Rassegna Stampa

Foti sull'Europa: difesa comune e revisione del green deal

Data: 10/05/2026

IL MINISTRO IN CATTOLICA

«Aprire a difesa comune e includere i Balcani» Le mille sfide dell'Ue e la ricetta del ministro Foti

Ospite ieri in Cattolica per l'incontro "Ripensare l'Europa". E aggiunge: «Indipendenza energetica tema cruciale»

Sfide e tensioni globali chiamano l'Europa alla prova del "nove". Riuscirà cioè il Vecchio Continente a rinnovarsi per non perdere prestigio sullo scacchiere internazionale e al contempo mantenere intatti qui valori fondanti che hanno costituito le premesse del processo di integrazione sovranazionale? Se ne è parlato ieri all'Università Cattolica di Piacenza che, nel giorno in cui si festeggia l'anniversario della celebre dichiarazione Schuman del 1950, ha visto tra i protagonisti dell'incontro "Ripensare l'Europa", il ministro agli affari europei Tommaso Foti e il giudice Francesco Bestagno (Tribunale dell'Unione Europea), moderati da Alessandro Candido, presidente dell'associazione ex studenti del collegio Sant'Isidoro. «Il tema non è se ci sia un futuro per l'Europa. Piuttosto, quale futuro vogliamo», premette il ministro. E prosegue: « Dobbiamo prendere atto di come scenari sotto gli occhi di tutti, in cui è entrato in crisi il diritto internazionale, abbiano innescato turbolenze anche economiche che, dovesse proseguire la guerra in Iran altri 2-3 mesi, rischiano di portare a una crisi come quella del 2008». Perciò – prosegue – «dobbiamo attrezzarci. Anzitutto dal punto di vista energetico: l'Europa produce 2mila 282 terawatt all'ora, eppure ha una dipendenza energetica del 57%. Mentre in Italia, che non ha il nucleare, la percentuale arriva al 73%. Non possiamo far finta di non vederlo. L'indipendenza energetica dell'Europa è un tema clamoroso: se l'energia costa 3-4 volte quel che costa in Usa e in Cina, la competizione è già finita». Occorre, dunque, reagire a questa dipendenza e a questa carenza di competitività. Come? «Innanzitutto, l'Europa dovrebbe occuparsi meno di regole e aprire a una maggiore semplificazione, che non significa deregolamentare, ma andare ad eliminare dalle strutture burocratiche quelle attività pleonastiche e contraddittorie che rendono complicate anche le cose più semplici ». Poi, aprire a un piano di investimenti (in discussione c'è il quadro finanziario piano pluriennale 2028-34, proposto dalla Commissione nel 2025 e ora al vaglio del Parlamento), risolvendo il nodo tra i cosiddetti Paesi frugali e quelli che beneficerebbero invece di un aumento delle spese comuni europee, come la Francia e l'Italia. « Il PNRR è stata la prima vera esperienza di debito comune europeo – dice il ministro -. «Ma è stata approvata solo perché in mezzo c'era una pandemia. C'è una lentezza tra commissione, consiglio e parlamento a tratti paralizzante». Occorre, infine, – aggiunge – rivedere il green deal («va ripensato epurandolo degli elementi ideologici»), aprire alla difesa comune europea («ci sono 110 sistemi d'arme che non parlano tra loro e la sicurezza è un'esigenza prioritaria, visto anche il disimpegno degli Usa), e allargare l'Ue ai paesi balcanici occidentali, alla Moldavia e all'Ucraina. «Anche perché se non offriamo noi una collaborazione in quelle aree ci penseranno altre potenze a riempire il vuoto, come la Russia e la Cina. Quest'ultima, non ha caso, ha iniziato la sua penetrazione in Africa. Non certo per scopi filantropici, ma per migliorare il suo accesso alle materie prime critiche ». Se non facciamo tutto questo – conclude – l'Europa rischia di trasformarsi in un giardinetto di anziani benestanti che non offre alcun futuro alle nuove generazioni». Uno scenario cupo a cui fa da contraltare l'ottimismo del giudice Bestagno, che difende la bontà dell'ordinamento giuridico europeo e la capacità politica dell'Unione di reagire agli shock: «Celebrare la Festa dell'Europa credo sia uno dei modi migliori per renderci più consapevoli dei valori che caratterizzano la nostra comunità e rendono la nostra area una zona in cui la stragrande maggioranza della popolazione vorrebbe vivere. Perché l'Europa ha caratteristiche attraenti, dal welfare alle tutele giuridiche, che la rendono, proprio per questo, un modello ingombrante per quei gover-ni che non offrono o non vogliono più offrire quelle stesse garanzie ai loro cittadini». Di più, «nonostante i venti di tempesta che soffiano a livello internazionale, l'Europa non è solcata da grandi tensioni interne. Le dinamiche tra i 27 Stati sovrani e le istituzioni avvengano in un clima di normale confronto finalizzato alla ricerca di soluzioni operative sempre nel rispetto dei valori fondanti. I meccanismi dell'Ue, poi, sono adatti a fronteggiare le pressioni internazionali, proprio perché i 27 Paesi hanno una lunga esperienza di cooperazione». Un'esperienza a cui, aggiunge, l'Italia dà un grande contributo: «Sono stato 5 anni e mezzo nella rappresentanza italiana a Bruxelles e devo dire che l'Italia è molto più considerata di quanto possiamo pensare: quando prende posizione in modo costruttivo, e lo fa spesso, il nostro Paese ha un patrimonio di credibilità elevatissimo ».

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