IL COMMENTO SULLE "BASI" DELLA COESIONE
SEGUE DALLA PRIMA
PIETRO VISCONTI
Il centrodestra vuole varare un sistema che premia con un maxi bonus di seggi la coalizione che raggiunge il 42 per cento. L'obiettivo dichiarato è assicurare stabilità di governo. L'obiettivo dissimulato è mantenere competività nei confronti del centrosinistra che alle prossime elezioni si presenterà compatto diversamente dal 2022 quando Pd e 5Stelle andarono ognuno per sé. Dunque al modificarsi degli assetti in campo si modificano le regole. Una fisarmonica ignota negli altri maggiori Paesi europei: in Germania e Francia la legge elettorale è la stessa dal 1950, in Spagna dagli anni '80, non parliamo neanche della Gran Bretagna che vota con un sistema vecchio di oltre un secolo.
Ma i cambi di sistema così ripetuti sono in fondo il vizio minore. Quello più grave è la matrice dei cambiamenti. Una matrice di parte. Stiamo parlando della legge che decide come dal voto dei cittadini si arriva a stabilire chi governa. Detto altrimenti: come il voto dei cittadini determina l'assetto dei poteri.
È incredibile che un meccanismo così cruciale del sistema democratico sia partorito con una decisione di maggioranza. Ed è fuorviante l'obiezione dell'aver peccato tutti a turno. Bisognerebbe coralmente riconoscere gli errori fatti in passato e cambiare schema. Meglio ancora: cambiare, almeno qui, i princìpi guida della vita politica.
Perché? Perché il risultato della sfida elettorale deve essere riconosciuto da parte di tutti i contendenti non solo, come siamo abituati a pensare, quanto a veridicità dei numeri; ma anche in quanto a virtuosa funzionalità negli effetti pratici. Ed è fondamentale che questa validazione sia il più possibile convinta, al di là dell'accettazione formale. Ne va del clima della democrazia, della legittimazione tra chi vince e chi perde. La democrazia è certamente un ordinamento fatto di norme, ma si usura se viene infiltrata da troppe tossine, da malcelati disconoscimenti.
Ora immaginiamo che venga approvata, come tutto lascia prevedere, la legge imposta dalla destra. Dico imposta perché non c'è traccia, nell'iter parlamentare, di un tentativo serio di concordare le regole insieme al centrosinistra (che ha come contraltare la chiusura a riccio di quest'ultimo). L'atteg -giamento autosufficiente della maggioranza è tracimato anzi in arroganza. Al punto che, come detto, alla Camera le contraddizioni interne sono esplose con l'autogol sulle preferenze bocciate dai franchi tiratori.
Avremo una legge elettorale che squilibra fortemente l'uguaglianza del voto. Un premio di 70 deputati (plenum di 400) e di 35 senatori (plenum di 200) significa che i consensi indirizzati ai vincitori hanno un peso specifico molto maggiore dei consensi
espressi per i perdenti. È un principio rischioso. Centinaia di giuristi avvertono che è anticostituzionale. La finalità della stabilità di governo non lo giustifica in toto. Non solo. C'è una conseguenza sugli equilibri del sistema. La maggioranza potrà far valere i suoi numeri dominanti quando si eleggerà il presidente della Repubblica (oltre che le altre cariche di garanzia, ad esempio i membri della Consulta di sua spettanza). Sarà agevolata insomma la tendenza a "prendersi tutto" riducendo a simulacro gli spazi istituzionali che dovrebbero rispondere alla logica della convergenza tra opposti. In fondo a questa strada rischiamo di ritrovarci un'Italia lacerata (sia pure grazie al cielo senza atti cruenti) tra fazioni incomunicabili anziché divisa, fisiologicamente, tra avversari capaci di intendersi su ciò che deve unire.
Ecco perché, al di là del contenuto, è grave che la legge elettorale, per la quarta volta, esca modellata da una sola parte. Benché non vi sia obbligo normativo, una classe politica con orizzonte alto dovrebbe porsi l'obbligo morale di concordare le regole del voto superando gli steccati. Questo dovere ricade in primis su chi ha la maggioranza. Viceversa, il centrodestra di Giorgia Meloni (nel quale per la verità il centro si vede pochissimo) marcia diritto sull'obiettivo senza la minima intenzione di ricercare compromessi. I suoi parlamentari – tra i quali i piacentini Tommaso Foti, pure ministro, e Elena Murelli – sono tutti allineati alle direttive del quartier generale. Non sarebbe mai troppo tardi, visto che ci si è presi una pausa, usarla per riflettere sull'opportunità di recuperare uno spirito di collaborazione. Sarebbe una sfida anche per l'opposizione, in quel caso chiamata a rinunciare al muro contro muro e mettere proposte sul tavolo. Le probabilità che ciò accada sono zero virgola. Ma sarà nefasto andare a votare nel 2027 con una legge elettorale fatta all'ultimo momento a colpi di maggioranza e con l'opposizione sulle barricate. Almeno sulle regole di base bisognerebbe mettersi d'accordo.
Post scriptum. Prevengo l'obiezione che, con la legge plasmata dalla destra, nulla vieta che vinca la sinistra. È vero. Sarebbe paradossale però lo scherzo può verificarsi (anzi si è già verificato in passato). Ma quel che qui si è voluto dire è che dovrebbe finire il tempo delle forzature sui cardini della vita politica, indipendentemente dagli esiti.
Libertà
