco pubblicizzati. Spero che possano essere risarciti di tutto quello che hanno subito ingiustamente». L'onorevole Tommaso Foti (Pdl) invia tempestivamente un comunicato, dove parla di una «vicenda assurda, di accuse inopinate» e di un «felice epilogo». Ricorda inoltre «l'indomito Giovanni Falcone e le famiglie, impegnate in prima persona nel sostenere in tutte le sedi l'innocenza dei loro cari»; per quanto riguarda le accuse del silenzio istituzionale, precisa come «la vicenda sia stata seguita per quanto possibile, tenendo presente le difficoltà di relazione con le autorità indiane».
Il "buio" di questi tre anni di carcere duro, costretti a dormire con una coperta in due, per terra, in una cella lunga due metri compreso quello che nessuno oserebbe chiamare "bagno", ha cavalcato due amministrazioni provinciali. A muoversi, all'inizio, era stato quindi l'ex presidente del consiglio Gabriele Gualazzini: «La mozione per sollecitare un intervento tempestivo - ricorda - era stata approvata all'unanimità. Ci eravamo rivolti al ministero degli esteri. L'impegno e la tenacia di Giovanni Falcone mi avevano colpito profondamente».
Se tutti si stringono intorno a Falcone con ammirazione, viene da chiedersi perché le notizie nazionali sottolineino come Angelo sia di Rotondella, in provincia di Matera, paese di origine del padre Giovanni che ha sempre ricordato la vicinanza delle istituzioni della Basilicata. Una svista, un errore, o un pretesto per pensare che forse Angelo e Simone agli occhi nazionali siano sembrati davvero poco piacentini e "abbandonati" dai concittadini?
