In commissione dal ministro Foti pressing sugli enti locali del Sud: «La sfida è portare a termine le opere»
Non basta completare i cantieri previsti dal Recovery ma serve «migliorare la capacità realizzativa» per evitare dislivelli di sviluppo
LO SCENARIO
Antonio Troise
Il messaggio del governo è netto: la Politica di coesione non può essere ridimensionata né perdere la sua identità dentro il nuovo Fondo unico europeo. In gioco c'è una dote ingentissima: i 2 mila miliardi del Quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034. Di questi, 865 miliardi di euro — quasi la metà del totale — sono destinati proprio a colmare il divario tra le regioni d'Europa e, quindi, alle aree più deboli, Mezzogiorno in testa. Una delle idee su cui si sta ragionando a Bruxelles è quella di trasformare la distribuzione dei cosiddetti fondi Fsc o, risorse deputate a far progredire le aree economicamente meno sviluppate dell'Unione, vincolandole a determinati obiettivi di riforma. Per fare un esempio, l'Italia, che per il periodo 2021-2027 ha a disposizione 75 miliardi da spendere, nel bilancio 2028-2034, per ricevere le stesse risorse, dovrà vincolarle a un piano di sviluppo, esattamente come ha fatto con il suo Pnrr e la quota di oltre 191 miliardi del fondo Next Generation Eu assegnata a Roma. Il negoziato fra l'Ue e gli Stati membri è ancora in corso. Ma le Regioni, soprattutto quelle meridionali, hanno già fatto suonare un campanello d'allarme. E il tema è arrivato, ieri, sul tavolo di Palazzo Chigi, nel corso di un vertice fra il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, quello del Pnrr e della Coesione, Tommaso Foti, e il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga. «Il negoziato sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 dell'Ue è un passaggio decisivo per il futuro del territorio europeo» ha spiegato Foti. «La coesione deve continuare a garantire sviluppo, competitività e riduzione dei divari». Tradotto: senza risorse certe e senza una governance che coinvolga davvero i territori, il rischio è che proprio le aree più deboli, a cominciare dal Sud, paghino il prezzo più alto della nuova architettura finanziaria europea. Il governo ha proposto alla Commissione europea presente diverse criticità. Il punto più delicato è la possibilità che la Politica di coesione perda una dotazione autonoma e dedicata, finendo dentro un contenitore più ampio e meno vincolato. Un'impostazione che, per Foti, potrebbe compromettere la capacità di investimento dei territori e la tenuta delle politiche di sviluppo. Per questo l'esecutivo chiede "risorse adeguate", il mantenimento dei livelli finanziari precedenti e un meccanismo di riequilibrio capace di correggere gli effetti distorsivi dell'attuale architettura.
LE CRITICITÀ
Il tema è particolarmente sensibile per il Mezzogiorno, dove i fondi europei rappresentano da anni una leva decisiva per infrastrutture, servizi, innovazione, imprese e occupazione. Ma il problema non è solo quanto denaro arriverà. È anche come sarà utilizzato. In audizione alla Commissione parlamentare sull'insularità, Foti ha messo il dito su una delle fragilità strutturali del Sud: la capacità amministrativa. «È una sfida per tutto il Meridione», ha detto il ministro, ricordando che la capacità di utilizzare i fondi europei dipende molto dalla qualità delle strutture tecniche chiamate a programmare, progettare e spendere le risorse. Un tema che, secondo Foti, ha anche una dimensione contrattuale: «Le responsabilità che hanno oggi le strutture tecniche non sono quasi mai adeguatamente remunerate». E un passaggio chiave. Perché il Mezzogiorno non rischia solo di perdere le risorse in partenza, se ha carenze dovesse passare una linea di ridimensionamento delle coesioni. Rischia anche di non riuscire a trasformare in cantieri, servizi e crescita le risorse già disponibili. Ed è qui che il dossier europeo incrocia quello del Pnrr. E, in particolare, il capitolo della sanità, dove "paradossalmente, anziché restringere quelli che erano i divari, rischiamo di ampliarli ad allargare". Il ministro ha ricordato il Pnrr "nato come risposta di tipo economico a una pandemia" che aveva messo in luce anche alcune fragilità evidenti nel settore della salute. «Noi non possiamo permetterci di avere due sistemi sanitari a livello nazionale, ma soprattutto non possiamo permetterci di non avere diffusi a livello territoriale, per esempio, posti di terapia intensiva e subintensiva», spiega Foti.
L'appello che ha fatto a tutte le regioni del Mezzogiorno e, ovviamente, anche a Sicilia e Sardegna, è quello di andare fino in fondo verso l'obiettivo. Ciò, quello dei Contratti istituzionali di sviluppo. Non rimanga un miraggio — dice Foti — perché diversamente non avremo completato quella rete territoriale indispensabile per dare ai cittadini un Servizio sanitario nazionale che sia all'altezza del suo nome.
Il Mattino
