«Fatti inimmaginabili ora lasci il Consiglio mi scuso con la città»
CENE A CUI NON SI PARTECIPA
È RESPONSABILITÀ POLITICA
CHE PRECEDE QUELLA PENALE
Giuseppe Caruso deve dimettersi dal consiglio comunale perché è indifendibile. Sul piano politico prima ancora che per le responsabilità penali addebitategli
dalla Dda di Bologna che ne ha disposto l'arresto. Vale a dire per le frequentazioni documentate dalle fotografie che hanno fatto il giro di tutta Italia e non solo. «Chi appartiene a Fratelli d'Italia non può partecipare a cene come quelle e dire frasi come quelle, certe frequentazioni
non le può avere chi ha, o chi ambisce ad avere funzioni pubbliche
che vanno onorate».
Ieri Tommaso Foti con queste parole ha reso tombale una pietra che
sulla storia politica del presidente
del consiglio comunale era già pesantemente caduta il giorno prima
con le intercettazioni e le immagini del suo coinvolgimento nei traffici della cosca mafiosa dei cutresi.
Non si tratta di derogare al garantismo, ma di evidenziare un requisito pre-penale che attiene alla «cultura politica di chi a suo tempo ha
votato Paolo Borsellino presidente
della Repubblica, una cultura della legalità» incompatibile con tutto
ciò che già è emerso senza bisogno
di aspettare sentenze di condanna.
La messa al bando di Caruso, che
già la segretaria nazionale Giorgia
Meloni aveva decretato a caldo sollevandolo da ogni incarico di partito, lo stato maggiore piacentino di
Fdi l'ha ribadita in una conferenza
stampa convocata ieri pomeriggio.
L'onorevole Foti, circondato dal
gruppo consiliare allargato per la
circostanza a Carlo Ceretti, primo
dei non eletti chiamato a subentrare a Caruso in caso di dimissioni,
ha aperto il suo intervento con voce rotta dall'emozione. A testimoniare quello che ha definito un «pugno nello stomaco», perché «mai ci
saremmo immaginati di trovarci in
questa situazione», si è sfogato sottolineando tre volte il "mai".
Una vigorosissima presa di distanze che però non esime da una assunzione di «responsabilità sotto il
profilo almeno politico»: «Ci scusiamo con la città, con il sindaco,
con i partiti della coalizione e con
tutto il consiglio comunale minoranze comprese», è la dichiarazione di contrizione fatta da Foti. Non
però incondizionata. Anzitutto va
chiarito che le vicende che inguaiano Caruso «si consumano quasi
completamente al di fuori del nostro territorio». In secondo luogo,
risalgono al 2015 e «non vedono coinvolta in alcun modo né la sua funzione pubblica né l'amministrazione comunale».
In terzo luogo, è «vergognoso l'accostamento della mia persona», ha
reagito Foti minacciando querele
per diffamazione ai «sostenitori
della tesi del "non si poteva non sapere"». E spiegando che a Caruso
come a tutti i candidati di Fdi alle
comunali di due anni fa «è stato applicato il massimo rigore di verifiche possibili, chiedendo certificati penali e i carichi pendenti».
«Adesso tutti scoprono chissà
quante cose, ma nessuno mi ha telefonato per riferirmi qualcosa del
genere, gliebìne saremmo stati grati», considera Foti smentendo anche - e siamo alla quarta puntualizzazione - che la carriera politica di
Caruso sia «cresciuta alla mia ombra». «Ci conosciamo da vent'anni,
ma chiunque vada a vedere i passaggi di quegli anni sa chi erano i
protagonisti delle vicende di Alleanza nazionale e di una persona
che si era ritagliata un suo spazio
autonomo». «Né è vero» - è la quinta obiezione - «che sia stata imposta da me la sua candidatura alla
presidente del consiglio comunale».
«Nelle 280 pagine dell'ordinanza di
custodia cautelare non c'è una riga
né su Fdi né su Foti», rivendica
l'onorevole a cui preme anche chiarire (sesto punto) che l'essere rimasto in silenzio per tutta la giornata
di martedì non va assolutamente
inteso come imbarazzato attendismo: c'è da considerare anzitutto
l'aspetto «umanamente doloroso
che ha travolto tutta la nostra comunità politica», poi il fatto di essere a Roma e di non potere convocare la stampa locale prima di un
rientro a Piacenza solo in serata, tenendo conto infine dell'opportunità di avere il tempo di leggere le carte dell'inchiesta».
Piena sintonia (settima puntualizzazione) con la linea dura della Meloni nei confronti di Caruso («Eravamo a Roma insieme quando la
sua dichiarazione è stata inviata alla stampa»), anche perché, ha rincarato la dose Foti, «riteniamo che,
nell'interesse della tutela della sua
posizione e prima ancora della comunità cittadina, dovrebbe pensare di dimettersi da presidente e dal
consiglio comunale». «Lo dico sapendo che in ogni caso si attiverebbe la sospensione», ha concluso in
riferimento alle normative che scattano dopo la comunicazione della
convalida dell'arresto dall'autorità
giudiziaria alla prefettura e al Comune, con le funzioni di guida del
Consiglio che passano al vicepresidente Dagnino e il primo dei non
eletti di Fdi (Ceretti) che sostituisce
Caruso in aula.
Libertà
