Rassegna Stampa

SE DESTRA E SINISTRA SU SICUREZZA E MIGRANTI PASSANO IL RUBICONE

Data: 15/07/2025

Editoriale di Pietro Visconti

Da trent'anni, da quando le migrazioni hanno cambiato verso e ci sono entrate in casa dopo essere state la salvezza anche di molti nostri avi, il dibattito sul tema ondeggia tra allarmi e sottovalutazioni. Allarmi spesso declinati in forma ossessiva da politici coltivatori di paure. Sottovalutazioni quasi sempre usate come riparo da altri politici refrattari a riconoscere gli aspetti più ruvidi del mondo rimescolato. Risultano riconoscibilissime le "targhe alterne" di questo traffico di argomentazioni sagomate per finalità polemiche. La destra si è specializzata nell'interpretare inquietudini e spaesamento degli italiani indigeni, nell'attingervi materia prima per ergersi a baluardo della sicurezza minacciata. La sinistra ha speso quasi tutte le energie per stigmatizzare il cinismo altrui e gli è rimasta troppa poca lucidità per vedere che l'urto dell'immigrazione si scarica molto più su ceti popolari e precari (teoricamente il proprio elettorato) che su benestanti e garantiti (teoricamente l'elettorato degli altri). Dentro questa cornice, Piacenza rappresenta un caso di assoluta rilevanza in ambito nazionale. Ventimila abitanti di origine straniera su 100mila sono un record (soltanto Prato ne ha in proporzione molti di più, ma il motivo è l'eccezionale numerosità della sola comunità cinese). Nel volgere di un paio di generazioni la città ha cambiato letteralmente volto volti, sarebbe meglio dire - e ogni suo segmento, ogni sua nervatura ne ha risentito e ne risente ogni giorno di più. Un fenomeno di portata epocale si è incanalato verso di noi soprattutto per effetto della logistica, portentosa calamita di occupazione. Dal lavoro deriva il principale fattore di integrazione di una moltitudine di immigrati arrivati qui da ogni parte del pianeta. E va sempre ricordato l'impegno del sistema scolastico locale, specie delle scuole materne elementari medie, nell'offrire accoglienza di qualità a migliaia di bambini figli di due mondi, quello familiare e quello territoriale. Grazie a queste redini - rinforzate da un volontariato silenzioso che tra l'altro insegna l'italiano a tanti adulti - Piacenza finora sta reggendo la metamorfosi da città monoculturale a città pluriculturale. Con un residente su cinque straniero, se la quasi totalità di loro non stesse dentro le regole sarebbe un far west quotidiano, e così per fortuna non è. (Precisazione doverosa: se qui parliamo di stranieri ci riferiamo ai passaporti, perché mi parrebbe impossibile dire che è straniero davvero un bambino nato a Piacenza). Comunque non dimentichiamo mai che la coabitazione è un percorso faticosissimo. Ai margini dell'immigrazione integrata vi sono frange di immigrati irregolari e sbandati che portano illegalità endemica e sottraggono alla comunità il bene primario della sicurezza. Non è sempre solo questione di timori impalpabili, la famosa "insicurezza percepita" che peraltro, piaccia o no (a me non piace tanto), va considerata un dato di realtà e non negata. Si tratta anche di fatti concreti e brutali: le rapine, i furti, le risse a bottigliate e coltellate. E porto pure un esempio incruento: un paio di anni fa nella zona della Farnesiana un piccolo giardino pubblico era diventato l'"emporio" di un gruppo di spacciatori e il Comune ha rimosso le panchine per eliminare il problema. Il prezzo della legalità lo hanno pagato gli anziani e le mamme con bambini che cercavano un quarto d'ora di ristoro e compagnia. Questo per ricordare che la catena delle inquietudini e delle ostilità si allunga in tanti modi. Nel giro di poche settimane Piacenza ha sperimentato un'impressionante spirale di atti violenti. Ha fatto da detonatore la maxi lite notturna davanti al Cheope tra parafascisti sedicenti alfieri della piacentinità e immigrati ritenuti, dallo stesso manipolo squadrista, contravventori dell'ordine pubblico. Poi l'incursione dei nordafricani al giardino di via Ottolenghi, il grido "dove sono i piacentini?" e i coltelli contro altri immigrati. E ancora, pochi giorni fa, un'anziana scippata da uno straniero poi bloccato grazie alla reazione di alcuni cittadini (c'è ancora chi non si gira dall'altra parte, ed è una grande cosa) e all'intervento dei carabinieri. C'erano le premesse per quel copione cui si accennava all'inizio. Se Piacenza guidata da una sindaca del Pd sente i brividi del disordine violento legato all'immigrazione, cosa di più facile, per la destra all'opposizione in città, che puntare il dito sul permissivismo e magari sul buonismo (eterno jolly) della sinistra in generale? Veri o presunti che siano tutti quei sarcastici -ismi... E cosa di più scontato, per la sinistra, del ricordare che in quasi tre anni di governo di destra gli sbarchi di migranti sono rimasti un problema tale quale a prima e così pure la criminalità dei poveri cristi che da Lampedusa si disperdono nelle città e poi in qualche modo devono trovare il modo di campare? Quasi miracolosamente, gli avvilenti ritornelli stavolta si sono spenti sul nascere. Abbiamo udito parole più calibrate e, diciamolo, serie. La sindaca Katia Tarasconi ha tirato l'unica riga divisoria ammissibile: quella tra chi rispetta le regole e chi le infrange, indipendentemente dalla nazionalità e (ci mancherebbe) dal colore della pelle. Ha ricordato con decisione che la sicurezza è competenza del governo e non del Comune. Ha chiesto udienza al ministro dell'Interno per spiegargli preoccupazioni che, indubitabilmente, sono di tanti altri amministratori locali. La sindaca del Pd si è trovata al fianco subito un alleato non scontato: il ministro Tommaso Foti, ormai un pezzo da novanta di Fratelli d'Italia. Foti quasi mai si occupa (giustamente) di vicende cittadine, ma davanti al moltiplicarsi di violenze ha scelto di lanciare un appello alla corresponsabilità civica: "Ognuno deve fare la propria parte. Non è più tempo di minimizzare la guerra per bande, soprattutto tra extracomunitari. Le forze politiche e sociali devono agire in modo coeso, senza divisioni. Sennò potremmo trovarci a piangere una vittima" (vedi "Libertà" del 3 luglio). E' un segnale di forte impronta ecumenica, positivamente dissonante dall'attitudine a rivendicare meriti per la propria parte o addossare colpe ad altri, pratica in cui il Foti pre-ministero non temeva rivali. Vedo in questo una traccia dell'esperienza governativa che insegna a chiunque la complessità dei problemi. Da ciò, dal liberarsi reciproco del malefico complesso di autosufficienza, deriva l'interesse al confronto. Ottimo segno se di sicurezza e immigrazione nella nostra città già si è discusso, una settimana fa in Prefettura, con il sereno concorso di tutti i partiti oltre che del vescovo e dei rappresentanti della comunità islamica. Viene da dire: e finalmente! L'immigrazione è una questione gigantesca che si presterebbe per natura a un approccio corale nel quale sia bandita la strumentalizzazione e obbligatoria la ricerca di strade condivise, ispirate da ragionevolezza, umanità e, dove è necessario, severità. La visita del ministro di destra Piantedosi che risponde rapidamente alla richiesta di soccorso della sindaca di sinistra Tarasconi fa scolorire le inutili partigianerie ideologiche e si propone come esempio di mano tesa in alternativa al dito puntato. E dunque, una volta passato questa specie di Rubicone politico-culturale, per le varie tipologie di "incendiari" (Foti dixit) non dovrebbe esserci più posto, né di qua né di là. Se non é un'illusione di mezza estate, avremo fatto un bel passo avanti.

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