Data: 12/05/2006
Dopo avere incentrato l'intera campagna elettorale sull'accusa al centro-destra di non riuscire a ""capire"" il Paese (che loro si ostinano a chiamare così, incapaci di pronunciare la parola Italia), salvo poi vincere per poche migliaia di voti, senza tuttavia sfondare il muro del 50% dei voti, quello che una volta si chiamava centro-sinistra (e che oggi è a tutti gli effetti è una sinistra-centro) in un solo mese ha occupato le maggiori istituzioni.
Ma vittoria senza ali quella dell'Unione è stata e tale continua a restare, al di là dell'occupazione del potere, di cui la cronaca politica di questi giorni è solo l'aperitivo.
Ma se per la presidenza del Senato e della Camera l'avere eletto un proprio esponente da parte della sinistra-centro non deve far gridare allo scandalo (è legittimo che chi vince si preoccupi che le assemblee elettive siano dirette da persone indisponibili ad intralciare l'attività parlamentare della maggioranza) la vicenda dell'elezione del Presidente della Repubblica merita una qualche riflessione.
E ciò, non tanto perché un esponente comunista mai pentito sia stato chiamato a ricoprire quello che è sempre stato definito un ruolo di garanzia istituzionale, ma per il fatto che nella lottizzazione partitocratica che è seguita al voto del 9 e 10 aprile ai Democratici di Sinistra sia toccata la Presidenza della Repubblica, avendo Rifondazione Comunista (per Bertinotti) ottenuta quella della Camera e la Margherita (per Marini) quella del Senato.
Non solo, ma sarà bene dire che con una percentuale di voti largamente inferiore a quella che tradizionalmente otteneva la Democrazia Cristiana (intorno al 30%), la sinistra italiana (con i Democratici di Sinistra al 17% e Rifondazione Comunista a meno del 6%) ha conquistato due delle tre cariche istituzionali più importanti.
A nulla vale l'argomentazione dell'alto profilo istituzionale del senatore Napolitano.
In primo luogo perché non in ragione del detto profilo egli è stato scelto dai Democratici di Sinistra quale proprio candidato alla Presidenza della Repubblica in sostituzione di D'Alema, ma solo per il fatto di essere iscritto a quel partito (tant'è che il nome di Giuliano Amato, sebbene proposto dalla Casa delle Libertà, non è stato preso in considerazione non essendo organico a quel Partito).
In secondo luogo perché se è vero che Napolitano ha sempre assunto posizioni avanguardiste all'interno del Partito Comunista Italiano, è altrettanto vero che si è sempre uniformato alle decisioni più retrive dei suoi compagni di partito (dalla difesa della scala mobile alla contrarietà all'installazione dei missili Cruise in chiave anti Urss negli anni '80). Che poi, quando venne chiamato a presiedere la Camera dei Deputati - tra l'altro per un biennio, né più né meno di Irene Pivetti - Napolitano lo abbia fatto con equilibrio, anche questo è un luogo comune trito e ritrito: si faccia avanti chi può fare il nome di un Presidente della Camera o del Senato che si sia distinto per faziosità!
E allora la morale vera è un'altra: che la sinistra-centro ha voluto occupare tutto con uomini alla stessa organici e funzionali.
Non vi è nulla di eversivo in ciò, ma di disgustoso certamente sì. E questo spiega perché Napolitano è stato eletto con la percentuale di voti più bassa degli ultimi trent'anni; un'altra vittoria senza ali, insomma. Poi magari sarà anche un buon Presidente della Repubblica, ma questa è un'altra storia.
di Tommaso Foti
