IL PASSAGGIO DI TESTIMONE ALLA PRESIDENZA DI PALAZZO MADAMA
La cittadinanza onoraria alla reduce di Auschwitz votata da tutti tre anni fa ha anticipato il gesto di pacificazione andato in scena in Senato
Quanto c'è di Piacenza nel passaggio di consegne che "entra nell'album della storia repubblicana", come ha scritto il Corriere della sera? Nel mazzo di rose bianche che Ignazio La Russa, "che di secondo nome fa Benito e ha in casa una collezione di busti di Mussolini", porge a Liliana Segre, "reduce dai campi di sterminio nazisti, che presiede il Senato per poche decisive ore" e dice di «provare una certa vertigine» pensando che siamo «a 100 anni dalla marcia su Roma»? Di piacentino c'è anzitutto che Segre è una nostra (con)cittadina onoraria. E non solo del capoluogo, ma di altri nove Comuni della provincia (Travo, Pontenure, Calendasco, Gragnano, Lugagnano, Monticelli, Fiorenzuola, Ziano, Castellarquato, e forse ne dimentichiamo qualcuno). Poi c'è che non si contano le volte che La Russa è stato a Piacenza. Per comizi di campagna elettorale, ma non solo, tenuto conto dello stretto legame di amicizia con il compagno di partito Tommaso Foti (dal Msi a Alleanza nazionale e a Fratelli d'Italia) e anche della prossimità geografica con Milano dove il neo presidente del Senato risiede. Le richieste di attribuzione di cittadinanza onoraria a Segre, 92 anni, monumento vivente all'opposizione eroica alla barbarie in cui il fanatismo nazifascista precipitò il mondo nella prima metà del secolo scorso, fioccarono un po' in tutta Italia tra il 2019 e il 2020 quando la senatrice a vita, tra i pochi sopravvissuti al lager di Auschwitz- Birkenau dove fu deportata nel 1944 all'età di 14 anni, fu presa di mira da gruppi antisemiti e dai negazionisti dell'Olocausto. Ad accendere la miccia era stata tre anni fa la proposta di Segre di istituire una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza. Il Senato la approvò con i voti favorevoli di M5s, Pd, Leu e Autonomie e le astensioni di Lega, Fi e Fdi che sollevarono vibranti polemiche, il clima peggiorò al punto che Se-gre, bersagliata da insulti e minacce di morte, fu costretta a vivere sotto scorta. Prese forma una mobilitazione di solidarietà, con mozioni per la cittadinanza onoraria presentate nei Consigli comunali, per lo più dai banchi del centrosinistra. Non sempre trovavano spianata la strada. Anzi. Complice l'esempio di aspra contrapposizione che arrivava dagli schieramenti politici nazionali, le assemblee municipali davano spesso spettacoli poco edificanti su quelle mozioni. Piacenza ha fatto eccezione, lodevolmente. «Su Liliana Segre la politica piacentina fa il miracolo », scriveva "Libertà" il 7 dicembre 2019 nel preannunciare che di lì a due giorni la cittadinanza onoraria alla testimone dell'Olocausto sarebbe stata votata all'unanimità in Consiglio comunale: grazie a un Pd, da cui l'input era arrivato, che non si è arroccato su rabbiose rivendicazioni di fedeltà al testo originario della mozione, e a una sindaca Patrizia Barbieri che ha fatto sua la proposta perorandola come «una scelta condivisa e voluta a testimonianza che quando si tratta di contrastare odio, discriminazione e tutto ciò che non è democrazia si superano differenze e contrapposizioni ». «Segre cittadina per tutti», titolò "Libertà". E tra i primi a sottoscriverlo oggi idealmente c'è La Russa, il cui discorso di insediamento al timone del Senato, introdotto da quel mazzo di fiori carico di simbologia, è stato tutto improntato alla pacificazione nazionale. Ha riconosciuto l'importanza delle date ricordate dalla senatrice a vita: il Primo Maggio, il 25 Aprile, il Due Giugno. Ha aggiunto quella della nascita del Regno d'Italia che «prima o poi dovrà assurgere a Festa nazionale». Ha rievocato gli anni bui del terrorismo, e per rendere omaggio alla memoria delle vittime ha citato tanto ragazzi di destra come Sergio Ramelli quanto di sinistra come Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (Iaio). Piacenza lo ha conosciuto come uomo di partito. Nei comizi in piazza Cavalli, in piazzetta San Francesco. O quando nel 1994 partecipò in Sant'Antonino al funerale di Carlo Tassi. «L'uomo di parte non c'è più», ha affermato l'altro ieri con tono solenne assumendo la responsabilità della seconda carica dello Stato.
Libertà
